Articolo a cura del Dott. Giuseppe Colangelo, cardiologo e istruttore certificato di primo soccorso
Perché non rendere davvero obbligatoria e continuativa l’educazione alla rianimazione cardiopolmonare nelle scuole? Perché non dedicare, durante i congressi sanitari, uno spazio pratico al ripasso delle manovre salvavita? E perché non prevedere aggiornamenti periodici di primo soccorso nelle scuole calcio e nelle squadre di Serie A, B e C?
Sono domande scomode. Ma diventano inevitabili ogni volta che si parla di arresto cardiaco improvviso e ci si accorge che, troppo spesso, la preparazione concreta delle persone viene affidata alla sensibilità dei singoli.
Una legge italiana prevede che nelle scuole secondarie di primo e secondo grado si realizzino iniziative formative sulle tecniche di primo soccorso. Devono comprendere la rianimazione cardiopolmonare di base, l’uso del DAE e la disostruzione delle vie aeree; sono estese anche al personale docente e ATA. La legge lascia però spazio all’autonomia scolastica. Questo rende possibile organizzare attività diverse da scuola a scuola e non garantisce, da solo, che ogni ragazza e ogni ragazzo svolga esercitazioni pratiche, provi le compressioni su un manichino e impari a usare un defibrillatore.
La stessa domanda riguarda chi lavora nella sanità. Medici e infermieri hanno un obbligo di formazione continua, ma il sistema ECM non comporta automaticamente un addestramento pratico periodico alle manovre di rianimazione. Eppure una RCP efficace richiede abilità da mantenere: riconoscere l’arresto, iniziare subito le compressioni, curare postura e biomeccanica, coordinarsi con gli altri soccorritori e utilizzare il DAE. La teoria è necessaria; la pratica aiuta a trasformarla in un gesto pronto quando il tempo è decisivo.
Anche lo sport deve interrogarsi. In un campo da calcio, durante un allenamento o una partita, un malore può colpire un atleta, un allenatore, un arbitro o uno spettatore. Le disposizioni prevedono DAE e personale formato nei contesti sportivi soggetti agli obblighi, ma la presenza di una persona formata non significa che tutti coloro che frequentano una squadra sappiano riconoscere un arresto e iniziare le prime manovre. Un DAE disponibile è fondamentale; lo è anche una comunità sportiva capace di attivarsi senza aspettare che sia sempre “qualcun altro” a intervenire. Dalle scuole calcio fino ai professionisti di Serie A, B e C, la formazione pratica e il ripasso periodico dovrebbero diventare una prassi strutturata, non una scelta opzionale.
Perché davanti a un’emergenza cardiaca non possiamo affidarci al caso o all’iniziativa del singolo: la cultura del primo soccorso deve diventare un patrimonio comune, diffuso e accessibile a tutti. Perché la vita di una persona non può dipendere soltanto dalla buona volontà.
