Il Corso che non c’è più nel racconto spontaneo di una utente Facebook
Una fotografia in bianco e nero è sufficiente a riaccendere la memoria collettiva di un’intera generazione. È l’immagine di una Catanzaro che non c’è più: una città a misura d’uomo, con poche automobili e un Corso Mazzini vivo, pulsante, attraversato da voci, incontri e sorrisi.
Nel pomeriggio, fino all’ora di cena, il Corso diventava la meta privilegiata del passeggio tradizionale, quello degli “scinduti e sagnuti”. Un rito quotidiano fatto di chiacchiere, saluti e risate, che trasformava l’arteria principale della città in un vero e proprio “salotto buono”, luogo di ritrovo dopo una intensa giornata di lavoro.
Oggi, quella Catanzaro sembra appartenere a un’altra epoca. Il centro storico appare avviato verso un declino che molti definiscono ineluttabile, paragonabile a un silenzioso “deserto dei Tartari”. Corso Mazzini, un tempo simbolo di vivibilità e socialità, è ridotto in larga parte a parcheggio per auto, vittima di disattenzione, degrado e scelte urbanistiche discutibili.
Emblematica, in questo senso, è la scomparsa della storica strettoia, “U Corzu strittu”, cancellata negli anni Settanta. Un luogo ricco di palazzi di pregio, attività storiche e ricordi: il negozio di dolciumi Talmone, quello delle banane – allora frutto raro ed esotico – il Circolo dei Cacciatori, La Commerciale per gli abiti da sposa, il bar Ascenti, rilevato nel 1957 dalla ditta Guglielmo e gestito da Tommaso Rotundo al pianterreno del Palazzo Serravalle.
Proprio Palazzo Serravalle rappresentava uno dei gioielli architettonici della zona, impreziosito da affreschi e dipinti di Andrea Cefaly senior, Rubens Gariani e Vitaliano Bruno. Eppure, il suo destino fu segnato da una lunga e aspra diatriba tra la Sovrintendenza ai Monumenti e alle Gallerie d’Arte della Calabria, guidata dall’architetto Giuliano Greci, e l’amministrazione comunale dell’epoca. Da un lato, la volontà di tutelare quelle vestigia del passato; dall’altro, un Consiglio comunale deciso ad abbattere tutto, ritenendo gli edifici fatiscenti e malsani, per allargare la strada e migliorare la viabilità.
La partita si chiuse alla fine del 1974, quando le ruspe entrarono in azione. L’ultimo a resistere fu proprio Palazzo Serravalle, ma un incendio – mai chiarito del tutto – ne compromise ulteriormente la struttura, accelerandone la demolizione. Non ci fu una vera protesta popolare, nonostante il gesto estremo della professoressa Emilia Zinzi, storica dell’arte, che si incatenò sul posto nel tentativo di fermare l’abbattimento.
A distanza di decenni, resta il giudizio severo su quella stagione politica, guidata dalla Democrazia Cristiana e dal sindaco Francesco Pucci: una politica definita miope, pratica e indifferente al valore storico e artistico dei luoghi, che preferì lo sventramento alla conservazione e al restauro.
Della stretta e caratteristica arteria del Corso non resta quasi nulla, se non il ricordo custodito nel cuore di molti catanzaresi. Al suo posto, panchine logorate dal tempo, un giardinetto spoglio e un obelisco sormontato dalla statua della Madonna, nel cortile intitolato a Nicholas Green: un luogo che fatica a evocare gli antichi fasti e lascia spazio a un sentimento diffuso di tristezza.
La domanda finale resta sospesa, carica di amarezza e speranza insieme: Catanzaro potrà mai risorgere agli antichi splendori?
L’augurio è sincero. Il timore, purtroppo, è che resti un’illusione.
