Lo confesso, ci sono rimasto male. Credevo alla sincerità di quelle lacrime, a quel piegarsi di fronte ad un bambino che sembrava invocare aiuto, credevo a tutto questo, ad un calcio che sapesse esprimere sentimenti, emozioni, calore.
Poi la realtà, un po’ triste per la verità, da calcolatore puro, da abile manipolatore di gesti che sembravano discendere direttamente dal muscolo più importante che abbiamo, il cuore. E invece mi sbagliavo, e di grosso pure.
Mi sbagliavo perché dimenticavo – un po’ come quel bambino – che non mi trovavo in mezzo ad una favola, ma nel pieno rimescolamento di una triste realtà. Una realtà che non fa sconti e non prevede emozioni, che fa i calcoli con il sapore acre del danaro, che non abdica a sogni di gloria.
Dimenticavo che il mondo in cui viviamo è intriso di faccendieri, affaristi, calcolatori di ogni risma e la storia che il Catanzaro stava scrivendo a caratteri cubitali andava in una direzione ostinata e contraria. Quella direzione che fa rima con amore, dignità, appartenenza, calore, tutti sentimenti desueti, non alla moda, che fanno a pugni con una progressiva disintegrazione della normalità.
Forse quello del Sassuolo è il grande palcoscenico che cercavi, forse è ciò che professionalmente appaga di più, ma rimango convinto che quegli occhi pieni di amore e dolore insieme difficilmente riuscirai ad incontrarli nel prossimo futuro. In bocca al lupo e via con un altro. Forza Giallorossi.
