D’Alessandro illude, poi la rimonta lagunare decisa dagli episodi: l’espulsione di Verrengia e un rigore regalato spianano la strada a Stroppa. Ma rispetto a Frosinone, il secondo tempo lascia perplessi
C’è un filo rosso, doloroso e beffardo, che collega lo “Stirpe” di Frosinone al “Penzo” di Venezia. Per la seconda volta consecutiva, il Catanzaro esce sconfitto dal campo della capolista (o vice-capolista, in questo caso) pagando a carissimo prezzo l’inferiorità numerica. Finisce 3-1 per i lagunari, un risultato che punisce oltremodo i giallorossi ma che, analizzato a freddo, porta a galla due verità: la rabbia per una direzione arbitrale apparsa severa negli episodi chiave e l’onestà intellettuale di ammettere un calo di tensione fatale nella seconda frazione di gioco.
L’illusione e la doccia fredda
Eppure l’approccio era stato da grande squadra. Pronti, via e il Catanzaro aveva gelato la Laguna: l’asse Iemmello-D’Alessandro aveva confezionato il vantaggio immediato, con il numero 77 abile a scattare sul filo del fuorigioco (confermato dopo un lungo check VAR) e a battere Stankovic. Sembrava il preludio all’impresa, ma il Venezia ha risposto con l’agonismo tipico di chi sente l’odore della Serie A, trovando il pari con Busio su una palla sporca in area.
La svolta: la scivolata “maledetta”
La partita, vibrante ed equilibrata nel primo tempo, ha cambiato volto nella ripresa su un episodio che definire sfortunato è un eufemismo. Al 73′, il neo-entrato Verrengia è scivolato fatalmente davanti alla propria area: un errore tecnico involontario che si è trasformato in tragedia sportiva quando il difensore, per fermare Yeboah lanciato a rete, ha toccato la palla con la mano. L’arbitro Ayroldi, richiamato al monitor, non ha avuto dubbi: rosso diretto. Una “ingenuità” costata carissima, che ha lasciato la squadra in dieci nel momento in cui la pressione avversaria si stava facendo asfissiante.
Il rigore della discordia e l’analisi tattica
Se l’espulsione ha inclinato il piano inclinato del match, il colpo di grazia è arrivato all’83’ con il rigore concesso per fallo di Antonini su Kike Perez e trasformato da Adorante. Un penalty che ha scatenato la furia dei tifosi giallorossi, considerando che la palla era destinata nelle braccia di Pigliacelli. Nel recupero, con il Catanzaro sbilanciato alla disperata ricerca del pari, è arrivato il tris di Casas in contropiede a chiudere i conti.
Tuttavia, al netto delle recriminazioni arbitrali e dei singoli, l’analisi tattica impone una riflessione. Rispetto alla sconfitta di Frosinone, dove la prestazione era stata eccellente per tutti i 90 minuti, a Venezia si è visto un Catanzaro a due facce. Se la prima frazione è stata di personalità, il secondo tempo è apparso troppo rinunciatario. La squadra di Aquilani ha faticato a ripartire, schiacciata dall’agonismo fisico dei padroni di casa che, già prima dell’espulsione, avevano preso in mano il pallino del gioco facendo – per usare un’espressione cara ai tifosi – “il bello e il cattivo tempo”.
Due indizi fanno una prova: contro le corazzate il Catanzaro se la gioca alla pari, ma i dettagli (e le espulsioni) stanno diventando una tassa insostenibile per le ambizioni di alta classifica.
