La rimonta subita in superiorità numerica al “Luigi Ferraris” lascia un segno profondo nella gestione tecnica dell’US Catanzaro. Nel dopogara di Genova, Giorgio Gorgone si è presentato in sala stampa con un volto tirato e parole chiare, senza cercare alibi per l’ennesimo blackout difensivo costato il 2-1 a favore della Sampdoria. Il bilancio di tre punti in cinque giornate suona come un allarme per l’allenatore giallorosso. La sosta del campionato diventa ora un passaggio obbligato per resettare la mente e correggere le fragilità di una squadra bella a tratti, ma punita regolarmente dagli episodi.
La delusione per la gestione del finale
L’analisi del tecnico parte dall’amarezza per un secondo tempo gestito male, sfociato nel disastro dell’85′. La superiorità numerica non ha agevolato la manovra dei calabresi, apparsi lenti e privi della necessaria lucidità.
«Cosa mi porto a casa? Niente, tanta delusione e tanta amarezza per come è finita questa partita», ha esordito Gorgone. «Secondo me avevamo fatto un buon primo tempo, abbiamo ribattuto colpo su colpo contro una squadra che ha delle qualità. Dovevamo rientrare nel secondo tempo in un modo diverso. Ci sta che una squadra come la Sampdoria spinga per inerzia a un certo punto dell’inizio del secondo tempo. Abbiamo fatto un errore anche sul primo gol: mi sembrava la palla rimasta per terra su un colpo di testa, un giocatore da solo. Poi il secondo, quando sono rimasti in dieci, era ovvio che si chiudessero, era ovvio che rimanessero bassi. Dovevamo essere più veloci a far girare palla, perché poi l’occasione sarebbe capitata, come è capitata a Pecorino all’ottantesimo. Non è stato fluido e veloce quel momento di gara da parte nostra, però eravamo in controllo nell’ultimo episodio».
La riflessione si è spinta oltre il singolo episodio: «C’è molto dispiacere, molta amarezza, perché le partite vengono decise alla fine: i gol spostano tutto. Questa squadra oggi, in primis io, deve veramente alzare le antenne, perché le buone partite, i buoni 50-60 minuti, non bastano più. C’è tanto dispiacere per la gente che è venuta fin qui. A fine partita il pubblico ha dedicato applausi e cori alla squadra, perché l’impegno senza dubbio c’è stato».
Il messaggio alla piazza e la necessità di cambiare pelle
Sollecitato sul rapporto con i tifosi giunti a Genova e sul cammino complessivo, l’allenatore ha evidenziato l’urgenza di un cambio di passo caratteriale.
«A me dispiace molto. Alla fine l’impegno c’è, ma dobbiamo capire che a un certo punto bisogna diventare anche qualcos’altro. Altrimenti, se si pensa che bastino le buone cose per vincere le partite, queste cinque partite hanno detto il contrario. O si capisce in fretta che servono altre cose, nel senso che in alcuni momenti della gara bisogna diventare anche diversi. C’è rammarico, perché magari non avevi fatto un secondo tempo alla ribalta, magari non sei riuscito a creare tantissime occasioni, però finisci in pareggio e poi questo episodio ha spostato tutto. Non credo che bastino queste parole, però è quello che penso».
L’allarme per le tre settimane di sosta
La pausa del torneo offre il tempo per lavorare sulla tenuta atletica e sugli automatismi, ma impone prima di tutto un’autocritica profonda nello spogliatoio.
«Ci sono dei ragazzi che devono iniziare a spingere, perché questo sport richiede di correre tanto, di avere intensità, quindi di stare bene fisicamente. Non sono colpevoli, tra virgolette, di situazioni pregresse che sono avvenute, però oggi c’è da stare bene fisicamente, c’è da pedalare, c’è da lavorare, c’è da essere lucidi e capire che i complimenti che finiscono sempre con poco vuol dire che comincia ad essere un campanello d’allarme. Vuol dire che a questa squadra non basta fare quello che fa. A me non basta fare quello che faccio, quindi bisogna trovare delle soluzioni diverse. Sono sicuro che il risultato poi influenza anche me, però se è capitato almeno tre volte su cinque, se non ci facciamo delle domande, se non ci poniamo un po’ di dubbi, sarebbe un po’ da stupidi».
Il verdetto del campo non ammette repliche: se il Catanzaro intende conservare la categoria senza patemi, dovrà trasformare l’estetica in cinismo ed eliminare le disattenzioni individuali che continuano a vanificare il lavoro svolto.
