sabato 18 Maggio 2024

Mazzone, intervista a Maurizio Raise: “Era verace e sanguigno. Quell’incoraggiamento a San Siro…”

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In 38 anni di carriera, Carlo Mazzone ha allenato appena dodici squadre, anche a più riprese: Ascoli, Fiorentina, Catanzaro, Bologna, Lecce, Pescara, Cagliari, Roma, Napoli, Perugia, Brescia e Livorno. Quella con i giallorossi capitolini è stata la punta “più alta” della sua carriera, ma ciò che più conta è l’impronta che ha lasciato nel calcio italiano e non solo. Da Claudio Ranieri a Francesco Totti, da Roberto Baggio a Pep Guardiola, tanti grandi giocatori e fuoriclasse del calcio, prima e dopo la sua recente scomparsa, hanno affermato di dovergli tantissimo, dal lato umano e soprattutto da quello professionale. E il debito di riconoscenza – ampiamente superato in crediti dai risultati ottenuti dopo una guida come quella dell’allenatore romano ed ascolano di adozione – riguarda in particolare chi, dopo essere stato suo calciatore, ha proseguito nel suo esempio come allenatore, anche ad altissimi livelli. Motivatore come pochi altri, Mazzone ha abbinato a questa grande dote caratteriale una competenza professionale, tecnica e tattica di prim’ordine che gli è stata riconosciuta, se vogliamo, in maniera un po’ tardiva, ma con un consenso che lo ha ricompensato pienamente.

Sono stati davvero tanti ad avere Mazzone come allenatore, ma stavolta abbiamo voluto sentire un calciatore dei bei tempi, uno che ha esordito quasi per caso, con lui in Serie A. E lo ha ritrovato in seguito, quando ha cambiato squadra. Maurizio Raise, nato a Grado (Gorizia) il 16 giugno 1959, calabrese d’adozione con il papà Stefano leggenda del Catanzaro, centrocampista polivalente, è un amico che ritroviamo sempre presente quando vogliamo parlare di ricordi, e stavolta ci tiene a partire da una data: 22 ottobre 1978. E noi ascoltiamo volentieri.

Hai esordito in Serie A proprio con Mazzone come allenatore, a San Siro contro l’Inter. Ci racconti di quella “prima volta”?
“L’incoraggiamento di Mazzone l’ho raccontato tante volte. Si fece male per la prima volta nella sua carriera, credo, Adriano Banelli, ed in panchina c’eravamo io e Renzo Rossi e per esperienza toccava a lui sostituirlo, ma si stirò e quindi il mister fu costretto a farmi entrare in campo. Mi mise una mano sulla spalla, mi indicò Beccalossi, che dovevo marcare, e mi disse: “Mo’ so ca… tua”. Andai bene e la sera, come tutte le squadre che giocavano in trasferta a Milano, eravamo tutti quanti ospiti alla “Domenica Sportiva”.
Anche a Lecce hai avuto Mazzone come allenatore. Ci racconti di quei due anni?
“Mazzone è arrivato a Lecce il terzo anno che ero lì, subentrando a Pietro Santin che era stato esonerato. Appena arrivò, nello spogliatoio, mi disse subito: “Viè qua, che te conosco. Presentami tutta la squadra”. Perdemmo agli spareggi, ma nella stagione successiva fummo promossi in Serie A”.
Che cosa lascia l’operato di Carlo Mazzone, nel calcio di oggi?
“Ah, guarda, i calciatori di oggi li metterebbe tutti in una gabbia e li chiuderebbe là dentro. Lui era verace e sanguigno. Oggi sono tutti delicatini e carichi di soldi, ma prima o poi tutto questo benessere passerà e lì vedremo come va a finire”.
Tra i tuoi colleghi calciatori di quel periodo, chi metti al fianco di Mazzone per qualità e doti umane?
“Posso fare quattro esempi: Adriano Banelli, Fausto Silipo, Claudio Ranieri e Massimo Palanca. Mantenevano lo spogliatoio compatto, erano prodighi di consigli e avevano fatto della squadra una famiglia. Era tutta un’altra cosa, tutto un altro modo di tenere unito l’ambiente. Quello sì che era un rapporto vero, fra persone che remavano in un’unica direzione. Ed anche il presidente Nicola Ceravolo faceva la sua parte importante, anzi, essenziale. Sembrava tutto perso, però mi pare di capire che il nostro presidente di oggi, il commendatore Floriano Noto, voglia proseguire lungo questa direzione. E questo mi lascia molto speranzoso in positivo per il futuro dei giallorossi”

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