Il cardiologo Giuseppe Colangelo: «La sopravvivenza non inizia con l’ambulanza, ma con il cittadino che decide di intervenire»
Ogni anno migliaia di persone vengono colpite da un arresto cardiaco lontano dall’ospedale: per strada, in casa, sul posto di lavoro, in palestra o al supermercato. È un evento improvviso, drammatico, che spesso lascia senza parole chi vi assiste. La reazione più comune è aspettare l’arrivo dell’ambulanza, convinti che solo i professionisti possano fare qualcosa.
Eppure la scienza racconta una storia diversa.
Un importante studio pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale Resuscitation, basato sull’analisi di quasi 30.000 arresti cardiaci extraospedalieri verificatisi in Danimarca, conferma una verità tanto semplice quanto rivoluzionaria: la vita di una persona può dipendere dal cittadino che si trova accanto a lei nei primi minuti dell’emergenza.

A commentare i risultati della ricerca è il dottor Giuseppe Colangelo, cardiologo e istruttore certificato di primo soccorso, da anni impegnato nella diffusione della cultura della rianimazione cardiopolmonare.
«Questo studio ci ricorda una cosa fondamentale: il primo soccorritore non è sempre il sanitario. Molto spesso è una persona comune che decide di non voltarsi dall’altra parte.»
Lo studio ha preso in esame quasi trentamila casi di arresto cardiaco avvenuti fuori dall’ospedale. I ricercatori volevano capire se ci fossero differenze nei risultati quando la rianimazione veniva iniziata da un cittadino presente sul posto, da un Community First Responder oppure direttamente dal personale del servizio di emergenza.
La conclusione ha sorpreso anche molti addetti ai lavori.
Quando le compressioni toraciche vengono iniziate immediatamente da chi assiste all’evento, le probabilità di sopravvivenza aumentano in maniera importante. Ancora più significativo è il fatto che non sono emerse differenze sostanziali tra gli interventi iniziati da cittadini già presenti e quelli avviati dai First Responder della comunità.
Secondo il dottor Colangelo, il dato va interpretato correttamente.
«Non significa che i First Responder siano meno utili. Al contrario, il loro ruolo rimane prezioso, soprattutto perché possono arrivare rapidamente con un defibrillatore. Ma questo studio ci dice che esiste una priorità assoluta: iniziare subito la rianimazione. È il tempo il vero fattore che salva la vita, non la divisa di chi interviene.»
Ogni minuto trascorso senza massaggio cardiaco riduce drasticamente le possibilità di sopravvivenza. Dopo pochi minuti il cervello comincia a subire danni irreversibili e, anche se l’ambulanza arriva rapidamente, potrebbe essere già troppo tardi.
È proprio in quel breve intervallo che si gioca la partita più importante.
«L’ambulanza è fondamentale, ma nessun sistema di emergenza al mondo può essere presente nel luogo dell’arresto cardiaco entro uno o due minuti. Chi è già lì rappresenta la vera possibilità di sopravvivenza del paziente.»
Per questo motivo il cardiologo insiste da anni sulla necessità di diffondere i corsi di Basic Life Support (BLS).
«Molte persone pensano che il massaggio cardiaco sia una manovra difficile o riservata ai professionisti. Non è così. Con poche ore di formazione chiunque può imparare a riconoscere un arresto cardiaco, chiamare immediatamente il numero di emergenza, iniziare le compressioni toraciche e utilizzare un defibrillatore automatico. Sono gesti semplici, ma straordinariamente efficaci.»
Lo studio danese, secondo Colangelo, rappresenta una conferma scientifica di quello che gli istruttori insegnano da anni durante i corsi.
«Ogni cittadino formato diventa un potenziale soccorritore. Non possiamo sapere chi si troverà vicino alla prossima persona colpita da un arresto cardiaco. Potrebbe essere un insegnante, un barista, uno studente, un genitore o un pensionato. È proprio questa la forza della formazione: trasformare persone comuni in persone capaci di fare la differenza.»
Un altro aspetto importante riguarda la paura.
Molti testimoni non intervengono perché hanno timore di sbagliare o di fare danni.
«È una paura comprensibile, ma bisogna superarla. In un arresto cardiaco il cuore ha già smesso di battere. Il rischio maggiore non è fare qualcosa di sbagliato, ma non fare nulla. Ogni minuto di attesa può costare la vita.»
Negli ultimi anni l’Italia ha compiuto passi importanti, con una crescente diffusione dei defibrillatori automatici e con l’introduzione dell’insegnamento delle manovre salvavita in molte scuole e realtà associative. Ma, secondo Colangelo, c’è ancora molta strada da fare.
«Dobbiamo arrivare a considerare il primo soccorso come una competenza civica, esattamente come imparare a guidare o conoscere le regole della sicurezza stradale. Più persone sono preparate, maggiore sarà la probabilità che qualcuno intervenga quando conta davvero.»
Il messaggio che arriva dalla ricerca danese è quindi semplice, ma potente.
La sopravvivenza all’arresto cardiaco non inizia con le sirene dell’ambulanza. Inizia nel momento in cui una persona qualunque decide di inginocchiarsi accanto a un’altra persona e iniziare quelle compressioni toraciche che possono restituirle il futuro.
E il dottor Giuseppe Colangelo conclude con un auspicio che va oltre la medicina.
«Ogni volta che insegno un corso di primo soccorso dico ai partecipanti che spero non debbano mai mettere in pratica ciò che hanno imparato. Ma se quel giorno dovesse arrivare, potrebbero essere loro il motivo per cui qualcuno tornerà a casa dai propri affetti. Questo studio dimostra che non è una frase motivazionale: è un dato scientifico.»
