Shaka Mawuli Eklu, centrocampista ghanese oggi protagonista ad Arezzo, custodisce nei ricordi e nelle scelte quotidiane un legame indissolubile con il Catanzaro: la storia del numero 16 e di quella stagione in giallorosso che lo ha segnato profondamente, tanto da farlo tornare a indossarlo ogni volta che ha potuto. Un racconto di fedeltà ai simboli, di passione vera e di come il calcio sia fatto di numeri che diventano identità.
Il numero che unisce il presente al passato
«Il numero 16 è una curiosità che porto con me da tempo», ha spiegato Shaka Mawuli durante l’intervista ad Amaranto Channel, il canale della società. «L’ho avuto a Catanzaro, dove quell’anno andò molto bene: arrivammo terzi in campionato, dietro alla Juve Stabia». Quella stagione 2018-2019 nel capoluogo calabrese non è stata una parentesi, ma il momento che ha forgiato la sua carriera: 23 presenze e 3 gol, cifre modeste nei numeri ma enormi nel significato. Non è stata semplice prestazione, è stato il trampolino da cui il giovane centrocampista ghanese ha iniziato a costruire la sua storia nel calcio italiano.
Quando il destino calcistico lo ha portato ad Arezzo nell’estate del 2023, il primo gesto significativo è stato uno solo: cercare il numero 16. «Quando sono arrivato ad Arezzo tre anni fa e ho visto che il 16 era libero, non ci ho pensato due volte». Non è superstizione, ha chiarito il giocatore con lucidità. È il riconoscimento consapevole che nel calcio, quando qualcosa funziona, quando regala gioie e identità, la saggezza suggerisce di seguire quella strada. Prima di Arezzo, Shaka Mawuli aveva vestito il numero 16 anche a Fano, mentre a Lucca aveva dovuto adattarsi al 19 per questioni di disponibilità. Ogni scelta di maglia racconta una storia; ogni numero è un capitolo.
La maturità di chi ha capito cosa conta davvero
«Per me il numero conta poco: quello che conta davvero è ciò che riesci a dare in campo, sia nei giorni buoni che in quelli meno brillanti», ha sottolineato Shaka Mawuli con consapevolezza matura. A 27 anni, con due figli e una carriera costruita passo dopo passo nei campionati minori italiani, il centrocampista ghanese ha imparato che i simboli non sono gabbie ma finestre su momenti preziosi. Per questo, dopo aver indossato il numero 8 in questa stagione ad Arezzo, continua a parlare del 16 non con nostalgia ma con gratitudine.
La sua presenza in Toscana è diventata ormai strutturale: ben 87 presenze in maglia amaranto, che lo hanno consolidato come uno dei punti fermi della squadra aretina. Ha costruito questo status grazie a «allenatori che mi hanno dato fiducia e mi hanno aiutato a crescere», ha spiegato. Un viaggio che lo ha portato a superare un infortunio importante, ritrovando serenità e motivazione attraverso il lavoro quotidiano e il supporto della società e dei compagni.
Dalle esultanze spontanee al legame con i tifosi: la filosofia di Shaka Mawuli
Lo spogliatoio è diventato la sua famiglia. «Mi piace stare con i miei compagni, parlare, scherzare, ballare. Quest’anno ho trovato anche Momo (Varela) che ama ballare quanto me! Siamo come una famiglia». Questa apertura umana, questa capacità di «capire le persone e imparare da loro», come ha dichiarato stesso, è la qualità che lo ha reso essenziale nello scacchiere tecnico e nello spirito dello spogliatoio.
Nelle recenti settimane, Shaka Mawuli ha espresso con profondità e sensibilità il suo pensiero sull’importanza dei tifosi, in particolare dopo l’assenza della curva durante la trasferta di Terni. «Entrare in campo e vedere quel settore vuoto è stato un momento di dispiacere», ha raccontato. «In curva ci sono persone che lavorano, che sudano, che mettono il cuore per la propria squadra». Per un giocatore che ha iniziato la sua storia italiana proprio nel capoluogo calabrese, dove il tifo è una religione, quelle parole hanno il peso di chi conosce il valore autentico di una maglia.
«La maglia che noi indossiamo è fatta anche delle loro storie, di anni di passione. C’è gente che da quarant’anni segue l’Arezzo in ogni trasferta. Sono loro che ci spingono, nel bene e nel male, quando vinciamo, pareggiamo o perdiamo». È la filosofia di chi ha compreso che il calcio non è solo tecnica e tattica: è comunità, è sacrificio condiviso, è il tifo che alimenta le gambe di chi corre in campo.
La forza della curva nel momento della stanchezza
Un aneddoto perfetto spiega come il supporto dei tifosi si traduca in energie fisiche e mentali: «Contro il Campobasso, ad esempio, ero stanco al 75′, ma sentendo la curva cantare, anche sul 4-1, ho trovato la forza per fare una corsa in più. Volevano di più, e noi volevamo darglielo». Questo è il rapporto autentico tra calciatore e tifoseria. Non è retorica; è il racconto di chi vive quotidianamente quella simbiosi.
Mawuli ha aggiunto una riflessione che sa di saggezza: «Il 99% dei tifosi, in tutto il mondo, va allo stadio per divertirsi, per stare con la propria famiglia, per vivere la partita. Come c’è chi nasce cacciatore, c’è chi nasce tifoso: è una passione che ti accompagna per tutta la vita». Un appello implicito alla serenità, al buonsenso, alla consapevolezza che le generazioni crescono negli stadi e imparano dalle scelte degli adulti.
Da Catanzaro ad Arezzo: la lealtà ai colori che portano dentro
La storia di Shaka Mawuli Eklu rappresenta un aspetto affascinante del calcio moderno, dove i giocatori costruiscono identità multiple: quella del professionista che cambia maglie per trovare spazi di gioco, quella del professionista che mantiene legami indissolubili con i club che l’hanno lanciato. Il numero 16 del Catanzaro rimane il passaporto invisibile di Mawuli: ogni volta che può, lo indossa, ogni volta che lo indossa racconta della stagione 2018-2019 in cui i giallorossi arrivarono terzi, alle spalle dei campioni.
Oggi, ad Arezzo, con 87 presenze all’attivo e un contratto prolungato fino al 2028, il centrocampista ghanese continua a rappresentare quei valori che iniziò a costruire in Calabria: lealtà, dedizione, comprensione che il calcio è di chi lo vive con il cuore. Per Shaka Mawuli, il numero 16 non è semplice curiosità, è testimonianza di una promessa mantenuta: quella di giocare ovunque con la serietà e la passione che Catanzaro gli ha insegnato.
