Il fischio finale dell’U-Power Stadium brucia ancora sulla pelle. Smaltire l’adrenalina di una promozione sfumata sul traguardo richiede tempo, ma la spietata macchina calcistica non concede pause di riflessione. A meno di una settimana dal doppio scontro con il Monza, il direttore sportivo Ciro Polito ha squarciato il silenzio ai microfoni di TuttoMercatoWeb.com. Le sue parole tracciano un confine netto tra il rammarico per ciò che poteva essere e la rigorosa programmazione del prossimo assalto. Il dirigente ha ricostruito i mesi vissuti in trincea difendendo a spada tratta il cuore del gruppo giallorosso. Dalle logiche di mercato fino alla propria permanenza sui Tre Colli, emerge il ritratto di un uomo orgoglioso e in cerca di precise garanzie.
L’illusione sfiorata e il paradosso normativo
Il percorso nei playoff ha cementato una convinzione che aleggiava negli uffici della dirigenza già in pieno inverno. Le vittorie contro Avellino e Palermo hanno certificato uno status tecnico acquisito sul campo. «Da tre-quattro mesi avevo iniziato a pensare che potevamo andare in Serie A», ha confessato il dirigente sportivo. «Ai miei calciatori dicevo che se fossimo arrivati ai playoff poi avrei voluto vincerli. Ho sempre creduto che non avremmo fatto la comparsa».
L’ostacolo brianzolo ha rappresentato uno snodo crudele, segnato da un match d’andata dispendioso e da un ritorno stoico giocato in Lombardia. «Al ritorno però abbiamo messo tutto: cuore, valori, grinta, contro una squadra fuori categoria. E anche se non siamo andati in Serie A, per come abbiamo reagito e dato tutto vincendo per 2-0, è come se avessimo vinto». Un boccone amaro aggravato dalle dinamiche della post-season. Polito non nasconde il fastidio per un sistema discutibile: «E mi chiedo: va bene che il Monza ha fatto più punti di noi, ma perché al primo turno ci sono i supplementari, e in finale non posso giocarmela trenta minuti in più?».
L’incontro societario e il salto di qualità richiesto
Archiviata la delusione sportiva, il focus si sposta immediatamente sulle scrivanie. Le ambizioni personali si intrecciano con la disponibilità economica e strutturale del club. Ripartire dopo una finale persa nasconde insidie devastanti sul piano psicologico. Serve chiarezza assoluta. «Mi sono preso una settimana perché in queste situazioni bisogna essere lucidi», ha ribadito. «Se arrivasse una Serie A chi potrebbe negarsi? Oggi il mio pensiero però è rivolto al Catanzaro. La prossima settimana mi confronterò con il presidente».
Il messaggio indirizzato alla proprietà per continuare il cammino insieme non lascia spazio a interpretazioni. Occorre un deciso scatto in avanti. «Quando arrivi ad una finale così, poi il livello bisogna alzarlo tutti. La mia proprietà è fisica, fa i sacrifici. Non è un fondo. Ma qualcosa bisogna fare». Una presa di posizione figlia dell’esperienza maturata sul campo: «Ho avuto grandi proprietà che mi hanno fatto stare bene, a volte mi fanno passare per arrogante ma chi mi conosce sa bene che uomo sono. Un altruista nato».
I pilastri per la ripartenza: dai big ad Aquilani
Alzare l’asticella significa innanzitutto proteggere i pezzi pregiati del telaio. Le sirene del calciomercato estivo iniziano già a farsi sentire, imponendo mosse rapide e decise. «Sappiamo che bisogna blindare i big. Quindi Pigliacelli, Pontisso, Petriccione, Pittarello e così via. Perché arrivando lì, il mercato chiama». Una menzione d’onore viene riservata alla straordinaria intuizione tecnica legata a Liberali, definito un patrimonio da maneggiare con cura estrema: «Non c’entra niente con la Serie B. Va tutelato. Il calcio italiano ha bisogno di calciatori come lui».
La pietra angolare dell’intero progetto tecnico passa obbligatoriamente dalla panchina. Trattenere Alberto Aquilani equivale a conservare l’anima calcistica della squadra. Le parole del DS tracciano un profilo di altissimo livello. «È un allenatore top, con un po’ di coraggio nei panni di una grande squadra gli affiderei qualsiasi panchina. In Serie B la sua priorità è il Catanzaro. Se gli apprezzamenti ricevuti si concretizzassero sarebbe giusto fare il salto. Ma con lui potremmo ripartire forte». A chiusura dell’intervento, non è mancato un pensiero amaro rivolto al tracollo del suo ex Bari: «Il Bari in C non si può vedere, spero torni presto dove merita».
I prossimi giorni definiranno l’orizzonte a breve termine delle Aquile. Le parole della dirigenza espongono l’esigenza di un progetto senza alcun compromesso al ribasso. Se il vertice societario asseconderà questa spinta, la piazza disporrà di tutte le armi necessarie per riprovare la scalata. Senza paura.
