Caso Eriksen, Colangelo: “In Italia la salute viene prima dello sport”

Il cardiologo dello sport originario di Lamezia Terme e consigliere regionale Campania della SIC Sport: “Dietro ogni giudizio di idoneità c’è un lavoro complesso di stratificazione del rischio cardiovascolare. La salute deve sempre prevalere sulla prestazione sportiva”.

In merito a quanto accaduto nelle scorse ore a Christian Eriksen, il dottor Giuseppe Colangelo, cardiologo dello sport originario di Lamezia Terme e consigliere regionale Campania della SIC Sport – Società Italiana di Cardiologia dello Sport, interviene per evidenziare il ruolo strategico della medicina dello sport e della cardiologia dello sport italiana nella prevenzione degli eventi cardiovascolari correlati all’attività agonistica.

«Quando si verificano episodi che coinvolgono atleti di fama internazionale, l’attenzione dell’opinione pubblica si concentra inevitabilmente sul singolo evento. Credo però che sia importante cogliere queste occasioni per riflettere sul valore della prevenzione e sul lavoro svolto quotidianamente da centinaia di professionisti che operano nell’ambito della medicina dello sport e della cardiologia dello sport».

Secondo Colangelo, il caso Eriksen rappresenta uno degli esempi più significativi delle differenze esistenti tra il modello italiano e quello adottato in altri Paesi europei.

«Dopo il noto arresto cardiaco del 2021 e il successivo impianto di un defibrillatore automatico impiantabile (ICD), l’atleta non avrebbe potuto ottenere in Italia l’idoneità all’attività sportiva agonistica. Questa posizione deriva dall’applicazione delle normative vigenti e delle Linee Guida COCIS, che rappresentano ancora oggi uno dei più autorevoli riferimenti scientifici nel campo della medicina dello sport. Si tratta di una scelta che pone al centro la tutela della salute e della vita dell’atleta».

Per il cardiologo, il significato di questa impostazione va ben oltre il semplice rispetto di una norma.

«Talvolta si tende a interpretare il giudizio di non idoneità come una limitazione della libertà individuale. In realtà esso rappresenta l’espressione più alta della responsabilità professionale del medico. Il nostro compito non è quello di assecondare il desiderio dell’atleta di continuare a gareggiare a ogni costo, ma quello di valutare con rigore scientifico il rischio clinico e di adottare le decisioni più appropriate per la sua tutela».

Colangelo richiama inoltre l’attenzione sul lavoro spesso poco conosciuto che viene svolto quotidianamente nei centri di medicina dello sport.

«Dietro un certificato di idoneità agonistica non c’è una semplice firma. C’è uno studio approfondito della storia clinica dell’atleta, un’attenta valutazione cardiologica, l’interpretazione di esami strumentali spesso complessi e, soprattutto, un’attività di stratificazione del rischio cardiovascolare che richiede competenze altamente specialistiche. Il medico dello sport e il cardiologo dello sport sono chiamati a identificare possibili substrati aritmici, a riconoscere condizioni predisponenti e a stimare la probabilità che determinati eventi possano verificarsi durante l’attività agonistica».

Secondo il consigliere regionale della SIC Sport Campania, proprio questa capacità di anticipare il rischio rappresenta uno dei maggiori punti di forza della scuola italiana.

«L’Italia è stata tra i primi Paesi al mondo a sviluppare una cultura della prevenzione cardiovascolare applicata allo sport. I risultati ottenuti negli anni, anche in termini di riduzione della morte cardiaca improvvisa negli atleti, dimostrano l’efficacia di un sistema che non si limita a intervenire nell’emergenza, ma cerca di impedire che l’emergenza si verifichi».

Il cardiologo sottolinea inoltre come il dibattito non debba essere interpretato come una contrapposizione tra modelli sanitari diversi.

«Ogni Paese adotta scelte che derivano dal proprio ordinamento e dalla propria cultura medico-scientifica. Tuttavia ritengo che il modello italiano rappresenti un esempio virtuoso di equilibrio tra attività sportiva e tutela della salute. In altri contesti prevale il principio dell’autodeterminazione dell’atleta. Nel nostro sistema, invece, il medico mantiene una funzione di garanzia e protezione che considero fondamentale, soprattutto quando si parla di condizioni cliniche potenzialmente associate a eventi cardiovascolari maggiori».

Infine, Colangelo rivolge un ringraziamento ai professionisti del settore.

«Desidero esprimere la mia gratitudine a tutti i medici dello sport e ai cardiologi dello sport che ogni giorno operano con competenza, passione e senso di responsabilità. Molto spesso il loro lavoro rimane invisibile perché coincide con eventi che non accadono: un’aritmia identificata in tempo, una patologia diagnosticata precocemente, una scelta prudente che evita conseguenze drammatiche. Eppure è proprio in questi risultati silenziosi che si misura il valore della prevenzione».

«La medicina dello sport non ha il compito di allontanare le persone dallo sport, ma quello di consentire che lo sport continui a essere uno strumento di salute, benessere e crescita. Per questo motivo ritengo che la tutela della vita debba sempre rappresentare il principio guida di ogni decisione clinica. Nessuna vittoria, nessun contratto e nessun risultato sportivo potranno mai avere un valore superiore a quello della vita umana».

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