lunedì 26 Gennaio 2026

Serie B, follia al Partenio: Avellino-Reggiana 4-3 tra gol, rimonte ed emozioni

È stata la partita che definisce perfettamente cosa significhi stare in Serie B: disordine emotivo, inerzie che cambiano in tre minuti, fragilità e orgoglio a braccetto.Avellino-Reggiana, prima gara dell’undicesima giornata, è finita 4-3 per l’Avellino dopo una girandola di gol che ha lasciato senza voce il Partenio e senza certezze la squadra emiliana. Sette reti segnate, punteggio ribaltato più volte, episodi che pesano e un uomo simbolo per chi guarda il campionato da Catanzaro: Tommaso Biasci, ex giallorosso, anche lui sul tabellino in una gara che sembrava scritta da qualcuno con molto gusto per la crudeltà agonistica. Avellino avanti, poi ripreso, poi di nuovo avanti, poi sotto, poi ancora davanti fino al 4-3 definitivo. Tutto questo nell’arco di 90 minuti in cui la Reggiana ha avuto tra le mani la possibilità di portarsi via i punti, ma ha finito per crollare nel momento in cui avrebbe dovuto gestire.

L’Avellino ha vinto, ma in realtà quello che resta è la radiografia di due squadre: una, quella campana, che vive sulle ondate emotive e sulla capacità di restare feroce quando la partita diventa sporca; l’altra, la Reggiana, capace di segnare tre gol in trasferta e comunque uscire con zero punti, pagando lacune strutturali nella fase difensiva e una gestione del vantaggio semplicemente insufficiente a questo livello. Nel tabellino finale i marcatori sono stati un’istantanea molto chiara di questo equilibrio instabile: autogol di Simic, rigore di Insigne, gol di Biasci, doppietta di Novakovich, rete ancora di Simic e sigillo di Palumbo, quest’ultimo decisivo per fissare il risultato sul 4-3. Tutti nomi pesanti, tutti dentro un racconto che non ha mai concesso pausa.

Avellino-Reggiana: Primo tempo tra sbandate e reazione

La cronaca va presa con calma, perché succede molto e succede in fretta, anche se l’inizio non lascia immaginare l’uragano che sta per arrivare. La partita si apre con l’Avellino che prova a fare densità sul centrocampo, affidandosi alla qualità tra le linee di Insigne e alla presenza fisica di Biasci, mentre la Reggiana sceglie un inizio più prudente, con blocco medio e la ricerca di profondità immediata su Novakovich. È la Reggiana a colpire per prima, quando un intervento difensivo sbagliato di Simic si trasforma nell’1-0 ospite al 22’, un autogol che punisce un Avellino in quel momento più disordinato che realmente in difficoltà. La fotografia è quella di una squadra che concede troppo facilmente campo tra i suoi centrali e il mediano, e paga subito.

In una gara meno malata di adrenalina questo episodio potrebbe aprire la strada a un pomeriggio controllato della Reggiana. Qui no. L’Avellino non arretra di un metro, al contrario aumenta la pressione, lavora molto sulle seconde palle e costringe gli emiliani a sporcare ogni uscita dal basso. Il risultato è che dopo poco arriva il primo snodo nervoso della partita: intervento falloso in area, decisione arbitrale netta e rigore trasformato da Insigne al 32’, per l’1-1 che rimette tutto in equilibrio e soprattutto ridà energia al Partenio. È un dettaglio che merita di essere sottolineato, perché dal quel punto in poi la gara smette di essere tecnica e diventa psicologica: l’Avellino sente l’odore del sangue, la Reggiana capisce che non può limitarsi a gestire.

Il primo tempo si chiude sull’1-1, ma già allora è evidente che siamo davanti a una partita che non ha un padrone, perché entrambe le squadre regalano qualcosa. L’Avellino ha dentro qualità individuale ma concede troppo in marcatura preventiva, la Reggiana invece si appoggia alla fisicità di Novakovich ma fatica a schermare la trequarti difensiva, una zona che Insigne e Palumbo continuano a invadere senza essere assorbiti con continuità. A livello tattico significa che ogni ripartenza rischia di diventare una palla gol, perché gli equilibri saltano con una facilità disarmante.

Avellino-Reggiana, il secondo tempo: caos puro

La ripresa è uno scontro frontale tra due idee di sopravvivenza. Al 50’ l’Avellino completa la rimonta e si porta sul 2-1, grazie al gol di Biasci, ex Catanzaro e giocatore ancora amatissimo da una fetta importante della piazza giallorossa per ciò che ha rappresentato, soprattutto in termini di peso offensivo e mentalità. È un gol simbolico per due motivi: perché mette di nuovo in evidenza la capacità dell’Avellino di ribaltare la partita restando aggressivo, e perché certifica che Biasci continua ad avere dentro quel senso dell’area che a Catanzaro conoscono bene.

Quello che succede dopo ha sinceramente del comico, se visto con distacco, e del feroce, se lo vivi in campo. La Reggiana, invece di andare in crisi, reagisce con una lucidità improvvisa e trova due gol in poco più di dieci minuti, entrambi con Novakovich, che prima pareggia al 55’ e poi firma il sorpasso al 62’, portando il punteggio sul 3-2 per gli emiliani. È un uno-due che racconta il potenziale offensivo della squadra di Dionigi quando riesce a uscire pulita dal primo pressing e a trovare il suo centravanti in isolamento contro il centrale. In quei minuti la linea difensiva dell’Avellino è troppo piatta, poco coordinata nelle scalate laterali, e concede proprio ciò che la Reggiana cerca: spazio per attaccare la profondità frontalmente senza dover costruire manovre elaborate.

A quel punto, con la Reggiana avanti 3-2 e l’inerzia tutta dalla parte degli ospiti, la sensazione è che il pomeriggio sia girato definitivamente. In Serie B spesso basta questo: segnare fuori casa, andare sopra, congelare. Ma è qui che la partita pazza Avellino Reggiana si sporca ancora. L’Avellino non muore. Anzi, trova immediatamente il modo di rientrare e lo fa con un protagonista inatteso: ancora Simic, che dopo l’autogol iniziale si rimette in copertina e firma il 3-3 al 65’, diventando in pochi minuti simbolo perfetto del caos tecnico della partita, capace di passare dalla croce alla redenzione con la stessa velocità con cui la sua linea difensiva si era fatta bucare. È un gol pesantissimo perché azzera l’impatto psicologico del sorpasso subìto e rispedisce la Reggiana dentro le sue insicurezze difensive.

Non basta. Perché la partita, che ormai è più un test cardiaco che un evento sportivo, ha ancora una svolta, e probabilmente la più importante dal punto di vista della classifica. Al 70’ arriva il 4-3 dell’Avellino con Palumbo, che raccoglie una seconda palla e conclude l’ennesima azione sporca dentro l’area emiliana. È il gol che decide tutto, perché da lì in avanti la Reggiana non riesce più a rialzare la testa con lucidità, mentre l’Avellino si abbassa, difende l’area con un pragmatismo diverso rispetto alla prima parte di gara e porta a casa un risultato enorme anche in termini mentali. A livello numerico, l’Avellino esce con tre punti che possono pesare tantissimo nella corsa salvezza, mentre la Reggiana incassa una sconfitta che rischia di lasciare cicatrici.

Fragilità e identità

Per capire perché la Reggiana sia riuscita a segnare tre volte e al tempo stesso a perdere una partita che a un certo punto aveva in pugno, bisogna guardare non solo agli episodi ma alla struttura. La squadra di Dionigi ha prodotto calcio offensivo in maniera efficace quando ha potuto verticalizzare rapidamente, con Novakovich che ha sfruttato ogni duello fisico, ma ha difeso male l’area in tutte le situazioni di cross sporco e palloni vaganti, concedendo all’Avellino troppe seconde palle quasi sulla linea di porta. È un limite che in Serie B, soprattutto lontano da casa, finisci per pagare senza scampo. L’Avellino di Biancolino, invece, è apparso ancora irrisolto dal punto di vista dell’equilibrio tattico, ma profondamente vivo, trascinato dalla qualità tecnica di Insigne, dalla presenza in area di Biasci e dalla capacità dei centrocampisti di buttarsi dentro con tempi aggressivi. È calcio emotivo, a tratti disordinato, ma estremamente fedele al dna del campionato.

Questa sfida, inserita nel quadro dell’undicesima giornata, vale molto anche per la lettura generale della classifica. Per l’Avellino, che soffre ma vince, significa rimanere agganciato al gruppo che lotta per una salvezza tranquilla e per non restare risucchiato troppo presto nella zona calda. Per la Reggiana, invece, questa sconfitta suona come un campanello d’allarme: fare tre gol in trasferta e tornare a casa a mani vuote è qualcosa che in B non puoi permetterti spesso senza rimanere coinvolto nelle parti più scomode della graduatoria. Questo è un dato oggettivo, sottolineato anche nel tabellino ufficiale pubblicato dalla società emiliana nel postpartita.

Per il lettore giallorosso c’è naturalmente un dettaglio che resta più di altri: il nome di Biasci. L’ex attaccante del Catanzaro non solo ha trovato il gol che in quel momento ha portato avanti l’Avellino, ma lo ha fatto con quella cattiveria sotto porta e quella immediatezza di lettura dell’area che a Catanzaro ricordano benissimo. È un promemoria tecnico e anche emotivo di quanto peso abbia il profilo di un centravanti capace di incidere in partite che tendono a scappare via dal controllo razionale. Per chi segue questa Serie B con un occhio anche al “Ceravolo”, è un dettaglio che non passa inosservato e si lega al discorso che abbiamo fatto nelle nostre analisi sull’identità offensiva del Catanzaro e sulla necessità di valorizzare chi sa cambiare l’inerzia di una gara in un singolo tocco.


Avellino-Reggiana 4-3 è molto più che una vittoria spettacolare in apertura di turno: è un manifesto della violenza agonistica della B, un campionato che vive di istanti e punisce chi abbassa lo sguardo anche solo per cinque minuti. Per l’Avellino è una dichiarazione di resistenza e di carattere, maturata nel momento in cui sembrava destinato a crollare. Per la Reggiana è una ferita aperta, perché perdere così lascia una domanda inevitabile sulla tenuta difensiva e sulla capacità di amministrare il vantaggio. E per il resto del campionato, con l’undicesima giornata appena iniziata, è un avviso: nessuno è al sicuro, nemmeno quando sei avanti e pensi di averla messa in banca. La prossima partita dirà se è stato un episodio o l’inizio di una tendenza che può pesare fino a primavera.

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