domenica 25 Gennaio 2026

Dagli angoli impossibili alla Fiamma Olimpica: Massimo Palanca si racconta a SportWeek. “Catanzaro? Un amore che mi commuove ancora”

L’imperatore giallorosso si confessa a SportWeek: dal segreto dei suoi 13 gol da corner al legame indissolubile con la città, passando per la nostalgia di un calcio tecnico e la rinascita dopo il terremoto

C’è un filo sottile ma resistente che lega la storia di un uomo alla città che lo ha eletto a proprio Re. Un filo che nemmeno il tempo, o le macerie di un terremoto, possono spezzare. Massimo Palanca, l’eterno numero 11 dal “piedino di fata” (numero 37), è tornato a parlare del suo Catanzaro, e lo ha fatto dalle colonne di SportWeek (Gazzetta dello Sport). L’occasione è stata il suo recente ruolo di tedoforo: un passaggio simbolico, dai suoi celebri “gol olimpici” (le reti direttamente da calcio d’angolo) alla Fiamma Olimpica vera e propria.

Il legame viscerale con la città e gli emigranti

Palanca, oggi nonno felice e commerciante, non nasconde l’emozione ripensando all’accoglienza ricevuta quando è tornato a Catanzaro con la torcia in mano. “Tornato a casa… mi sono ritrovato a riflettere su quanto era successo. Non posso che ringraziare la città per l’amore che ancora oggi mi riserva. È qualcosa che mi porterò dentro tutta la vita”.

Un amore ricambiato, figlio di undici stagioni vissute intensamente, in cui quel Catanzaro non era solo una squadra di calcio, ma un vessillo di riscatto sociale. “Al Sud, fra tanti problemi, in quegli anni valeva ancora di più”, ricorda Palanca, sottolineando l’orgoglio di aver costruito qualcosa di importante grazie a un gruppo coeso e all’unità con società e tifosi. Indelebile, nella memoria di O Rey, è l’immagine degli stadi del Nord: “Non dimenticherò mai la gioia dei tanti emigranti che riempivano gli stadi”.

L’arte del gol olimpico e il “patto” con Ranieri

L’intervista è anche un tuffo nella tecnica sopraffina di un calcio che non c’è più. Palanca detiene un record quasi mistico: 13 gol segnati direttamente dalla bandierina in Serie A. Ma qual era il segreto? Non solo il talento puro, ma una chimica perfetta con l’ambiente e i compagni. “A Catanzaro, grazie all’effetto del vento e al posizionamento dei miei compagni… diventava un cocktail letale”.

Palanca svela il ruolo chiave di un insospettabile complice: Claudio Ranieri. L’attuale tecnico, allora compagno di squadra, “si metteva davanti al portiere per disturbarlo”. Un’amicizia che dura ancora oggi: i vecchi compagni si ritrovano ogni anno per Capodanno nella tenuta di Ranieri a Siena, un rito sacro che testimonia la forza di quel gruppo.

Il calcio moderno e la vita dopo il ritiro

Lo sguardo di Palanca sul calcio odierno è critico, velato dalla malinconia di chi ha fatto della tecnica il suo credo. “Molti giocatori non hanno i fondamentali: ai miei tempi erano necessari”. Una distanza tecnica e filosofica che lo ha allontanato dalla panchina: dopo aver provato ad allenare, Palanca ha smesso perché “non riuscivo a trasmettere ai giocatori l’abc del calcio, parlavamo una lingua diversa”. Meglio il ruolo di osservatore per le giovanili, per provare a insegnare valori come “sacrificio, dedizione, lealtà”.

Ma la vita di Palanca non è stata solo glorie sportive. L’ex bomber ha raccontato il dramma del terremoto del 2016, che ha distrutto il suo negozio di abbigliamento a Camerino, nelle Marche. “Le macerie sono ancora lì”, racconta con amarezza, spiegando come abbia dovuto delocalizzare l’attività. A dargli la forza di ricominciare sono state la moglie (“un caterpillar”) e le nipoti.

Oggi, tra il lavoro e la famiglia, Palanca resta un’icona che attraversa le generazioni. I giovani studenti universitari andavano a trovarlo in negozio per una foto, pur non avendolo mai visto giocare, conoscendolo solo attraverso i racconti epici dei padri. Perché le leggende, quelle vere, non invecchiano mai.

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