La Camera Penale di Catanzaro, attraverso il suo sito ufficiale https://www.camerapenalecatanzaro.it/2025/12/30/il-fallimento-della-pena-detentiva-la-devianza-come-questione-sociale-e-culturale/, ospita un’importante riflessione a firma di Daria Mirante Marini, dottoranda di ricerca in filosofia del diritto presso l’Università “Magna Graecia” di Catanzaro. L’intervento, dal titolo “Il fallimento della pena detentiva: la devianza come questione sociale e culturale”, analizza la crisi del sistema carcerario e la necessità di superare la logica puramente punitiva.
Di seguito riportiamo il testo integrale dell’articolo.
1. Il corto circuito tra diritto penale e realtà sociale, la crisi del sistema carcere
Nei moderni sistemi penali europei, la pena detentiva è divenuta la risposta automatica, l’abitudine cieca con cui lo Stato reagisce alla devianza. Eppure, a ben guardare, il carcere non ripara, non educa e spesso non reintegra. Esso è diventato piuttosto un contenitore delle contraddizioni sociali, un grande magazzino dove finisce ciò che la collettività non sa affrontare e gestire, ovvero la povertà, la tossicodipendenza, la mancanza di istruzione e la disperazione. Le prigioni si riempiono oltre ogni limite e l’umanità che vi abita viene compressa fino a sparire. La funzione rieducativa, sancita dall’art. 27 comma 3 della Costituzione, resta lettera morta di fronte a istituzioni incapaci di garantire dignità, percorsi formativi e reinserimento.
Quando le politiche sociali falliscono, quando l’educazione non arriva, quando il lavoro manca, allora entra in scena il diritto penale, con il volto severo della legge e la promessa di ordine e sicurezza, ma dietro quella promessa si nasconde un grande inganno; infatti, la pena non guarisce ciò che la società ha ammalato, somiglia di più ad una delega impropria, ad un modo per non guardarsi allo specchio.
La crescita smisurata del diritto penale racconta molto più della nostra paura che della nostra giustizia. Quando lo Stato smette di essere inclusivo e protettivo, diventa punitivo. Il carcere diventa la risposta più facile, il simbolo di una sicurezza solo apparente.
La dottrina più avveduta, sulla scia del pensiero di Alessandro Baratta, ha da tempo evidenziato come il sistema penale rischi di trasformarsi in un meccanismo di riproduzione delle disuguaglianze, colpendo selettivamente le fasce più fragili e prive di voce. In quest’ottica, la devianza viene trattata come una colpa morale individuale e non come l’effetto di un fallimento collettivo, decontestualizzando la vita del reo e riducendola alla norma violata.
Dietro i reati ci sono storie di povertà educativa, mancanza di lavoro, assenza di prospettive. Eppure, nel linguaggio della legge, tutto questo scompare, resta solo il numero di una cella, un fascicolo, una sentenza. Il diritto penale, decontestualizzando la vita, la riduce a norma violata, così perde la sua funzione di giustizia e si trasforma in un meccanismo di gestione della marginalità. Il paradosso odierno risiede nel fatto che la pena detentiva, nata come extrema ratio, è divenuta la regola. Questa inversione di rotta si scontra con la brutale realtà dei numeri. Il cronico sovraffollamento degli istituti penitenziari – con tassi di presenza che, in molte strutture, superano ampiamente la capienza regolamentare, si calcola in media il 20% in più nel numero dei detenuti – trasforma la detenzione in semplice sopravvivenza, dove lo spazio fisico e mentale per la rieducazione viene eroso dalla necessità di gestire l’emergenza quotidiana. Invece di luogo di opportunità e riscatto, il carcere diviene spesso un moltiplicatore di recidiva, restituendo alla società individui ancor più marginalizzati e disumanizzati di quando vi sono entrati.
2. Radici culturali e prospettive di riforma, oltre il paradigma della punizione
Per comprendere davvero la devianza, bisogna avere il coraggio di spostare lo sguardo. Non è nei tribunali che si trovano le sue origini, ma nelle scuole, nei quartieri, nelle famiglie, nelle disuguaglianze quotidiane. Come insegnano i classici della sociologia della devianza, da Durkheim a Becker, il fenomeno deviante non è una patologia meramente individuale, ma una costruzione sociale che dipende dalle risposte che una comunità decide di dare ai comportamenti non conformi. Spesso, dietro il reato, si celano storie di assenza di alternative e di ascolto mancato.
È qui che si impone un ripensamento profondo, che non può prescindere dall’evoluzione della giurisprudenza più recente. Significativi, in tal senso, sono i recenti approdi della Corte costituzionale in materia di ergastolo ostativo. La Consulta ha scardinato la presunzione assoluta di pericolosità, affermando che la pena non può ridursi a una segregazione senza fine e senza speranza. Superare una concezione “solo muraria” della pena significa riconoscere che la sicurezza non nasce dalla mera neutralizzazione fisica del condannato, ma dalla possibilità concreta del suo reinserimento.
Il diritto penale, dunque, dovrebbe tornare a essere il punto d’arrivo e non di partenza, lasciando spazio a strumenti di cura sociale come educazione, lavoro, inclusione e mediazione. Si tratta di recuperare la lezione kantiana non in un’ottica retributiva fine a sé stessa, ma nel senso di una giustizia che responsabilizza senza annientare la dignità umana. Investire in politiche sociali non è un lusso, ma la forma di prevenzione più efficace. Una società che punisce per nascondere le proprie mancanze costruisce prigioni per gli altri, ma catene per sé.
Conclusione
Affidare esclusivamente al diritto penale la gestione delle fratture sociali è come tentare di spezzare una roccia con un coltellino, perché quello sforzo non solo è destinato a fallire, ma rivela la nostra incapacità di riconoscere che la devianza non nasce dal male ma dal dolore, dalla disuguaglianza, dall’assenza di legami che nessuna cella potrà mai sanare e che nessuna punizione potrà mai guarire. Superare la logica punitiva vuol dire immaginare una giustizia che non sia solo forza, ma anche compassione, immaginare uno Stato che non abbia paura di mostrarsi umano nel momento in cui decide chi punire e come farlo, perché una pena ha valore solo se riesce a trasformare e non a spezzare definitivamente chi la attraversa.
A tal proposito, appare illuminante la riflessione di Luigi Ferrajoli, che ci ricorda come la civiltà di un Paese si misuri dal grado di mitezza delle sue pene. Osserva l’Autore che l’idea di inasprire le sanzioni e costruire nuove carceri riflette una politica opposta alla ragione, dato che la popolazione detenuta è composta prevalentemente da emarginati sociali. Una politica razionale richiederebbe, invece, “oltre alla radicale messa al bando delle armi, politiche sociali, anziché politiche penali. È infatti evidente che chi è escluso dalla società civile – migranti clandestini, disoccupati – è disposto a farsi includere nelle società incivili del crimine organizzato, ben disposte a loro volta ad includerlo come manovalanza criminale. Ovviamente aumentare le pene e costruire nuove carceri è più facile che farsi carico delle cause strutturali della criminalità e adottare a tal fine politiche sociali di inclusione e integrazione.”
Solo una giustizia capace di andare oltre la vendetta può dirsi giusta e solo una comunità che non teme di comprendere le cause del crimine può definirsi davvero sicura.
