La notte di Palermo ha lasciato ferite profonde nel Pescara di Vincenzo Vivarini, uscito dal “Barbera” con un pesantissimo 5-0 e una sensazione di resa collettiva. I rosanero, costruiti per la promozione, hanno imposto un dominio totale, travolgendo una squadra che si è sciolta dopo il primo gol e non ha mai mostrato segni di reazione. Le reti di Pierozzi (doppietta al 23’ e 58’), Segre (46’), Brunori (72’) e Diakité (82’) hanno sancito una sconfitta che va ben oltre il risultato, evidenziando tutte le fragilità di una formazione in caduta libera. Il Pescara, che appena un anno fa sembrava avere basi solide per consolidarsi in categoria, oggi mostra crepe strutturali e psicologiche profonde, con una rosa che appare disorientata e priva di punti di riferimento.
La partita è durata appena venti minuti, il tempo per vedere una squadra ordinata e in partita. Poi, dopo il vantaggio del Palermo, il Delfino si è disunito completamente, perdendo linee, aggressività e mentalità. È il quarto ko nelle ultime cinque giornate, il dodicesimo gol subito nelle ultime tre partite: numeri che fotografano una crisi totale. E a rendere la situazione ancora più amara è la qualità del tecnico, Vivarini, un allenatore che a Catanzaro aveva costruito un ciclo virtuoso e che ora, paradossalmente, sembra prigioniero di un gruppo che non riesce a seguirlo né sul piano tattico né su quello emotivo.
Pescara, Vivarini tra orgoglio e disillusione
Nel dopogara, Vivarini ha provato a mantenere lucidità e onestà. “Siamo fragili, non possiamo abbassare la testa dopo un gol. Dobbiamo ritrovare coraggio e fiducia,” ha dichiarato ai microfoni di Rete8. Un messaggio che non nasconde la gravità della situazione. Il tecnico abruzzese, che al Catanzaro aveva dimostrato di saper gestire anche i momenti difficili, qui si trova a combattere un contesto diverso, fatto di precarietà e scetticismo. A pesare, certo, c’è anche l’emergenza infortuni, con assenze importanti come Oliveri, Olzer e Tsadjout, ma il problema sembra più ampio: manca una struttura mentale.
La squadra non difende più di reparto, i centrocampisti lasciano spazi enormi, gli esterni non rientrano e la fase offensiva si affida a spunti individuali che non arrivano quasi mai. Nella mente dei tifosi del Catanzaro resta il ricordo di un Vivarini metodico, ossessivo nel pressing, preciso nella costruzione dal basso; a Pescara, invece, sembra aver perso il controllo del quadro complessivo. “Sappiamo che è un momento complicato, ma non possiamo farci travolgere. Dobbiamo lavorare, credere, restare uniti,” ha aggiunto l’allenatore, quasi a voler trasmettere serenità in un ambiente che oggi vive di paura.
Lo sfogo del presidente Sebastiani
Se Vivarini ha scelto la via della calma, il presidente Daniele Sebastiani ha imboccato quella della rabbia. Il suo sfogo dopo il fischio finale è stato durissimo, senza filtri né diplomazia. “Mi sono rotto le scatole. Questa squadra non corre, cammina,” ha dichiarato ai microfoni, puntando il dito contro atteggiamento e impegno. È stato un messaggio diretto, rivolto ai giocatori più che all’allenatore: “Non voglio tornare in Serie C, dobbiamo cambiare mentalità e lavorare di più. Non è una critica a qualcuno in particolare, ma un obbligo per tutti.”
Il presidente, che ha confermato per ora la fiducia a Vivarini, ha però lanciato un avvertimento chiaro. “Se non cambia l’atteggiamento, cambierà il resto.” È la frase che fotografa la tensione che aleggia a Pescara, dove la fiducia nel progetto tecnico resiste solo perché non ci sono alternative immediate credibili. Sebastiani non ha nascosto la delusione anche sul piano tecnico e fisico: “Già con Oddo non correvamo, ora è la stessa storia. Serve gente che lotti, non che passeggi.” Le sue parole hanno trovato eco sui social e tra i tifosi presenti al Barbera, molti dei quali hanno fischiato la squadra e chiesto una scossa.
Nel disastro generale, un’unica nota positiva: il giovane Brandes, elogiato dal presidente come “l’unico che guardava verso la porta avversaria”. Un elogio che suona più come una condanna per tutti gli altri. Brandes, 20 anni, è stato l’unico a provarci, a cercare la verticalità, a non arretrare di fronte alla pressione di un Palermo nettamente superiore. Ma da solo non può bastare.
Un futuro appeso al Monza
Il calendario non fa sconti. Il Pescara affronterà domenica prossima il Monza, una delle squadre più in forma del campionato, e lo farà con una classifica sempre più preoccupante e una tifoseria in ebollizione. Per Vivarini sarà una partita spartiacque: o arriva una reazione, oppure il rischio di un cambio tecnico diventa reale. Nonostante le parole concilianti del presidente, l’allenatore è consapevole di camminare su un filo sottile. “Non cerco alibi, ma servono risposte concrete. Questa squadra può e deve fare di più,” ha ribadito.
Per i tifosi del Catanzaro, che hanno conosciuto il miglior Vivarini, questo momento ha un sapore agrodolce. Lo stesso tecnico che aveva trasformato i giallorossi in una delle squadre più organizzate del Paese ora si ritrova a lottare per sopravvivere in un contesto dove la fiducia è evaporata e la paura domina. Ma se la storia insegna qualcosa, è che Vivarini non è uomo da resa: anche nelle stagioni più difficili, la sua cifra è sempre stata quella del lavoro, della coerenza e della pazienza.
Il Pescara dovrà dimostrare di seguirlo ancora. Palermo ha lasciato scorie, ma può anche essere la frustata per ripartire. La prossima settimana dirà se questa è stata solo una caduta di percorso o l’inizio di un declino. Vivarini resta al timone, ma la fiducia ora è un credito che dovrà ripagare sul campo, con i fatti e non più con le parole.
