Arresto cardiaco, la differenza la fa la comunità: il modello di Bologna e il soccorso nel CAF di Lamezia

Nel capoluogo emiliano la sopravvivenza è del 17%, contro una media italiana del 6,6%. Rete del 118, cittadini allertati, defibrillatori e formazione sono alla base del risultato. A Piazza Mazzini, alcuni ragazzi hanno iniziato subito il massaggio cardiaco in attesa dell’ambulanza.

A Bologna, secondo i dati diffusi dall’AUSL, sopravvive a un arresto cardiaco il 17% delle persone colpite, contro il 6,6% della media italiana e il 7,5% di quella europea. Una differenza che richiama l’attenzione su un punto decisivo: in caso di arresto cardiaco, la rapidità dell’intervento e la capacità di attivare chi si trova già vicino alla persona possono cambiare il corso degli eventi.

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Il risultato bolognese non dipende da un solo elemento. È frutto di una rete che mette in relazione la Centrale operativa 118, i cittadini, i defibrillatori, i professionisti sanitari, le associazioni e le istituzioni. Il sistema DAE RespondER, per esempio, consente alla Centrale di allertare i cittadini che si trovano nelle vicinanze di un sospetto arresto cardiaco, indicar loro il DAE più vicino e guidarli nelle prime manovre. Se intervengono più persone, una può iniziare il massaggio cardiaco mentre un’altra recupera il defibrillatore. Dal 2024 l’allerta è stata estesa anche agli arresti che avvengono nelle abitazioni, dove si verifica la maggior parte degli episodi.

La rete funziona perché i cittadini vengono coinvolti. Nel 2025, nel 57% dei casi segnalati a Bologna una persona ha risposto all’allerta e accettato di intervenire: 206 cittadini si sono attivati per aiutare qualcuno che spesso non conoscevano. A questo si aggiunge una dotazione di oltre 2.100 DAE registrati nell’area metropolitana, con nuovi dispositivi finanziati per rendere la copertura più capillare e raggiungere anche luoghi accessibili nelle ore notturne. Tecnologia e dispositivi, tuttavia, acquistano valore quando sono collegati a persone preparate e a una Centrale in grado di coordinare l’intervento.

È una lezione che riguarda tutti i territori. I dati tra aree diverse vanno confrontati con cautela, perché possono cambiare i sistemi di emergenza e i criteri di rilevazione. Ma l’esperienza di Bologna mostra l’importanza di una risposta organizzata, nella quale formazione, defibrillatori e partecipazione dei cittadini si sostengono a vicenda.

Un esempio concreto arriva anche da Lamezia Terme. Nei giorni scorsi, all’interno di un Centro di Assistenza Fiscale (CAF) in Piazza Mazzini, alcuni ragazzi hanno riconosciuto un arresto cardiaco e hanno iniziato immediatamente il massaggio cardiaco, proseguendo le manovre nell’attesa dei soccorsi. È poi arrivata l’ambulanza “Victor” dell’ODV San Pio. I sanitari hanno utilizzato il defibrillatore con tre scariche che, insieme alle manovre di rianimazione, hanno consentito la ripresa della circolazione dell’uomo soccorso.

La prontezza di quei ragazzi merita di essere sottolineata. In un’emergenza non è necessario conoscere la storia clinica della persona per attivarsi: occorre riconoscere che potrebbe essere in arresto cardiaco, chiamare il 112, iniziare le compressioni e seguire le indicazioni degli operatori. Il soccorso si rivolge a chiunque abbia bisogno, senza distinzioni; ciò che serve è che qualcuno sappia cosa fare e trovi il coraggio di cominciare.

Episodi come questo mostrano perché la cultura del primo soccorso debba uscire dagli ambienti sanitari e raggiungere i luoghi della vita quotidiana: uffici, scuole, palestre, negozi, associazioni e spazi pubblici. L’arresto cardiaco può verificarsi ovunque. Per questo non basta installare un defibrillatore o organizzare un’iniziativa occasionale: occorrono formazione continua, dispositivi accessibili e una rete capace di coordinare la risposta.

È l’obiettivo del progetto “Vite in Salvo: impara ad intervenire”, promosso dal cardiologo e istruttore BLSD Giuseppe Colangelo: educare e formare tutti, nessuno escluso. Colangelo richiama anche i colleghi cardiologi a dedicare una parte del proprio tempo alla sensibilizzazione diretta, incontrando le persone nei quartieri e nei luoghi di aggregazione, con brevi seminari, dimostrazioni pratiche e flash mob. Un messaggio che coinvolge anche i centri di formazione, i professionisti sanitari e le associazioni, tra cui la Croce Rossa e le realtà impegnate a insegnare le manovre salvavita.

In molte zone d’Italia, iniziative di questo tipo sono sostenute soprattutto dalla disponibilità dei singoli e delle associazioni. Troppo spesso le richieste di collaborazione rivolte alle amministrazioni e agli enti locali non trovano una risposta stabile. Eppure, sostenere la formazione, censire i DAE, garantirne la manutenzione e collegarli ai sistemi di emergenza significa costruire una tutela concreta per l’intera comunità. Significa anche limitare le conseguenze sanitarie, familiari e sociali che un arresto cardiaco può lasciare.

La storia di Bologna e l’intervento nel CAF di Lamezia raccontano, su scale diverse, la stessa verità: il defibrillatore è fondamentale, ma la prima risorsa può essere la persona che si trova accanto a chi sta male. Una comunità formata, sostenuta e pronta ad agire può guadagnare minuti preziosi. E quei minuti possono diventare una possibilità di vita.

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