venerdì 27 Febbraio 2026

“Scappai in discoteca con Chimenti, Mazzone ci beccò”. Brancale e quel Catanzaro sfiorato per amore

Ci sono storie in cui il rettangolo verde si intreccia indissolubilmente con i fili della vita privata, restituendo spaccati di un calcio d’altri tempi. È il caso di Agostino Brancale, ex esterno sinistro dal mancino educato, oggi fiero spettatore delle gesta della figlia Serena, protagonista sul palco del Festival di Sanremo. In una lunga e toccante intervista rilasciata a La Gazzetta dello Sport, Brancale ha riavvolto il nastro dei ricordi, regalando ai lettori un viaggio emozionale che parte dalle lacrime sul divano di casa per arrivare agli spogliatoi polverosi della provincia italiana, sfiorando da vicinissimo la storia dell’US Catanzaro tra la fine degli anni ’70 e i dogmi tattici di Claudio Ranieri.

Le “Sliding Doors” a tinte giallorosse: l’ira di Mazzone e l’estro di Chimenti

Per comprendere il profilo calcistico di Agostino Brancale, bisogna calarsi in un’epoca in cui le regole non ammettevano deroghe. Autodefinitosi “il Cabrini della Serie C”, l’esterno mancino vide la sua epopea incrociarsi con le Aquile nel 1978, in un ritiro estivo che sarebbe potuto sfociare in una gloriosa avventura in giallorosso sotto la guida dell’indimenticato Carlo Mazzone. Un’avventura, però, stroncata sul nascere da colpi di testa giovanili e ragioni di cuore.

Il racconto di quei giorni a Catanzaro è un ritratto affascinante: “Condividevo la stanza con il grande Vito Chimenti. Quante volte l’ho visto provare la famosa giocata della bicicletta in allenamento. Fuori dal campo era divertentissimo”, ricorda Brancale. Ma la goliardia costò cara alla coppia: “Dopo un’amichevole estiva contro il Lecce scappammo dal ritiro per andare in discoteca. Mazzone ci beccò e non accettò le nostre scuse”.

A sigillare il mancato matrimonio con il club calabrese fu, però, una fuga d’amore verso la natia Puglia per riabbracciare Maria, la donna che sarebbe diventata sua moglie. “Nella stessa estate tornai a Bari per qualche giorno. Volevo passare più tempo possibile con Maria, eravamo ancora fidanzati. Arrivai a Catanzaro in ritardo. Il mister non mi ha mai perdonato. Ho sbagliato, è vero. Ma ero innamorato”.

A lezione dal “Secchione” Claudio Ranieri

Se il legame diretto da calciatore con il Catanzaro si interruppe bruscamente, Brancale incrociò nuovamente la storia giallorossa qualche anno più tardi, alla Puteolana (stagione 1987-88), facendosi allenare da chi a Catanzaro aveva scritto pagine leggendarie in campo: Claudio Ranieri.

L’ex esterno offre un’analisi tattica preziosa sui primi passi in panchina del tecnico testaccino: “Era la sua seconda esperienza in panchina dopo la Vigor Lamezia. Lo conoscevo dai tempi del Catanzaro. Un vero secchione di tattica: si presentava agli allenamenti con le mazzette di giornali per studiare gli avversari”. Un approccio avanguardistico per la categoria, che rivoluzionò il modo di difendere della squadra: “Marcavamo soltanto a uomo, con lui scoprimmo la zona. Seguivamo l’azione, non più gli avversari”.

Memorabile l’aneddoto motivazionale prima di una sfida contro il Cagliari di Robotti, vero e proprio trampolino di lancio per la carriera di Ranieri: “Gli avversari si esibivano con colpi di tacco e giocate incredibili. Ranieri ci disse di osservarli durante il riscaldamento perché in partita avremmo dovuto mangiarli vivi. Il presidente del club sardo Tonino Orrù ascoltò tutto. Un anno dopo il mister cominciò la sua avventura al Cagliari grazie a quel discorso. La partita finì 1-0 per noi”.

Il ritiro prematuro: la famiglia oltre il rettangolo verde

La carriera di Brancale – che vanta un gol promozione indimenticabile nel 1984 con la maglia del Monopoli sotto la guida di Mario Russo – si interruppe a soli 30 anni. Una scelta dettata dalla lucidità e dall’esigenza di stabilità per la sua famiglia: “Il calcio dell’epoca, soprattutto nelle serie minori, non ti assicurava un futuro dignitoso. Mio padre gestiva una fabbrica, ho iniziato a fare l’operaio. Volevo stare vicino a Maria e alle mie figlie”.

La moglie Maria, figura centrale della sua vita, aveva tentato di seguirlo nel suo peregrinare sportivo: “Si dedicava alla musica ed era giusto così. Ci ha provato quando giocavo alla Salernitana, dopo cinque mesi tornò a Bari. Non poteva vivere lontano dalla sua arte”.

L’emozione dell’Ariston e l’eredità di Maria

Oggi, Agostino Brancale vive il calcio attraverso i ricordi, dedicandosi al ruolo di nonno a tempo pieno mentre le figlie Nicole (direttrice d’orchestra) e Serena (cantautrice) calcano i palcoscenici più prestigiosi d’Italia. Il brano Qui con me, portato da Serena a Sanremo, è un omaggio alla madre Maria, scomparsa nel 2020. Un’assenza che si fa presenza attraverso la musica: “Mia moglie era la parte più bella delle nostre vite. Musicista, cantante, insegnante, organizzatrice culturale: dove c’era arte, c’era lei. Da lassù, sono sicuro che avrà pianto anche lei”.

Sulla performance sanremese, l’ex calciatore non nasconde il lato umano: “Ho pianto anch’io, seduto sul divano di casa, abbracciando forte tutta la famiglia. Credo serva molto coraggio per presentare una canzone così al Festival di Sanremo. Il pubblico ha bisogno di spensieratezza. Questa è la lettera d’amore di una figlia a una mamma che non c’è più”.

Oltre la linea di fondo: il valore della memoria

Le traiettorie del pallone spesso deviano verso direzioni inaspettate. La storia di Agostino Brancale ci ricorda come il calcio degli anni Settanta e Ottanta fosse un microcosmo di regole ferree e passioni brucianti. Un mondo dove un ritardo in ritiro per amore costava l’esclusione dalla Serie A col Catanzaro, ma che al contempo formava uomini capaci di riconoscere il momento esatto in cui appendere gli scarpini al chiodo per dedicarsi agli affetti. “Ognuno di noi ha vissuto la scomparsa di una persona cara. La vita va avanti, torniamo a sorridere. Ma quella sensazione di vuoto non si affievolisce mai completamente”. Una lucidità che vale molto più di una giocata sulla fascia.

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