Cardioprotezione dinamica, il cambio di paradigma: intervista al Dott. Giuseppe Colangelo
Nel corso di un recente congresso, al quale ha partecipato in qualità di relatore, il Dott. Giuseppe Colangelo, cardiologo e istruttore certificato di primo soccorso, ha presentato una slide che ha suscitato particolare interesse tra i colleghi e i partecipanti.
L’immagine, intitolata “Il Cambio di Paradigma”, mette a confronto due differenti concezioni della cardioprotezione:
- La cardioprotezione statica: rappresentata dal defibrillatore collocato all’interno di una teca e fissato a una parete: uno strumento prezioso, ma che deve essere individuato, raggiunto, recuperato e trasportato sul luogo dell’emergenza.
- La cardioprotezione dinamica: rappresentata da un defibrillatore portatile che accompagna le persone durante gli spostamenti e le attività quotidiane.

Un’immagine semplice, accompagnata da una frase che ha attirato l’attenzione del pubblico: “La protezione si stacca dal muro”. Abbiamo chiesto al Dott. Colangelo di approfondire il significato di questa proposta e di spiegare perché, da tempo, invita anche i suoi colleghi a riflettere sulla possibilità di avere un defibrillatore disponibile durante la propria vita quotidiana.
Giornalista: Dottor Colangelo, perché secondo lei questa immagine ha colpito così tanto il pubblico del congresso?
Dott. Giuseppe Colangelo: Credo perché riesca a rappresentare, con grande immediatezza, un concetto sul quale rifletto da tempo e che considero centrale per il futuro della cardioprotezione. Per molti anni abbiamo identificato la cardioprotezione prevalentemente con la diffusione dei defibrillatori sul territorio. Abbiamo collocato DAE nelle piazze, negli impianti sportivi, nelle scuole, negli aeroporti, nelle aziende e in numerosi luoghi pubblici. È stato un percorso fondamentale e dobbiamo continuare in questa direzione.
Ma oggi credo sia arrivato il momento di compiere un ulteriore passo culturale. Dobbiamo iniziare a riflettere non soltanto su dove si trova il defibrillatore, ma anche su quanto tempo occorre perché quel defibrillatore raggiunga la persona che ne ha bisogno. Perché nell’arresto cardiaco improvviso la variabile determinante è il tempo. Un DAE può trovarsi anche relativamente vicino, ma qualcuno deve sapere che esiste, individuarlo, raggiungerlo, recuperarlo e tornare sul luogo dell’emergenza. Sono minuti. E durante un arresto cardiaco ogni minuto assume un valore enorme. Passare da una cardioprotezione esclusivamente statica a una cardioprotezione anche dinamica nasce da questa urgenza.
Giornalista: Che cosa intende esattamente per cardioprotezione dinamica?
Dott. Giuseppe Colangelo: Intendo una cardioprotezione capace di muoversi insieme alle persone. Il modello tradizionale prevede che sia la persona a dover raggiungere il defibrillatore. Il modello dinamico introduce una possibilità ulteriore: fare in modo che, in determinati contesti, sia il defibrillatore ad avvicinarsi alle persone e ai luoghi nei quali potrebbe verificarsi un’emergenza.
Un DAE portatile può accompagnare un medico, un infermiere, un soccorritore, un istruttore di primo soccorso, una squadra sportiva, un gruppo durante un’escursione o persone adeguatamente formate durante attività e spostamenti. La protezione, quindi, non rimane necessariamente legata a una parete. Può diventare mobile, può viaggiare, può accompagnare le persone. Ed è proprio questo il significato della frase “La protezione si stacca dal muro”.
Giornalista: Lei ha più volte invitato anche i suoi colleghi medici a munirsi di un defibrillatore personale. Perché considera importante questo messaggio?
Dott. Giuseppe Colangelo: Perché credo che noi medici, e più in generale tutti i professionisti sanitari, dobbiamo interrogarci sul ruolo che possiamo avere anche al di fuori degli ospedali, degli ambulatori e delle strutture sanitarie. Un arresto cardiaco può verificarsi ovunque: in un ristorante, in una palestra, su un treno, in montagna, su una spiaggia o semplicemente per strada. E quando accade, la distanza tra la vita e la morte si misura in minuti.
Per questo ho rivolto ai miei colleghi un invito molto semplice: valutiamo la possibilità di avere con noi un defibrillatore portatile durante i nostri spostamenti. Non è un obbligo, né la soluzione totale al problema; è, prima di tutto, una proposta culturale. Abbiamo competenze, formazione e capacità di riconoscere un’emergenza, e passiamo molto tempo fuori dalle corsie. Allora poniamoci la domanda: se abbiamo la possibilità di rendere disponibile un DAE proprio nel momento e nel luogo in cui si verifica un arresto cardiaco, perché non riflettere concretamente su questa opportunità?
Nota di responsabilità: Naturalmente possedere un DAE significa anche assumersi l’onere di mantenerlo correttamente, verificarne periodicamente l’efficienza, controllare la scadenza degli elettrodi e delle batterie. La cardioprotezione dinamica non significa semplicemente buttare un defibrillatore nel bagagliaio dell’auto, ma costruire un modello organizzato, responsabile e consapevole.
Giornalista: Quindi il suo invito non riguarda soltanto la classe medica?
Dott. Giuseppe Colangelo: Assolutamente no. I professionisti sanitari possono dare l’esempio, ma la cardioprotezione deve coinvolgere l’intera società. Dobbiamo formare sempre più cittadini a riconoscere un arresto cardiaco, ad allertare il 118, a iniziare il massaggio cardiaco e a utilizzare il DAE nelle scuole, nelle aziende e nelle società sportive. Una comunità realmente cardioprotetta non è semplicemente una comunità che possiede molti dispositivi, ma una in cui i DAE sono disponibili, ben mantenuti e inseriti all’interno di un sistema composto da persone formate e pronte a intervenire.
Giornalista: Alcuni potrebbero obiettare che sul territorio esistono già numerosi defibrillatori pubblici. Perché, allora, parlare di dispositivi mobili?
Dott. Giuseppe Colangelo: Perché non dobbiamo commettere l’errore di contrapporre i due modelli. La cardioprotezione statica e quella dinamica sono strettamente complementari. Abbiamo bisogno di più DAE nei luoghi pubblici e di una migliore mappatura, ma possiamo contemporaneamente sviluppare una rete mobile.
Immaginiamo una rete di medici, infermieri, soccorritori e cittadini formati che abbiano con sé un DAE durante la propria quotidianità. Se un arresto cardiaco dovesse verificarsi nelle loro vicinanze, avremmo immediatamente sul posto sia la persona capace di intervenire, sia lo strumento. Questo significa trasformare le persone formate in veri e propri nodi mobili della rete di cardioprotezione.
Giornalista: In che modo la tecnologia può accelerare lo sviluppo di questo modello?
Dott. Giuseppe Colangelo: In futuro, una cardioprotezione realmente moderna integrerà i DAE pubblici, i dispositivi mobili, la geolocalizzazione, le applicazioni per l’attivazione dei soccorritori e il coordinamento diretto con le Centrali Operative del 118. L’obiettivo è individuare la risorsa disponibile più vicina e portarla nel minor tempo possibile sul luogo dell’evento. La tecnologia riduce le distanze, ma la formazione ci permette di trasformare questa opportunità in un intervento efficace. Per questo continuerò a sostenere l’importanza dei corsi di primo soccorso e della rianimazione cardiopolmonare.
Giornalista: Qual è il messaggio finale che desidera lanciare ai nostri lettori?
Dott. Giuseppe Colangelo: Un invito a cambiare prospettiva. Per anni abbiamo giustamente lavorato per portare i defibrillatori nei luoghi frequentati dalle persone. Ora dobbiamo iniziare a valutare anche la possibilità di portare i defibrillatori insieme alle persone.
Chi ha scelto una professione sanitaria sa che la possibilità di incontrare una persona in difficoltà non termina quando si sveste il camice. Non dobbiamo limitarci ad aspettare che l’emergenza si verifichi vicino a un defibrillatore. Dobbiamo costruire un sistema nel quale sia sempre più probabile che un defibrillatore possa trovarsi vicino all’emergenza. Il futuro della cardioprotezione non dipenderà soltanto dal numero di dispositivi appesi a una parete, ma dalla nostra capacità di ridurre concretamente il tempo che separa un arresto cardiaco dal primo intervento efficace.
La protezione si stacca dal muro, diventa dinamica, e la cultura del soccorso entra finalmente nella vita quotidiana di ognuno di noi.
