lunedì 26 Gennaio 2026

Eteronimia di una città, una sola moltitudine

Questo articolo è un contributo prezioso di una nostra lettrice, che ha voluto condividere con la comunità giallorossa una riflessione intensa e letteraria sul momento che sta vivendo il Catanzaro. La ringraziamo di cuore per averci affidato questo pezzo.

«Vado mutando di personalità, vado arricchendomi della capacità di creare nuove personalità, nuovi modi di fingere che io comprenda il mondo, o meglio, di fingere che lo si possa comprendere».

Con queste parole, Fernando Pessoa racchiude l’essenza della sua forza creatrice, l’eteronimia. Ma cosa può c’entrare una teoria letteraria così astratta con una squadra di calcio e la sua città?

L’eteronimia non è semplice pseudonimia, non è un autore nascosto dietro un nome fittizio. In Pessoa eteronimia diviene creazione profonda, drammatica, fortemente incarnata. È un gioco di specchi tra realtà e immaginazione, una metafisica, una sorta di “poesia patetica” dove ogni riflesso diventa un autore diverso, con un suo stile, idee e vita proprie. Fernando Pessoa non scrive in prima persona, ma si moltiplica all’infinito. È Álvaro de Campos, Ricardo Reis, Alberto Caeiro, Antonio Mora, Bernardo Soares e tantissimi altri. In una schizofrenia letteraria costante Pessoa arrivò a concepire più di cinquanta eteronimi, ognuno di loro con un aspetto diverso, un carattere diverso, non per questo meno autentico dello spirito dell’autore stesso. Una sola persona, mille identità. Una sola moltitudine. Ecco dunque che la scrittura così concepita diviene una pratica molto vicina al sognare, tema su cui Pessoa insiste in molte delle sue pagine, tanto da dichiarare «Ho sostituito i sogni a me stesso».

Mi chiedo se non sia proprio questa Catanzaro: una splendida eteronimia collettiva. Una città che si rispecchia in una squadra che non ha mai un solo volto, ma mille. Una squadra che non è solo società, ma giocatori, tifosi, allenatore, presidente, curva. Una squadra che è passione e sogno. Come ieri, contro il Venezia.

Una vittoria che va oltre il 2-1 segnato sul tabellone. Una partita che, come insegna la teoria eteronima, può essere vista da diversi punti di vista. La si può leggere negli scatti furiosi di Costantino Favasuli ben oltre il novantesimo, nell’urlo liberatorio di Tommaso Cassandro sotto la Massimo Capraro, sbracciando e incitando i tifosi presenti, nella doppia esultanza di capitan Pietro Iemmello, la prima di gioia pura per il gol appena segnato, la seconda, dopo il check del VAR a fomentare gli spalti. La si è vista nelle mani in faccia di Mister Aquilani mentre si avvicinava a piccoli passi sotto la curva a fine gara, quando ha superato i cartelloni per prendersi l’abbraccio dello stadio. La si è sentita nei boati che ogni volta fanno tremare il Ceravolo, quelli di un popolo intero, nelle braccia al cielo del presidente Noto, negli abbracci in cui il singolo si dissolve nella folla. L’abbiamo vista nelle esultanze dopo i due gol, uno sopra l’altro come in una mischia da rugby, come sangue che pulsa in un solo cuore. Lì dove l’uno è diventato molti e molti sono diventati uno. Una città intera in grado di respirare come un unico grande polmone.

È così che l’US Catanzaro impara da Pessoa, diventando ogni volta mille Alvaro de Campos, cento Ricardo Reis, ottomila Alberto Caeiro, ognuno con una sua specificità, una voce diversa, ma tutti al servizio dello stesso ideale, lo stesso simbolo. Una sola moltitudine che vince lavorando insieme, intrecciando stili, visioni e coraggio.

C’è eteronimia anche fuori dal campo, in una città che ha visto partire oltre 12.000 persone negli ultimi dieci anni, che ha sentito la terra svuotarsi, le case perdere luce. Ma non è questo lo scenario da analizzare oggi, né tantomeno il giusto contesto. Oggi vogliamo solo celebrare l’eteronimia di una città e la forza del Catanzaro, una sola moltitudine che sta lentamente restituendo un sogno a se stessa.

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