La vittoria per 3-2 contro la Virtus Entella ha consegnato al Catanzaro tre punti fondamentali per la classifica e per il morale, ma il “day after” al Nicola Ceravolo non è fatto solo di celebrazioni per la rimonta e per la prestazione maiuscola di Pietro Iemmello e compagni. Sotto la lente d’ingrandimento della critica e degli addetti ai lavori resta un episodio che ha rischiato di compromettere l’intera gara: il calcio di rigore concesso agli ospiti all’11º minuto del primo tempo.
Un fischio che riapre un dibattito mai sopito nel calcio italiano, quello legato alla discrezionalità arbitrale e al concetto, sempre più nebuloso, di “intensità” nei contatti di gioco. Se il risultato finale ha lenito le ferite, l’analisi tecnica dell’accaduto rimane doverosa per comprendere le dinamiche che stanno governando la Serie B in questa stagione, dove il confine tra contatto fisico lecito e fallo da rigore sembra assottigliarsi pericolosamente, spesso a discapito dello spettacolo e della coerenza agonistica.
Anatomia di un fischio: la dinamica dell’undicesimo minuto
Per comprendere la portata delle perplessità sollevate da più parti, è necessario riavvolgere il nastro fino alle prime battute di gioco. La partita è giovane, l’equilibrio regna sovrano, quando un traversone spiove dalla fascia destra verso l’area di rigore giallorossa. È una situazione di gioco standard, una delle centinaia che si verificano in un campionato cadetto noto per la sua fisicità. Marconi, giocatore dell’Entella, prende posizione in area attendendo il pallone, mentre Matias Antonini, perno della difesa di Aquilani, tenta di intercettare la sfera posizionandosi tra il pallone e l’avversario.
L’arbitro Tremolada non ha esitazioni e indica il dischetto. Ma cosa è successo davvero in quella frazione di secondo? L’analisi frame-by-frame dell’episodio rivela diverse criticità interpretative che gettano ombre sulla decisione del direttore di gara. Non ci troviamo di fronte a una chiara occasione da gol sventata con le mani o a un intervento killer a gamba tesa. Siamo nel regno grigio dei contatti aerei, dove la fisica dei corpi in movimento gioca un ruolo cruciale.

Il primo elemento che salta all’occhio rivedendo le immagini è il caos generale che regna nell’area piccola in quel preciso istante. Non cade solo Marconi. Nella stessa azione, infatti, risultano effettivamente a terra tre giocatori della Virtus Entella. Questa “epidemia” di cadute simultanee dovrebbe, a rigor di logica, suggerire al direttore di gara una lettura prudente: è statisticamente improbabile che tre difensori commettano tre falli contemporanei nello stesso secondo. Piuttosto, questa molteplicità di cadute indica una situazione di sovrapposizione di corpi, scivoloni o perdite di equilibrio dettate dalla dinamica di gruppo più che dalla malizia del singolo.

Isolando il duello Antonini-Marconi, la sensazione di severità eccessiva si rafforza. L’arbitro ha punito esclusivamente il contatto del difensore brasiliano, ma le immagini non restituiscono la certezza di una spinta punibile. Antonini cerca il pallone, il suo movimento è coerente con il tentativo legittimo di contestare la sfera aerea. La domanda che ogni moviolista si pone in questi casi è: il difensore si disinteressa del pallone per caricare l’uomo? La risposta, in questo caso, sembra pendere verso il no.
Il concetto di “Intensità”: un parametro fuori controllo?
È qui che l’analisi tecnica deve necessariamente allargarsi a una riflessione più ampia, perfettamente inquadrata dal nostro Aurelio Fulciniti nelle sue pagelle post-gara. Fulciniti scrive: “Sulla reale intensità del rigore concesso all’Entella ci sarebbe molto da discutere, ma ormai quello di “intensità” è un concetto che sta sfuggendo di mano alla classe arbitrale italiana”.
Il termine “intensità” è diventato il rifugio sicuro di ogni decisione controversa, una sorta di “zona franca” dove il VAR non può intervenire perché si tratta di valutazione di campo. Tuttavia, nel caso specifico di Antonini, il contatto appare decisamente borderline. Non è visualizzabile una spinta marcata, né un movimento violento delle braccia che giustifichi il crollo dell’avversario. La posizione dei corpi è ravvicinata, com’è naturale che sia in marcatura, ma non emerge quella “negligenza” o “imprudenza” che il regolamento richiede per assegnare la massima punizione.
Se applichiamo questo metro di giudizio in modo universale, ogni calcio d’angolo o calcio di punizione in Serie B dovrebbe generare almeno due o tre rigori a partita. Il calcio è uno sport di contatto, e la difesa della posizione prevede l’uso del corpo. Punire un contatto di gioco legittimo nel tentativo di intercettare il pallone significa snaturare l’essenza stessa della fase difensiva, costringendo i difensori a una passività innaturale per il timore di incappare in sanzioni draconiane.
L’episodio dell’11º minuto diventa quindi l’emblema di una tendenza preoccupante: la trasformazione di contatti veniali in falli decisivi. La caduta di Marconi, che potrebbe essere stata causata da un incrocio di gambe fortuito o addirittura da un contatto con un proprio compagno nel caos dell’area, viene elevata a fallo da rigore senza che vi sia l’evidenza solare di un danno procurato.
L’incoerenza arbitrale: il precedente su Iemmello
Ciò che rende il rigore concesso all’Entella ancora più indigesto per la piazza giallorossa non è l’errore in sé – l’errore umano fa parte del gioco – ma l’incoerenza nel metro di giudizio applicato a distanza di pochi giorni. Come ha giustamente lasciato intendere mister Alberto Aquilani nel post-gara, il pensiero corre inevitabilmente all’episodio di venerdì scorso contro il Pescara, quando si era verificata una situazione analoga (se non addirittura più netta) con protagonista il capitano Pietro Iemmello.
In quell’occasione, il direttore di gara aveva optato per il play on, giudicando il contatto come una normale dinamica di gioco. Questo crea un corto circuito logico e una pericolosa incertezza sui criteri di valutazione: se il contatto su Iemmello non era stato ritenuto punibile, risulta incongruente concedere il rigore al Ceravolo per una situazione apparentemente più lieve e confusa. Questa disparità di trattamento tra una giornata e l’altra mina la credibilità delle direttive e alimenta quel senso di frustrazione che complica la lettura delle gare per giocatori e tecnici.
Non è un caso che Antonini, condizionato dall’episodio e dal successivo cartellino giallo, sia stato sostituito all’intervallo da Aquilani per evitare guai peggiori. Un rigore dubbio non impatta solo sul tabellino, ma altera gli equilibri psicologici dei singoli e le strategie degli allenatori. L’incoerenza con la decisione precedente evidenzia un’applicazione non omogenea dei criteri arbitrali, un problema che il designatore Rocchi dovrà affrontare con decisione.
Il ruolo del VAR: tra interventismo e silenzio
In questo scenario, il ruolo del VAR rimane ambiguo. Fulciniti parla di una “chiamata al VAR capziosa ed inutile nel primo tempo” riferendosi a un altro episodio, ma la riflessione si estende anche al rigore concesso. Perché la tecnologia, nata per correggere i “chiari ed evidenti errori”, non interviene per suggerire una On Field Review in caso di contatti così leggeri?
Probabilmente la risposta risiede nel protocollo stesso, che protegge la decisione di campo quando c’è un minimo contatto, lasciando al VAR le mani legate sulla valutazione dell’intensità. Tuttavia, rimane una decisione nel range della discrezionalità arbitrale in una situazione di contatto dubbio in area. Questo “range” sta diventando troppo ampio, permettendo interpretazioni diametralmente opposte per episodi identici, variando in base alla severità con cui il singolo arbitro desidera sanzionare i contatti aerei.
Oltre l’errore: la forza della reazione
Se l’analisi della moviola ci consegna un quadro a tinte fosche sulla gestione arbitrale, il campo ci ha restituito una verità luminosa: questo Catanzaro ha gli anticorpi per resistere anche alle ingiustizie (o presunte tali). A differenza di quanto accaduto in passato, o in altre piazze dove episodi del genere avrebbero innescato spirali di vittimismo e nervosismo distruttivo, la squadra ha saputo incassare il colpo e reagire.
La vittoria per 3-2 contro l’Entella, costruita con la rabbia agonistica di Pontisso e la classe eterna di Iemmello, assume un valore doppio proprio alla luce di quanto analizzato. Vincere “nonostante” le decisioni avverse è il marchio di fabbrica delle grandi squadre.
Il rigore assegnato alla Virtus Entella rimane un episodio tecnicamente discutibile, figlio di una valutazione dell’intensità che non trova riscontro nelle immagini e che cozza con la gestione di altri contatti nel corso della gara. Se la classe arbitrale italiana vuole recuperare credibilità, deve necessariamente trovare uniformità di giudizio, specialmente in un campionato equilibrato e imprevedibile come la Serie BKT. Per il Catanzaro, resta la consapevolezza di essere più forte anche degli episodi dubbi, una dote che sarà fondamentale nella corsa verso le zone nobili della classifica.
