L’Aquila e le lacrime di Aquilani: il cuore del Catanzaro oltre la regola

di Luca Cervadoro

A Monza il Catanzaro ha vinto la partita e perduto la Serie A per una regola senz’anima. Ma sul petto dei giallorossi vola un’aquila che un figlio di Maida disegnò quasi un secolo fa, e in quel volo c’è tutta la nostra Dimoranza.

Ci sono notti che il tabellone non sa raccontare. Quella di ieri, all’U-Power Stadium di Monza, è una di queste. Il tabellone diceva 2-0 per il Catanzaro, i gol di Fellipe Jack al 39’ e di Frosinini al 77’, e diceva la verità. Poi è arrivato un foglio di regolamento, una riga scritta da qualcuno che il calcio forse non lo ama, e ha ribaltato la verità del campo: in Serie A ci va il Monza, perché aveva chiuso la stagione regolare al terzo posto e i giallorossi al quinto. Complessivo 2-2. Nessun supplementare. Nessun rigore. Soltanto una classifica di mesi prima a decidere una finale di cinque giorni.

Al triplice fischio dell’arbitro Davide Massa, Alberto Aquilani si è seduto in panchina e ha pianto. Non il pianto di chi perde, ma quello di chi ha dato tutto e non gli è bastato. E qui il calcio, quello vero, ha avuto il suo gesto più alto. Paolo Bianco, allenatore del Monza appena promosso, ha lasciato i suoi festeggiamenti, ha attraversato il campo e ha abbracciato il rivale sconfitto. Lo ha tenuto stretto, prima di andare a esultare. Un abbraccio che vale una lezione di civiltà, e che da solo dice più di mille polemiche: si può vincere restando uomini, si può perdere restando giganti.

Per chi c’era, e per i 151 paesi che hanno seguito la diretta, una cosa è chiara: in campo si è visto un solo undici. Il Catanzaro ha giocato un calcio spumeggiante, verticale, coraggioso, da grande squadra. Ha aggredito, ha dominato, ha costruito. Il portiere Mirko Pigliacelli ha compiuto in tutta la serata una sola parata vera, ma in quell’istante è sembrato Buffon: un riflesso di pura classe, di quelli che restano negli occhi. Il numero 8, Filippo Pittarello, è stato una potenza fisica e morale, una diga e una lama nello stesso corpo. E poi il cuore, il cuore enorme del capitano Pietro Iemmello, che ha trascinato i compagni come solo chi ama davvero una maglia sa fare.

I gol sono stati due colpi di testa che parevano scolpiti. Al 39’, su punizione di Pontisso, Fellipe Jack ha incornato l’uno a zero che ha riaperto tutto. Nella ripresa, su cross di Favasuli, Frosinini ha firmato il 2-0 che ha fatto tremare la Brianza. Mancava un solo gol per la storia, il terzo, quello che avrebbe portato i giallorossi in paradiso. Non è arrivato, per stanchezza più che per demerito, perché questa squadra usciva da una semifinale logorante e da una settimana di veleni. Eppure erano oltre quattromila i tifosi calabresi saliti fin lassù, in pullman, in auto, in treno, per credere all’impossibile. Quattromila cuori che hanno cantato fino all’ultimo. Quella, sì, è la Serie A dell’anima.

Diciamolo senza ipocrisie, e senza togliere nulla al Monza, che nell’arco del campionato ha meritato la promozione più di chiunque altro. Ma una finale così non si può decidere a tavolino. Un play-off esiste per dare al campo l’ultima parola, non per togliergliela. Questo nuovo regolamento, che a parità di punteggio nel doppio confronto premia la migliore classificata della stagione regolare senza nemmeno concedere i supplementari, è una scelta che svuota di senso la parola finale. Si è giocato per cinque giorni una partita che, in caso di parità, era già decisa prima ancora di cominciare.

E c’è un’altra ferita che la Lega farebbe bene a non dimenticare. Pochi giorni prima, al Barbera di Palermo, durante la semifinale di ritorno, la tensione era esplosa fin dentro la tribuna delle autorità. Secondo le ricostruzioni della stampa furono coinvolti dirigenti e familiari del Catanzaro, tra cui la famiglia del direttore sportivo Ciro Polito, costretto ad accompagnare i suoi in ospedale, mentre la madre di Aquilani assisteva in lacrime. A una squadra che aveva subito tutto questo, e che pochi giorni dopo è scesa in campo a testa altissima, si sarebbero dovute almeno qualche ora di riposo in più e ben altra severità verso chi aveva trasformato uno stadio in un ring. Non è accaduto. È accaduto, invece, che il calcio italiano, ancora una volta, si facesse del male da solo.

E adesso permettetemi di raccontare una cosa che, forse, non è mai stata scritta per una squadra di calcio. Guardate il petto dei giallorossi. Guardate quell’aquila. È l’aquila dello stemma della Città di Catanzaro, e quello stemma porta la firma di un uomo nato a Maida il 1° febbraio 1917: il pittore Tony Pileggi. Un figlio della nostra terra, partito col suo talento, che disegnò l’emblema di una città intera. Significa che ieri sera, sul campo di Monza, ogni volta che un giocatore del Catanzaro si batteva il pugno sul cuore, batteva su un’aquila uscita dalle mani di un maidese.

💛 ❤️Ecco la Dimoranza: la condizione per cui un luogo continua ad abitare le persone, e perfino le cose, anche a distanza, anche dopo generazioni, anche senza che nessuno se ne accorga. Maida non era in classifica, non aveva undici uomini in campo. Eppure Maida c’era, era lì, disegnata sul petto di chi correva, sudava e sognava. C’era come ha promesso di esserci chi ha portato in tribuna lo striscione “Maida c’è”. Un’aquila non chiede il permesso per volare.

🦅 E quella di ieri, in fondo, è volata anche per noi.

Il pensiero, allora, va ai più piccoli. A tutti i ragazzini che in Italia, e anche a Maida, si erano riuniti davanti a uno schermo per vedere insieme la partita, e che alla fine sono rimasti delusi pur avendo appena assistito a una squadra immensa. A loro va detta la verità: ieri il Catanzaro era una squadra di Serie A, perché lo è nel sangue, nell’idea, nel modo di stare in campo. Era, se proprio vogliamo dirla tutta, quello che avremmo voluto vedere indossando la maglia azzurra. Perché mentre la Nazionale di Gattuso restava fuori dai Mondiali per la terza volta di fila, eliminata a Zenica dalla Bosnia, una provinciale Calabrese mostrava al mondo che cosa significhino carattere, anima e appartenenza a una maglia.

Per qualche secondo, ieri sera, è parso di tornare a un’altra notte, a quell’estate di Berlino del 2006, quando una voce gridava “andiamo a Berlino” e un Paese intero ci credeva. Solo che ieri, nel silenzio dolente del dopo partita, da qualche parte tra Catanzaro e Maida, un ragazzino di dodici anni ha gridato a un amico: “Beppe, andiamo in Serie A”. Non ci sono andati. Non ancora. Ma quel grido, quella Fede ostinata e bambina, è la cosa più vera che il calcio ci abbia regalato in tutta la stagione. Questa partita andrebbe mostrata dieci volte ai bambini delle scuole calcio, per insegnare loro che si può perdere e restare comunque dalla parte giusta della storia.

Il Catanzaro non è salito in Serie A. Ma ha vinto la partita, ha vinto il rispetto, ha vinto il cuore di chi ama questo gioco. Ha perso soltanto contro una regola, e contro una regola si perde sempre da innocenti. La promozione è solo rimandata, statene certi. L’Aquila di Tony Pileggi, l’Aquila di Maida e di Catanzaro, tornerà a volare più in alto. Perché certe notti non finiscono al triplice fischio: restano, abitano, dimorano ricordatevi questa parola. E continuano a volare dentro di noi.
In Serie A ci è andato il Monza. Ma ieri sera, a Monza, l’unica squadra che somigliava alla Serie A indossava il giallo e il rosso, e portava sul petto un’Aquila nata a Maida.

Vi posso dire un’ultima cosa? Una sola, prima di lasciarvi. Tornate a guardare quella parata. Quella di Mirko Pigliacelli, il numero 22, l’unico vero intervento di tutta la serata. Mandatela indietro, fermatela, riavvolgetela cento volte. Perché lì dentro, in quel battito di ciglia, c’è tutta la magia di una città. C’è il pallone che sembrava già gol, già dramma, già fine. E c’è un uomo che si distende nell’aria come se il tempo, per un istante, avesse deciso di obbedirgli.

In quella parata non c’è soltanto un portiere. C’è Catanzaro intera: i suoi vicoli, le sue salite, le sue mani che da sempre si rifiutano di arrendersi. C’è la dignità di un Sud che non chiede pietà ma rispetto. C’è il volo dell’Aquila nata a Maida, che proprio in quell’attimo ha sfiorato il cielo. Una sola parata, sì. Ma certe volte basta un solo gesto a contenere un popolo intero. Ditelo ai vostri figli, gridatelo dalle finestre, scrivetelo sui muri: quella sera, a Monza, un portiere del Catanzaro ha fermato il tempo, e in quel tempo fermo c’eravamo tutti. Forza Catanzaro. Adesso, e per sempre.

Luca Cervadoro
Maida, 30 maggio 2026

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