lunedì 26 Gennaio 2026

Primavera 2, Catanzaro-Pescara: al Curto è già tempo di riscatto. Le formazioni

Alle 14 il Curto ha quell’odore che conosci: erba umida, riga di gesso ancora fresca, tamburo che prende il ritmo a bordo campo. La Primavera 2 del Catanzaro ci entra dentro con gli occhi dritti, perché oggi non è una partita qualunque. C’è il Pescara dall’altra parte e c’è una ferita da chiudere: la sconfitta del derby alla prima giornata. Non servono proclami: serve mettere il pallone giù e dimostrare che quella caduta è stata solo il rimbalzo per saltare più in alto.

La scena

Massimo Costantino prende posto in panchina, due parole al capitano Raul Tassoni e un gesto al vice Federico Pierluigi: “testa, ritmo, campo largo”. È il manifesto del pomeriggio. Il Curto è casa, e in casa devi imporre il gioco: alzare il baricentro quando serve, non farti schiacciare quando l’inerzia ti chiede di soffrire. Piccole cose, quelle che fanno grande una partita di ragazzi che sognano.

Tra i pali c’è Magalotti, prospetto con presenza; davanti a lui Gabriele De LucaAlessandro De Luca (sì, cognome doppio in distinta ma compiti chiari) e Raul Tassoni, con De Oliveira a dare uscita pulita. In mezzo il perno è Panuccio, gamba e pulizia nel primo controllo; sugli esterni Lucito e Pastore devono portare metri e coraggio. Davanti Magnati tiene la linea e attacca il primo palo, con Andrea Oliviero tra le linee a trovare la giocata che accende, mentre Pierluigi apre varchi e attacca la profondità. È una Primavera, ma l’idea è adulta.

Cosa chiede la partita

Il Pescara è scuola che da anni lavora bene sul settore giovanile: palleggio, rotazioni corte, esterni che si alzano fino a farti difendere l’area. L’errore è pensare di rincorrerli. Costantino, invece, vuole rubare il tempo: pressione alta quando si può, riaggressione dopo perdita, linee corte quando si difende. Il derby ha insegnato che i momenti morti si pagano cari; oggi la chiave è non concederne.

C’è una richiesta precisa agli attaccanti: tirare fuori la difesa avversaria per liberare lo spazio sull’imbucata, far lavorare Oliviero tra i centrali del Pescara e non soltanto davanti a loro. E una ai centrocampisti: posizioni “a scalare”, mai piatti, sempre pronti a spegnere il contropiede sul nascere. Sono dettagli che sembrano da lavagna, ma in Primavera spostano davvero.

Le spine buone

Ogni squadra ha le sue spine. Le nostre si chiamano Lucito e Pastore: uno-against-one, piede che salta l’uomo e cross teso. Se mettono dentro tre palloni “giusti”, Magnati e Pierluigi avranno munizioni a sufficienza. Dietro, occhio alla lettura di Tassoni: guida la linea, chiama i tempi, decide quando alzarsi sul portatore e quando accompagnare. Il Pescara innesca spesso il terzino con il cambio gioco: lì serve anticipo e mestiere.

Costantino in settimana ha chiesto semplicità nei primi venti minuti. Niente forzature, niente verticali buttate. Portare il Pescara dove non vuole: duelli e seconde palle. Poi, quando la partita si apre, far valere gamba e qualità. È la maniera giusta per rimettere il campionato nel binario corretto.

Lo spirito

Questi ragazzi, molti classe 2007 e 2008, hanno bisogno di una gara che rimetta fiducia nelle gambe. La Primavera è un ponte: tra sogno e professionismo c’è un mare, e si attraversa con prestazioni, non con i post sui social. Oggi contano letture, cattiveria “buona”, pulizia tecnica nei metri che bruciano. Contano le seconde palle vinte, i rientri fatti senza che nessuno te li chieda, l’urlo liberato insieme alla Curva Piccola quando il risultato inizia a piegarsi.

Perché vale più di tre punti

Non è solo classifica, è identità. Ripartire dopo una sconfitta nel derby vale doppio perché ti fa crescere in fretta. Ti dice chi sei quando non va tutto liscio. Il percorso è lungo, il campionato è pieno di trabocchetti, ma avere un’idea – e portarla in campo – è la base di tutto. Costantino lo ripete spesso: “giocare da squadra, sempre”. Tradotto: la giocata singola accende, la squadra vince.

Il Curto ha cominciato a mormorare di calcio. Fischio d’inizio alle 14, pallone che rotola, colori che si mischiano. Il resto – schemi, lavagne, parole – da questo momento vale poco. Vale quello che fai quando il compagno sbaglia un appoggio, quando l’arbitro non ti fischia un fallo, quando davanti hai la porta e mezzo secondo per scegliere. È lì che si riscatta una sconfitta, è lì che si comincia a diventare grandi.

Oggi tocca a loro. A noi, semmai, il compito più facile: stare vicino e riconoscere la partita giusta quando la vediamo. Perché una Primavera che cresce la senti subito: corre insieme, sbaglia insieme, e alla fine – di solito – impara a vincere insieme.

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