L’uomo della beffa al 94′: Iannarilli racconta il gol che ha gelato il Catanzaro

Il minuto 94 del “Partenio-Lombardi” rappresenta ancora una ferita aperta nell’ambiente giallorosso. Un epilogo difficile da metabolizzare. A firmare il pareggio per l’Avellino, negando al Catanzaro tre punti pesantissimi, è stato l’uomo meno atteso: Antony Iannarilli. L’estremo difensore ha abbandonato i propri pali per lanciarsi nell’area avversaria, trovando la deviazione vincente. A distanza di qualche giorno dalla rete che ha consolidato l’attuale crisi nei minuti di recupero per la formazione di Aquilani, il portiere è tornato sull’episodio ai microfoni di Tuttosport, raccontando le emozioni del gesto tecnico e ripercorrendo i momenti più bui del suo passato clinico.

L’istinto e la responsabilità dell’ultimo secondo

Abbandonare la propria trequarti per tentare l’assalto finale richiede una massiccia dose di coraggio. Una scelta dettata dall’istinto, mossa dalla necessità di ripagare la fiducia dell’ambiente. «Per me è un grande orgoglio», ha dichiarato Iannarilli sulle pagine del quotidiano sportivo. «Sono cose che ho sempre seguito con interesse e ora farne parte è speciale. È un gol che arriva in un momento importante, in una partita che non meritavamo di perdere. Per quello che abbiamo creato, sarebbe stato ingiusto uscire sconfitti. Sono felice perché ho dato una mano alla squadra ad avvicinarsi al traguardo».

La corsa verso l’area avversaria nasce dalla volontà di mettersi in gioco in un frangente delicatissimo. Un rischio calcolato. «Mi sono preso una responsabilità, ma fa parte del mio ruolo e della mia esperienza», ha precisato l’autore dell’1-1. Il suo rientro da protagonista non era affatto scontato, considerando le gerarchie interne e le recenti panchine. «Non avrei mai immaginato un ritorno così – ha ammesso – Sono sempre stato abituato ad essere protagonista, ma faccio parte di un gruppo di 30 persone e tutti dobbiamo dare il massimo ogni giorno. Le scelte poi spettano sempre all’allenatore, e noi dobbiamo accettarle e continuare a lavorare». Nessun rancore verso la guida tecnica, ma una connessione salda: «La fiducia con l’allenatore è sempre stata presente, anche quando ho giocato poco, mi ha sempre fatto sentire parte del gruppo».

L’ombra dell’intervento e la spinta di Giaccherini

Dietro l’esultanza rabbiosa di sabato scorso si cela un percorso umano tutt’altro che lineare. Il passato recente del numero uno biancoverde è stato segnato dal terrore di dover chiudere anzitempo la carriera a causa di un grave problema di salute. L’incubo ha preso forma prima dell’ingresso in sala operatoria. Ore di sconforto e lacrime amare. «Ho dovuto guadagnarmi tutto, dalla Serie D fino alla B, con lavoro e sacrificio», ha ricordato. «Prima dell’operazione ho pianto molto, non sapevo se sarei tornato a giocare».

In quel tunnel di incertezza, la svolta è coincisa con una telefonata inaspettata. Dall’altro capo del filo c’era Giaccherini, ex centrocampista della Nazionale. Una testimonianza diretta vitale, in grado di riaccendere la speranza. «Lui aveva vissuto la stessa situazione, e li ho trovato una grande spinta. Mi sono detto che se lui era riuscito a tornare in A, allora potevo farcela anche io».

Una vocazione nata per strada e l’equivoco familiare

La propensione al sacrificio estremo è un tratto genetico per chi indossa i guantoni. Un ruolo affascinante quanto spietato. Ci si nasce, non si impara ad amare i pali per puro caso. «Credo che portiere ci si nasca», ha spiegato Iannarilli. «Fin da piccolo ho sempre giocato in porta, buttandomi ovunque senza paura, è sempre stata una cosa che mi rendeva felice. È un ruolo che devi sentire dentro: è bellissimo anche se complicato».

Nei mesi più bui della degenza medica, il supporto degli affetti più stretti si è rivelato l’ancora di salvezza per mantenere intatto il morale. «Quando succedono queste cose, il primo pensiero va alla mia compagna Francesca e mio figlio Loris che mi hanno sempre sostenuto, anche nei mesi più difficili, strappandomi un sorriso». Proprio il bimbo di 4 anni è diventato l’inconsapevole protagonista di un divertente equivoco casalingo dopo l’incredibile rete contro i giallorossi. «Ora dice “gol, papà fa gol” – ha rivelato divertito il portiere – ma sto cercando di spiegargli che non è una cosa normale. Col tempo capirà che il portiere deve prima parare e solo in casi eccezionali può segnare».

Il colpo di testa incassato in Irpinia brucia inesorabilmente sulle gradinate del “Ceravolo”, segnando lo snodo esatto del momentaneo cortocircuito calabrese nei finali di gara. Per l’Avellino, al contrario, quella marcatura costituisce pura linfa vitale. Resta l’immagine cruda di un gesto atletico insolito, capace di stravolgere i tatticismi e azzerare in un attimo la sofferenza di una vita calcistica passata sull’orlo del baratro.

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