Con l’attivazione di ValDAE, anche la Valle d’Aosta entra nella rete dei First Responder. Una nuova applicazione consente di allertare cittadini formati e disponibili a intervenire rapidamente in caso di arresto cardiaco, riducendo i tempi prima dell’arrivo dei soccorsi sanitari.
Una novità positiva, ma che non può essere letta come un punto di arrivo. «È certamente un passo avanti – spiega il dottor Giuseppe Colangelo, cardiologo ed esperto di rianimazione cardiopolmonare – perché nell’arresto cardiaco ogni minuto è decisivo. L’avvio immediato della rianimazione e l’uso precoce del defibrillatore sono gli elementi che determinano la sopravvivenza».

Secondo Colangelo, i sistemi di attivazione dei First Responder rappresentano oggi uno degli strumenti più efficaci nella gestione dell’arresto cardiaco extraospedaliero, ma solo a precise condizioni. «Funzionano quando sono ben organizzati e realmente integrati con il sistema di emergenza 118/112. In quei contesti i risultati sono evidenti e misurabili».
Il problema, tuttavia, è il quadro nazionale. «Nel 2026 l’Italia resta un Paese a macchia di leopardo», sottolinea il cardiologo. «Oggi solo poche Regioni hanno adottato applicazioni strutturate e integrate per il coinvolgimento dei cittadini soccorritori: Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Marche e ora Valle d’Aosta. Nel resto del territorio queste opportunità semplicemente non esistono».
Una situazione che, per Colangelo, non è più giustificabile. «Non è una questione tecnologica. Le soluzioni sono disponibili e sostenibili. È una questione di equità e di responsabilità pubblica. La probabilità di sopravvivere a un arresto cardiaco non può dipendere dal luogo in cui accade».
Da qui la richiesta di una presa di posizione politica chiara. «Serve una scelta nazionale che superi la frammentazione regionale», afferma. «Occorrono standard comuni, interoperabilità dei sistemi, una governance definita, risorse strutturali e una reale integrazione con l’emergenza territoriale. Senza questi elementi continueremo ad avere cittadini di serie A e di serie B».
Secondo il cardiologo, la risposta all’arresto cardiaco dovrebbe rientrare a pieno titolo tra le garanzie essenziali del Servizio sanitario. «Non può essere lasciata alla buona volontà dei singoli territori più virtuosi. Ogni Regione deve essere messa nelle condizioni – e nella responsabilità – di offrire le stesse possibilità di salvezza».
«La vita non è un progetto pilota», conclude Colangelo. «È un diritto che deve essere tutelato in modo uniforme su tutto il territorio nazionale».
