lunedì 26 Gennaio 2026

Bari, notte di caos: contestazione feroce per gli ex Catanzaro Magalini e Caserta

La domenica sera del “San Nicola” ha restituito un’immagine che, agli occhi di noi osservatori di fede giallorossa, possiede i contorni nitidi di un film già visto, seppur con sfumature diverse. La sconfitta interna per 2-3 contro il Frosinone ha fatto saltare il banco in casa Bari, scatenando una contestazione feroce che non ha risparmiato nessuno.

Nel mirino della Curva Nord e dei gruppi organizzati sono finiti i due volti che, fino a poco tempo fa, calcavano il prato del “Ceravolo” e frequentavano gli uffici di via Gioacchino da Fiore: Giuseppe Magalini e Fabio Caserta. Quello che sta accadendo in Puglia è la chiusura – forse definitiva – di un cerchio narrativo iniziato sui Tre Colli, una parabola che ci insegna molto sulle dinamiche del calcio al Sud, dove la competenza tecnica, se scollegata dall’empatia ambientale, rischia di naufragare alla prima tempesta.

La notte dei lunghi coltelli al San Nicola

Non si fanno più prigionieri a Bari. La tregua, fragile e nervosa, che aveva retto nelle prime settimane di questa stagione 2025/26, si è frantumata domenica sera, 23 novembre. Il triplice fischio che ha sancito la vittoria del Frosinone (2-3) ha dato il via, dopo 24 ore, a una protesta che covava sotto la cenere da tempo. Striscioni inequivocabili sono apparsi all’esterno dell’Astronave di Renzo Piano, con messaggi diretti, crudi, che non lasciano spazio a interpretazioni diplomatiche.

Se fino a qualche settimana fa la tifoseria barese aveva tenuto la squadra e l’area tecnica parzialmente al riparo, concentrandosi sulle critiche societarie, ora il vaso è colmo. Fabio Caserta, tecnico calabrese chiamato a rilanciare i galletti, è accusato di una gestione tattica confusa e di un’identità di gioco mai sbocciata. Ma la rabbia dei pugliesi va oltre il campo e colpisce chi quella squadra l’ha costruita: Giuseppe Magalini. Il direttore sportivo, arrivato in Puglia con l’etichetta di “mago delle promozioni” dopo il miracolo sportivo di Catanzaro, è ora sul banco degli imputati insieme a Valerio Di Cesare, storico capitano e oggi dirigente, considerato dai tifosi complice di una programmazione definita “campata in aria”.

Secondo le indiscrezioni raccolte dai colleghi di BariViva.it, la frattura tra città e club appare insanabile e non si escludono nuove manifestazioni di dissenso nelle vie del capoluogo pugliese. Una situazione esplosiva che noi, da Catanzaro, osserviamo con il distacco di chi ha già metabolizzato l’addio, ma con l’interesse analitico di chi vuole capire come lo stesso ticket dirigenziale-tecnico possa produrre risultati ed effetti emotivi così contrastanti.

Giuseppe Magalini: L’architetto del miracolo e l’addio glaciale

Per comprendere il presente di Bari, dobbiamo riavvolgere il nastro e analizzare con freddezza i numeri e i fatti del biennio di Magalini a Catanzaro. Il dirigente veneto è sbarcato in Calabria nel luglio 2022, reduce da un’esperienza a Vicenza. Il suo impatto è stato devastante, in senso positivo.

I numeri di un trionfo irripetibile

Magalini è stato l’uomo che, insieme alla famiglia Noto e a Vincenzo Vivarini, ha costruito la macchina perfetta della stagione 2022-2023. I dati di quell’annata restano scolpiti nella pietra della storia della Serie C: promozione diretta a marzo, record di punti, una media gol spaventosa e un calcio che ha fatto stropicciare gli occhi all’Italia intera. È stato Magalini a puntellare una rosa già forte con innesti mirati, a gestire le scadenze, a garantire quell’equilibrio nello spogliatoio che ha permesso a Pietro Iemmello di frantumare ogni record realizzativo e alla squadra di volare sulle ali dell’entusiasmo.

magalini
Foto: US Catanzaro 1929

Anche l’anno successivo, il primo in Serie B dopo un calvario durato quasi vent’anni, porta la firma indelebile del DS. Il quinto posto finale e la semifinale playoff persa con onore sono risultati che certificano la bontà del lavoro tecnico. La programmazione, la scelta di profili adatti alla categoria, la valorizzazione di asset come Vandeputte e Fulignati: tutto lasciava presagire un ciclo lungo.

La rottura del 2024

Tuttavia, il calcio non è solo algoritmi e bilanci. Nell’estate del 2024, qualcosa si è rotto. Tensioni sotterranee, mai del tutto chiarite pubblicamente, divergenze strategiche con la proprietà e forse l’ambizione di cercare nuove sfide hanno portato alla risoluzione del contratto a giugno 2024. Ciò che ha ferito la piazza catanzarese, più dell’addio in sé, è stata la modalità. Un congedo freddo, burocratico, seguito dopo pochissimi giorni dalla firma con il Bari.

Per il tifoso del Catanzaro, che vive di pane e appartenenza, vedere l’artefice della promozione accasarsi immediatamente in una piazza rivale, senza un vero saluto emotivo, è stato vissuto come un tradimento. Magalini ha portato a Bari la sua competenza, ma ha lasciato a Catanzaro la sensazione di essere stato solo un professionista di passaggio, mai davvero innamorato della causa.

Fabio Caserta: Il “prigioniero” dei risultati e dei fantasmi

Se la storia di Magalini è quella di un successo finito male, quella di Fabio Caserta a Catanzaro è stata complessa fin dal primo giorno. Arrivato nell’estate 2024 per raccogliere l’eredità pesantissima di Vincenzo Vivarini, Caserta si è seduto su una panchina che scottava come l’asfalto di agosto.

Un sesto posto che non ha mai scaldato i cuori

Bisogna essere onesti intellettualmente: i numeri di Caserta a Catanzaro non sono stati per nulla negativi, anzi. Chiudere la stagione 2024/25 al sesto posto, centrando nuovamente i playoff in un campionato di B sempre più competitivo (con corazzate paracadutate dalla A e proprietà straniere), è un risultato oggettivamente positivo. La squadra ha mantenuto la categoria con agio, ha lottato per le zone nobili e ha offerto sprazzi di buon calcio.

CASERTA CATANZARO PALERMO 33
Foto: US Catanzaro 1929

Eppure, il feeling non è mai scattato. Mai. Sulla testa di Caserta pesava come un macigno il passato sulla panchina del Cosenza, storico rivale dei giallorossi. Nel calcio del Sud, il curriculum non è solo una lista di squadre allenate, è una mappa di affetti e inimicizie. La tifoseria giallorossa lo ha accolto con scetticismo, scrutando ogni sua scelta tattica con la lente d’ingrandimento. Lì dove Vivarini proponeva un calcio sinfonico, fluido, quasi ipnotico, il Catanzaro di Caserta è apparso spesso più pragmatico, talvolta involuto, incapace di accendere la scintilla della passione. Le critiche sulla gestione dei cambi, sull’impiego dei giovani e su un atteggiamento talvolta rinunciatario in trasferta hanno accompagnato l’intera stagione.

L’epilogo e la “liberazione”

La risoluzione del contratto nel giugno 2025, dopo una sola stagione, è stata l’inevitabile conclusione di un rapporto mai nato. Nonostante la società fosse pronta a sostenerlo ancora, Caserta ha preferito non accettare il rinnovo, conscio di un ambiente che lo tollerava ma non lo amava. La reazione della piazza alla notizia è stata emblematica: un sospiro di sollievo collettivo. “Una liberazione”, si leggeva sui social e si ascoltava nei bar di Corso Mazzini. Esattamente come Magalini, anche Caserta ha impiegato pochissimo a trovare una nuova casa: Bari. Una scelta che ha ricomposto la coppia in Puglia, portando con sé tutto il bagaglio di scetticismo che ora sta esplodendo al San Nicola.

Bari come specchio deformante: l’importanza dell’empatia

Oggi, guardando le immagini della contestazione barese dopo il KO col Frosinone, è impossibile non tracciare un parallelo. Catanzaro ha vissuto le esperienze di Magalini e Caserta su due piani temporali e qualitativi diversi, ma l’esito umano è simile a quello che si sta verificando in Puglia.

Bari e Catanzaro sono piazze viscerali. Sono città dove il calcio non è intrattenimento domenicale, ma religione laica. In questi contesti, il professionista asettico, quello che porta i risultati (come Magalini) o che fa il suo compitino (come Caserta), ma che non si sporca le mani con l’umore della gente, ha vita breve. Magalini ha sottovalutato quanto l’aspetto emotivo incida sulla pazienza di una piazza: a Catanzaro gli sono stati perdonati alcuni errori grazie ai risultati eccezionali del primo anno, ma al primo scricchiolio il rapporto si è rotto. A Bari, dove non godeva del credito della promozione dei record, la luna di miele non è mai iniziata.

Per Caserta il discorso è tattico e caratteriale. La sua rigidità, unita a una comunicazione spesso troppo difensiva, mal si sposa con piazze che chiedono coraggio. Il tifoso del Sud perdona la sconfitta se vede il sangue agli occhi, ma non perdona la confusione o la paura. Il 2-3 contro il Frosinone, arrivato in rimonta o con errori di gestione, è la classica scintilla che fa esplodere la polveriera.

Una lezione per il futuro

La vicenda Bari deve servire da monito e da insegnamento. Il Catanzaro ha saputo voltare pagina, affidandosi a nuove figure e cercando di ricostruire quel clima di simbiosi tra squadra e spalti che è stato il vero segreto della rinascita post-2022. Magalini e Caserta restano due professionisti di alto livello, i cui risultati parlano chiaro (promozioni, playoff), ma la loro parabola attuale dimostra che nel calcio moderno, specialmente in Serie B e al Sud, il “fattore umano” è una variabile che non può essere esclusa dall’equazione.

Vedere oggi striscioni contro di loro fa un certo effetto, ma conferma che la scelta di separarsi, da ambo le parti, è stata probabilmente quella giusta per il Catanzaro. A Bari, invece, la stagione rischia di trasformarsi in un calvario se non ci sarà una scossa immediata. Ma ricucire uno strappo del genere, con dirigenti e tecnici ormai delegittimati dalla piazza, è impresa che raramente riesce nel calcio.

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