Tredici gol calciati direttamente dalla bandierina del calcio d’angolo. Un traguardo irripetibile che ha consegnato Massimo Palanca all’immortalità calcistica. Alla vigilia del delicato incrocio del Partenio, “O’Rey” scoperchia il baule dei ricordi in una lunga intervista concessa a OrticaLab.it. Il leggendario attaccante riavvolge il nastro fino alla storica promozione a braccetto del 1978, tracciando un ponte tra il calcio romantico di provincia e le dinamiche asettiche dell’era contemporanea. Nelle sue parole vibrano l’amore viscerale per la Calabria, il rispetto per gli avversari di un tempo e una lucida analisi su quello che sarà l’imminente Avellino-Catanzaro.
La trincea del Partenio e il genio di Mazzone
Le sfide in terra irpina non ammettevano mezze misure. Il clima era costantemente rovente. “Le sfide al Partenio erano sempre problematiche. C’era sempre un ambiente particolare, a volte ostile”, ammette Palanca. La memoria corre a un episodio limite consumatosi negli spogliatoi, la celebre sigaretta spenta sul volto di Carletto Mazzone. Il prato verde offriva battaglie fisiche contro marcatori spietati. “Per noi attaccanti era sempre dura perché di fronte avevamo gente tosta. C’era Di Somma, Cattaneo, Giovannone e Beruatto, che dei quattro era il più signorile”. A guidare le Aquile c’era un tecnico visionario. “Non scherziamo, Mazzone era il numero uno degli allenatori. In settimana ci spiegava le caratteristiche di ogni avversario. Fino al giovedì era uno spasso, dal venerdì in poi entrava in modalità partita e diventava una belva”.
Radici al Sud e critiche al calcio moderno
Arrivato in maglia giallorossa ad appena 21 anni, “O’Rey” ha costruito un legame indissolubile con la città. “Catanzaro è stata la mia vita. Lì mi sono sposato ed è nato mio figlio. I miei migliori amici sono tutti calabresi”. Un senso di appartenenza che cozza violentemente con l’atteggiamento dei professionisti attuali. “I calciatori di oggi sono fuori dal mondo. Scommetto che non sanno neppure dove si trova l’ufficio postale in città. Il calciatore deve stare a contatto con la gente”. Il giudizio tecnico sulle retroguardie odierne appare altrettanto severo. “Non voglio peccare di presunzione, ma le difese di oggi sono qualcosa di inaccettabile. Si segna liberi dentro l’area del portiere. Ai miei tempi era impensabile. Pensiamo a Paolo Rossi, ne avrebbe segnati 500 di gol in carriera”.
Da Iemmello a Biasci: lo sguardo sul presente
Il passaggio di consegne ideale porta inevitabilmente il nome di Pietro Iemmello. Il capitano incarna l’anima del gruppo, pur suscitando sentimenti contrastanti nel suo illustre predecessore. “Senza dubbio è il simbolo di questa squadra, anche se a volte mi fa arrabbiare”, sottolinea Palanca. “Tante volte lo vedo poco partecipe, poi si prende la scena con una delle sue giocate. È un leader, ma può fare ancora di più”. Il calendario impone ora di focalizzarsi sui novanta minuti di sabato. L’incrocio metterà il Catanzaro di fronte a vecchie conoscenze. “L’Avellino può ancora ambire ai play-off. Poi c’è un attaccante che stimo tantissimo: Tommaso Biasci, che con Iemmello era la coppia ideale. Si compensavano a vicenda in un modo straordinario”.
Il pronostico del mitico numero undici tratteggia “una partita scoppiettante, magari un pareggio con tanti gol”. Uscire indenni dal catino campano rappresenterebbe un tassello fondamentale per blindare la classifica in vista della post-season. La trasferta in Irpinia non assumerà mai i contorni di una gara banale. L’eco delle battaglie del passato deve servire da bussola ai ragazzi di oggi per affrontare la pressione di un ambiente storicamente complesso.
