Il calciomercato è spesso una fiera dei sogni che si scontra con la realtà del campo. Mentre si invocano i “big” coi soldi degli altri, sono gli “invisibili” come Cisse e Katseris a fare la storia. Siamo tornati Regina di Calabria, ma la memoria è troppo corta
Esiste una patologia che colpisce il tifoso di calcio moderno, acutizzandosi a gennaio e luglio: la “nomomania”. È quella frenesia alimentata dai social che porta a scrollare compulsivamente le notizie alla ricerca del colpo a effetto, del nome altisonante, della figurina luccicante. È un’illusione ottica. Un teatro dove spesso la trama è deludente, perché il “nome” non sempre corre quanto l’ambizione di chi lo invoca.
A Catanzaro, questa dinamica la conosciamo bene. E forse è arrivato il momento di guardarci allo specchio e dirci la verità: il tifoso vive di ambizione, spesso pensando con i “soldi degli altri”, senza capire che quella strada non porta da nessuna parte se non al dissesto.
La rivincita degli “invisibili”
La realtà del campo, cruda e bellissima, ci dice che il Catanzaro degli ultimi anni è stato costruito lontano dai riflettori, con la politica dei piccoli passi che in pochi accettano ma che tutti dovrebbero lodare. Quest’anno stiamo ammirando l’esplosione di Cisse, un 2006 che fino a ieri era un mistero e oggi è un gioiello da Nazionale. Ci stiamo spellando le mani per Favasuli, per la dedizione di Rispoli, per il ritorno solido di Cassandro. Non è un caso, è un metodo. Guardatevi indietro: Bayeye, Katseris, Bonini. Chi li conosceva davvero? Eppure sono stati loro a trascinare la carretta, a creare plusvalenze, a portarci in alto, mentre i “nomi” spesso deludevano le attese.
Social, budget e il “passo più lungo della gamba”
I social network hanno dato voce a tutti. Un fatto democratico e positivo che però è degenerato nel tempo, trasformando la passione in pretesa. Si invoca la spesa folle, dimenticando che l’obiettivo di una società sana deve essere fare di più con meno. Avere i conti in ordine e ottimizzare il budget non è “tirchieria”, è competenza. Quante volte vediamo società con budget stratosferici fallire miseramente i loro obiettivi? Il calcio è pieno di giganti dai piedi d’argilla. Il Catanzaro non deve mai fare il passo più lungo della gamba. Chi oggi critica, forse dimentica troppo in fretta l’anonimato della Serie C o, peggio, l’inferno dei fallimenti che hanno toccato piazze blasonate come Bari, Reggina, Palermo e Catania. Loro sono ripartiti dalla D. Il Catanzaro cosa ha di diritto divino in più per pretendere la luna senza passare dal sacrificio?
L’impazienza della nostalgia
C’è un fattore psicologico: molti tifosi hanno vissuto l’epopea della Serie A decenni fa e vorrebbero riviverla subito. È un pensiero comprensibile, umano, ma non costruttivo. Stiamo vivendo un periodo storico spettacolare, siamo tornati ad essere indiscutibilmente la prima squadra della Calabria. Dal ritorno in B sono arrivate due semifinali playoff e anche quest’anno siamo nel vagone che conta.
Eppure, qualcuno sembra stanco. Qualcuno dà per scontato tutto questo, come se la Serie B da protagonisti fosse un atto dovuto. È l’errore più grande: non dobbiamo dare per scontata “la pasta che mangiamo a pranzo”. Dobbiamo essere felici delle piccole cose, che in realtà sono grandissime: una società solida, un progetto tecnico che valorizza i giovani, una classifica che sorride. Il calciomercato è un’illusione, il campo è la realtà. E la realtà dice che il Catanzaro merita sostegno e amore, non pretese irrealizzabili.
