di Dott. Giuseppe Colangelo
Cardiologo dello Sport – Esperto in cardioprotezione e rianimazione cardiopolmonare
Consigliere regionale Società Italiana di Cardiologia dello Sport – Regione Campania
Ancora una volta un giovane atleta viene colpito da arresto cardiaco durante l’attività sportiva.
Ancora una volta la notizia resta confinata a poche righe di cronaca locale.
Ancora una volta, dopo l’emozione iniziale, cala il silenzio.
Come medico, come cardiologo dello sport e come consigliere regionale della Società Italiana di Cardiologia dello Sport in Campania, sento il dovere di proporre una riflessione che non può più essere rimandata.
L’arresto cardiaco improvviso non è un evento raro né imprevedibile in senso assoluto. È una condizione che la comunità scientifica conosce, studia e affronta da anni. Può colpire l’atleta professionista così come il giovane dilettante, l’adulto che pratica sport amatoriale o chi decide di rimettersi in forma con una corsa domenicale.
È un evento “democratico”: può riguardare chiunque.
Eppure l’attenzione pubblica si accende quasi esclusivamente quando a essere coinvolto è un personaggio noto. In quei momenti si moltiplicano dibattiti, ipotesi, opinioni spesso non supportate da dati scientifici. Poi, nel giro di pochi giorni, tutto si spegne. E con esso si spegne anche la possibilità di trasformare l’emozione in cultura della prevenzione.
È necessario chiarire un punto fondamentale: l’arresto cardiaco improvviso nei giovani e negli atleti può avere cause diverse, spesso legate a patologie cardiache strutturali o elettriche talvolta silenti.
Per questo la cardiologia dello sport ha sviluppato nel tempo protocolli di screening sempre più accurati. Ma nessuno screening, per quanto rigoroso, può azzerare completamente il rischio.
La vera differenza, nella maggior parte dei casi, la fa ciò che accade nei primi minuti.
Riconoscere tempestivamente l’arresto cardiaco, iniziare immediatamente la rianimazione cardiopolmonare e utilizzare precocemente un defibrillatore automatico esterno (DAE) può determinare la sopravvivenza. La cosiddetta “catena della sopravvivenza” non è uno slogan: è un percorso concreto che richiede formazione, organizzazione e responsabilità condivisa.
In Italia sono stati compiuti passi importanti sul piano normativo e organizzativo, soprattutto in ambito sportivo. Ma non basta.
La cardioprotezione non può essere solo un obbligo formale.
Deve diventare cultura diffusa.
Serve una formazione sistematica alla rianimazione cardiopolmonare nelle scuole.
Serve una maggiore consapevolezza nelle associazioni sportive dilettantistiche.
Serve una mappatura realmente accessibile dei defibrillatori.
Serve un impegno continuo delle istituzioni, non legato all’eco mediatico del singolo episodio.
C’è poi un aspetto troppo spesso trascurato: il supporto psicologico. Un arresto cardiaco lascia un segno non solo nel paziente che sopravvive, ma anche nei familiari, nei compagni di squadra, negli allenatori e nei soccorritori laici intervenuti nei primi istanti. La presa in carico deve essere globale, non limitata all’evento acuto.
Come comunità scientifica dobbiamo continuare a promuovere ricerca, formazione e aggiornamento.
Come medici dello sport dobbiamo rafforzare il dialogo con il mondo laico e con le istituzioni.
Come società civile dobbiamo comprendere che la prevenzione non può essere intermittente.
Non possiamo accorgerci dell’arresto cardiaco improvviso solo quando riguarda un volto noto.
Ogni vita ha lo stesso valore.
Ogni episodio deve essere un richiamo alla responsabilità collettiva.
Parlarne per tre giorni non basta.
Dobbiamo parlarne sempre.
Dobbiamo formare, informare, coinvolgere.
Perché l’arresto cardiaco improvviso può colpire chiunque.
Ma una società preparata può fare la differenza tra una tragedia e una vita salvata.
