“Non è un accessorio, è una speranza”: il cardiologo Colangelo e la sfida della cardioprotezione dinamica

L’incontro casuale in un rifugio di montagna tra il cardiologo Giuseppe Colangelo, un primario ospedaliero e un giornalista riaccende l’attenzione sull’importanza dei DAE, della formazione e del fattore tempo nell’arresto cardiaco improvviso.

È accaduto qualche giorno fa, durante una giornata trascorsa in montagna. Un episodio semplice, quasi casuale, che soltanto oggi il dottor Giuseppe Colangelo, cardiologo e istruttore BLSD/PBLSD, ha trovato il tempo di raccontare.

Una storia nata davanti alla cassa di un rifugio e da un piccolo oggetto custodito all’interno di un marsupio: un defibrillatore portatile.

Colangelo, durante un’escursione, aveva infatti portato con sé il dispositivo, come è solito fare durante molti dei suoi spostamenti. Al momento di pagare, nel tentativo di prendere alcuni spiccioli, lo ha estratto per qualche secondo dal marsupio.

Un gesto per lui ormai abituale. Molto meno per chi gli stava accanto.

«Scusami… ma quello è un defibrillatore?», gli domanda un uomo che aveva immediatamente notato il dispositivo.

«Sì», risponde Colangelo.

Poi la sorpresa:

«Sono un collega».

«Anch’io. Sono cardiologo», replica Colangelo sorridendo.

Da quella domanda nasce una breve conversazione. Il collega racconta di lavorare a Trento, mentre Colangelo spiega di lavorare in provincia di Salerno.

Poi arriva una frase destinata a rimanergli impressa:

«Ti faccio i complimenti. Non è da tutti vedere un cardiologo che porta con sé un’arma che serve a salvare una vita umana».

Soltanto successivamente Colangelo scoprirà che quel medico è il primario di un importante ospedale del Nord Italia.

Ma c’è un altro particolare a rendere ancora più singolare l’episodio.

Ad assistere alla scena c’era anche un giornalista di una nota testata giornalistica, che a sua volta si è mostrato sorpreso e incuriosito nel vedere un cardiologo portare con sé un defibrillatore durante una normale giornata in montagna.

Un primario e un giornalista. Due professioni completamente differenti, ma la stessa reazione davanti a quel piccolo dispositivo.

Ed è proprio da quella meraviglia che nasce una domanda:

perché dovrebbe essere così insolito vedere una persona formata portare con sé un defibrillatore?

DAL DAE SULLA PARETE ALLA “CARDIOPROTEZIONE DINAMICA”

Il rifugio nel quale si è svolto l’episodio, precisa Colangelo, era regolarmente dotato di DAE e quindi cardioprotetto.

Un particolare importante, perché la cosiddetta cardioprotezione dinamica non vuole contrapporsi alla diffusione dei defibrillatori nei luoghi pubblici, ma rappresentarne un possibile complemento.

La montagna, infatti, non è soltanto il rifugio.

È sentiero, bosco, salita, discesa. È fatta di percorsi che possono svilupparsi per chilometri e che, in alcuni casi, possono trovarsi lontani da un DAE o da un presidio sanitario.

«È proprio questo il concetto nel quale credo – spiega Colangelo –. La cardioprotezione non deve essere necessariamente soltanto statica. Può essere anche dinamica».

L’idea è semplice: accanto ai DAE installati nelle scuole, nelle piazze, negli impianti sportivi, nelle strutture turistiche e nei rifugi, si può iniziare a ragionare anche sulla possibilità che persone adeguatamente formate possano avere a disposizione dispositivi facilmente trasportabili durante determinati spostamenti o attività.

Non per sostituire il sistema di emergenza.

Non per sostituire la rete pubblica dei DAE.

Ma per aggiungere, quando possibile, una possibilità in più nei minuti che precedono l’arrivo dei soccorsi avanzati.

NELL’ARRESTO CARDIACO IL VERO AVVERSARIO È IL TEMPO

Il punto centrale resta infatti uno: il tempo.

In presenza di un arresto cardiaco improvviso è fondamentale riconoscere rapidamente la situazione, allertare il sistema di emergenza, iniziare tempestivamente una rianimazione cardiopolmonare di qualità e rendere disponibile quanto prima un DAE.

Il dispositivo analizzerà il ritmo cardiaco e indicherà l’eventuale necessità della defibrillazione.

In determinati contesti, soprattutto quando ci si trova lontani dai centri abitati, poter disporre rapidamente di un defibrillatore può quindi rappresentare un elemento importante della catena della sopravvivenza.

Ed è proprio questo il messaggio che Colangelo cerca da tempo di diffondere attraverso il concetto di cardioprotezione dinamica.

«QUEL DEFIBRILLATORE NON È UN ACCESSORIO»

Per il cardiologo, portare con sé quel piccolo dispositivo non significa sentirsi un eroe.

Significa semplicemente essere consapevoli di ciò che può accadere.

«Sono un cardiologo e conosco fin troppo bene cosa significhi trovarsi davanti a una persona il cui cuore improvvisamente si ferma. Quel defibrillatore nel mio marsupio non è un accessorio. È una possibilità».

Una possibilità che spera di non dover mai utilizzare.

«Mi auguro che rimanga sempre lì. Ma se un giorno qualcuno dovesse improvvisamente accasciarsi davanti a me, preferisco poter dire: “Sono pronto”».

Da qui la scelta di portarlo, quando possibile, in automobile, in moto e persino durante alcune escursioni.

QUANDO LO STUPORE DIVENTA UNA DOMANDA CULTURALE

A rendere particolare la storia non è tanto la presenza del dispositivo, quanto la reazione delle persone che lo hanno visto.

Persino un primario ospedaliero è rimasto positivamente colpito.

E anche un giornalista ha manifestato curiosità e meraviglia.

Forse, allora, la vera sfida culturale è proprio questa: fare in modo che un giorno una scena del genere non rappresenti più qualcosa di eccezionale.

«Mi auguro che in futuro vedere un DAE in uno zaino, in un marsupio, su una moto o in un’automobile non susciti più tutta questa meraviglia. Vorrebbe dire che la cultura della cardioprotezione è finalmente diventata parte della nostra quotidianità».

Naturalmente non basta possedere un defibrillatore. Alla diffusione dei dispositivi deve accompagnarsi una sempre maggiore formazione della popolazione sulle manovre di rianimazione cardiopolmonare, sul riconoscimento dell’arresto cardiaco e sull’utilizzo del DAE.

Perché la tecnologia può essere fondamentale, ma sono la consapevolezza, la formazione e la rapidità dell’intervento a trasformarla in uno strumento realmente utile.

UNA RETE CHE NON DEVE AVERE CONFINI

Da un incontro casuale in un rifugio di montagna nasce quindi una riflessione che va ben oltre quell’episodio.

Continuare a installare DAE nei luoghi pubblici resta fondamentale. Renderli accessibili, funzionanti e facilmente individuabili è altrettanto importante. Formare sempre più cittadini rappresenta il passaggio indispensabile per costruire comunità realmente cardioprotette.

Ma accanto a tutto questo può trovare spazio anche una nuova idea: una cardioprotezione capace di muoversi insieme alle persone.

Il defibrillatore diventa così non soltanto un dispositivo appeso a una parete, ma il simbolo di una cultura dell’intervento precoce.

Un’“arma” molto particolare, come l’ha definita quel primario incontrato casualmente in montagna:

un’arma che non serve a togliere una vita, ma che può contribuire a salvarla.

E il messaggio con cui Colangelo sintetizza quella giornata è semplice:

«La cardioprotezione non deve avere confini.
La cardioprotezione può essere anche dinamica».

Dott. Giuseppe Colangelo
Cardiologo – Istruttore BLSD/PBLSD

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