Catanzaro in lutto per la scomparsa di Don Salvatore Schipani: il commosso ricordo di Gianpaolo Stanizzi

Don Salvatore Schipani – Il ricordo di Gianpaolo Stanizzi

Ne sono sicuro: c’è un’immagine che, più di ogni altra, rimarrà impressa nel cuore di chi ha frequentato la Chiesa di San Nicola di Morano e il centro storico di Catanzaro: quella di Don Salvatore affacciato sul pianerottolo dell’ingresso. ​

Incastonata tra i dislivelli del quartiere, con l’accesso abbracciato dalle due caratteristiche scale laterali che salgono verso il portale, quel pianerottolo sembrava quasi un piccolo rifugio protetto rispetto alla strada. Era – per me e non solo per me, ne sono certo – come un porto sicuro.

Stazionava lì, Don Salvatore, su quel pianerottolo, vigile e discreto, pronto ad accogliere i fedeli. In un mondo che corre veloce e spesso isola, la sua presenza su quei gradini era già di per sé un messaggio: un invito silenzioso a entrare, a fermarsi, a sentirsi a casa.

Non c’era bisogno di grandi preamboli; bastava incrociare il suo sguardo per capire che c’era qualcuno pronto a custodire i passi, le fatiche e le speranze di chiunque passasse da lì. ​Chi lo ha vissuto davvero sa bene quale fosse il clima di quella chiesa, reso unico dalla sua dedizione instancabile.

Lo si vedeva durante la settimana, quando la sera, Don Salvatore, dopo la recita del Santo Rosario, puntuale alle 19:30, celebrava la Santa Messa, magari con appena due o tre fedeli presenti (compreso Gennarino, il maltesino di casa): per Don Salvatore l’altare era sempre e comunque il centro del mondo e la preghiera non perdeva mai di valore, fosse la navata gremita o deserta. ​Poi arrivava la domenica, con quella che affettuosamente amavo definire la “messa dei ritardatari”. Arrivavamo tutti di corsa, trafelati per le mille distrazioni della giornata, ma determinati a correre lì, in chiesa, per onorare il nostro Signore. E Don Salvatore sapeva aspettarci, con quell’accoglienza calorosa che faceva sentire ciascuno di noi atteso e compreso, mai giudicato per qualche minuto di ritardo. ​E una volta dentro, guai a prendere le distanze!

Don Salvatore non amava affatto vedere i primi banchi liberi. Con quel piglio deciso e premuroso che lo caratterizzava, non mancava mai di invitare i fedeli — a volte con toni fermi e risoluti — a riempire la parte anteriore della chiesa, scacciando la tentazione di ammassarsi tutti all’ in piedi, in fondo.

Voleva una comunità vicina, partecipe, raccolta attorno all’altare come una vera famiglia. ​In decenni di ministero spesi tra la gente, vissuti con la fedeltà silenziosa di chi sa fare del proprio sacerdozio un dono quotidiano, Don Salvatore è stato quel punto di riferimento stabile. Sull’altare e nell’adorazione, ma prima ancora su quel pianerottolo, a braccia aperte, ad accogliere e ad ascoltare! ​

Ora che il suo cammino terreno si è concluso, mi piace immaginarlo così: mentre continua a vegliare sotto lo sguardo di quel bellissimo Crocifisso che domina la chiesa, custode fedele di quella luce divina che ha cercato di riflettere sui suoi fedeli per tutta la vita, magari pronto a farci cenno di avanzare verso i primi banchi e ad invitarci a stare sempre vicino al Signore. Grazie, Don Salvatore, per essere stato quel porto sicuro per tutti noi.

Gianpaolo Stanizzi

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