Questo articolo è un contributo prezioso di una nostra lettrice, che ha voluto condividere con la comunità giallorossa una riflessione intensa e letteraria sul momento che sta vivendo il Catanzaro. La ringraziamo di cuore per averci affidato questo pezzo.
A ogni stagione del Catanzaro ormai è impossibile non associare un rumore di fondo. Si tratta di un brusio comune e preoccupantemente diffuso che non viene dagli spalti, non nasce dal sudore del campo né tantomeno dall’odore dell’erba del Ceravolo. È un fruscio digitale, un battere continuo davanti allo schermo. È il vociare dei social dove il calcio di provincia viene giudicato con un metro diverso, probabilmente sbagliato, senza capirne il contesto, la fatica, la passione.
«Meglio al PSV, ci davano i soldi subito». «No, meglio al Milan anche se i soldi ce li potevano pure dare». «Cisse rotto? È tutta una finta, è pronto per Milanello». «Dovevano darci un milione per la valorizzazione, l’indennizzo era il minimo». «Aquilani non capisce di calcio, mi manca Caserta». «Noto incapace, società miope». «lemmello è finito». «Polito ha sbagliato tutto il mercato». Letti così sembrano sketch, battute da Bar Sport. In realtà sono commenti quotidiani, reali e spesso carichi di livore, talvolta accompagnati da offese personali rivolte non solo ai calciatori ma anche alle loro famiglie.
È un fenomeno nazionale – basti pensare a come, in poche ore, una decisione arbitrale possa trasformarsi in un attacco a giocatori e mogli ma sarebbe un errore pensare che a Catanzaro non accada. Accade. In forme diverse, magari più silenziose, ma accade. Accade dopo un pallone sbagliato, dopo un secondo tempo sottotono, magari figlio di un calo fisico. Succede persino dopo una vittoria e il terzo clean sheet consecutivo. Questo è il web. Non importa se nazionale o di provincia, forse di una provincia nazionalpopolare se si crede a quella vecchia storia che tutto il mondo è paese. Ma questo web è una contraddizione perché la provincia, quella vera, dovrebbe proteggere e non divorare.
Il Ceravolo, quando è pieno, è una spinta costante, un cuore che batte all’unisono. Ma online, troppo spesso, quel battito si spezza in mille giudizi sommari. Non vanno ignorati, sarebbe assolutamente un errore; purtroppo esistono, sono all’ordine del giorno, ma possono essere riconosciuti e devono essere isolati. Lasciamo che continuino a rappresentare una parte rumorosa che rende tutto più brutto, spettacolo compreso. Ecco, a questo punto allora vale la pena fermarsi un attimo, respirare e fare memoria: ricordare.
Ricordare cosa ha significato uscire da diciannove anni di Serie C. Ricordare cosa ha costruito la famiglia Noto, passo dopo passo, senza proclami. Ricordare che Pietro lemmello, dato finito a cadenza regolare, continua a essere decisivo con una giocata, un colpo di genio, un tacco, una posizione illeggibile, un’apertura che sposta il campo, e il destino di una partita. Ricordare come questa società abbia saputo valorizzare ragazzi come Cisse, Liberali, Alesi, Frosinini, Favasuli. Ricordare che, in un calcio sempre più mercificato, qui si è ancora capaci di costruire bandiere: lemmello, Pontisso, Petriccione, Brighenti. Uomini prima che calciatori, volti in cui una città intera si riconosce. Ricordare anche i numeri, freddi ma onesti. Una squadra costruita spendendo poco, oggi quinta in classifica, alle spalle di realtà enormemente più strutturate come Venezia, Palermo, Monza e Frosinone. E questo, piaccia o no, è un dato. Non un’opinione.
Quando andiamo allo stadio dovremmo ricordarci anche altro ovvero che siamo una provincia del Sud, segnata dal dissesto idrogeologico, dagli smottamenti, da qualche tempo persino dai cicloni. Siamo una città da cui i ragazzi se ne vanno, oltre dodicimila giovani tra i 18 e i 35 anni persi in undici anni e che creare lavoro, investire, costruire qualcosa che resti, qui da noi, non è mai scontato, né semplice. Cambiare mentalità significa cambiare Catanzaro anche nei suoi aspetti più radicati e scomodi. Il provincialismo non è una colpa, se è consapevole. Può essere una forza, se diventa cultura, tradizione, identità condivisa. Può fare bene, se è sano. Può diventare evento, racconto, appartenenza. Il resto invece, il rancore, il disprezzo, il cinismo da tastiera, non è critica. È solo rumore. E il rumore, alla lunga, non costruisce nulla. Sta a noi decidere cosa ascoltare, quando entriamo al Ceravolo e quando, semplicemente, scegliamo di essere tifosi.
Valorizzare quello che chiamiamo, con troppa leggerezza, calcio di provincia non è un atto di nostalgia. È un atto di verità. Perché a forza di guardare il grande calcio iperprodotto e televisivo rischiamo di dimenticarci cosa sia davvero questo sport e di confondere lo spettacolo con l’essenza così come il business con la passione. La realtà è fatta di campi battuti dal vento e di trasferte fatte per amore, di stadi piccoli, a volte piccolissimi, ma pieni di senso assoluto. È fatta di persone che il fine settimana attraversano mezza Inghilterra per seguire una squadra di quarta o quinta divisione, perché lì il calcio non è un contenuto, è un’esperienza. È fatta di arbitri che crescono sui campi della provincia catanzarese, vibonese, cosentina, dove ogni decisione pesa, ogni partita insegna, ogni errore forma. È fatta di rapporti umani e di responsabilità.
Non esiste un calcio di Serie A e uno di Serie B. Queste categorie servono ai bilanci e ai palinsesti. Esiste il calcio, quello che emoziona come un’Olimpiade e che unisce come un Mondiale, che ti entra dentro anche se sei in mille persone anziché in settantamila. Diciamocelo, esiste uno sport che ha senso solo se resta vicino alle persone e alle comunità. Se diventa centralità sociale. E allora mi si permetta di dire che è il momento di smettere di usare la parola provincia come se fosse una diminuzione. La provincia non è un limite, ma un luogo dove il calcio è ancora riconoscibile e dove ha un volto. Difendere il cosiddetto calcio di provincia significa difendere il calcio stesso. Tutto il resto passa. Quello che resta, invece, è una passione che non ha bisogno di essere spiegata, ma ha solo bisogno di essere rispettata.
