Ci sono delle giornate in cui la grammatica della vita quotidiana va in pezzi e la follia di un popolo si muove freneticamente alla ricerca di un posticino nella storia. La partenza per il capitolo finale di un film meravigliosamente bello era annunciata un po’ da tutti, Presidente compreso, nella insana consapevolezza che nello sport, come nella vita, ci devi sempre credere.
Anche quando la ragione, l’esperienza, le possibilità ti danno per spacciato, tu devi muoverti e crederci comunque. E così è stato per gli oltre quattromila pazzoidi che da ogni anfratto del paese si muovevano ansiosi verso la fredda Brianza. Poi la partita, e che partita, roba per palati fini, uno spot per uno sport in crisi d’identità. E questo spot ha un nome che a solo pronunciarlo vengono i brividi: il Catanzaro.
Unico e solo protagonista di una gara da antologia, sovvertiva i pronostici iniziali troppo frettolosi e si issava in alto – esattamente come le Aquile- producendo gioco a ripetizione, spinto da un pubblico da Champions. Due a zero per i giallorossi di un allenatore immenso (reti di Jack nella prima frazione e di Frosinini nel secondo tempo) riaccendevano le speranze, accrescevano quella fiammella, provocavano spasmi di terrore nei difensori brianzoli nei concitati minuti finali.
Ed infatti, specie nella seconda parte si è vista una sola squadra in campo, una squadra pazzesca dotata di cuore e muscoli d’acciaio. Ma non è bastato per il grande salto, il Monza conquistava la serie A con tanto, tanto demerito. E non vuole essere un commento di parte, perché se c’è stata una squadra meritevole della vittoria finale, questa era il Catanzaro.
Grazie ragazzi, grazie mister, grazie grande Società, ci avete regalato un’annata che porteremo sempre nei nostri cuori. Ci avete fatto emozionare, ci avete fatto esplodere di gioia, ci avete regalato l’orgoglio di un’appartenenza. Grazie Grazie Grazie. Non ho più lacrime. Vi amo infinitamente. Ci vedremo alla prossima.
