Il dottor Giuseppe Colangelo racconta una giornata di confronto con medici, cardiologi, associazioni e appartenenti alle Forze dell’ordine, tutti uniti dalla passione per la moto
Su invito dell’Associazione Il cuore tra le mani aps, il dottor Giuseppe Colangelo ha preso parte a una giornata diversa, trascorsa tra il rombo dei motori, la passione per le due ruote e un messaggio di grande valore sociale: la prevenzione cardiovascolare deve uscire dagli ambienti sanitari e raggiungere le persone nei luoghi in cui vivono, lavorano e coltivano i propri interessi.
A raccontare il significato dell’iniziativa è lo stesso dottor Colangelo, cardiologo, Cardiologo dello Sport e istruttore BLSD/PBLSD, da tempo impegnato nella diffusione della cultura del primo soccorso e nel progetto della cardioprotezione dinamica.
Dottor Colangelo, perché ha scelto di partecipare a questa giornata?
«Avrei potuto prendere parte a uno dei consueti congressi scientifici tra colleghi, certamente importanti per l’aggiornamento e il confronto professionale. Questa volta, però, ho preferito vivere un’esperienza differente, più vicina alle persone e al mondo reale.
Credo che un medico debba saper uscire anche dall’ospedale, dallo studio e dalle sale congressuali. La conoscenza scientifica acquista un valore ancora più grande quando viene tradotta in parole semplici e portata tra la gente. La prevenzione non può essere soltanto un argomento per addetti ai lavori: deve diventare cultura comune».
È stato comunque possibile confrontarsi con altri professionisti sanitari?
«Assolutamente sì. Durante l’evento ho avuto il piacere di incontrare anche colleghi medici e cardiologi che, come me, condividono la passione per la moto. È stato bello confrontarsi in un contesto diverso dal solito, senza perdere il valore scientifico e professionale dell’incontro.
Al di fuori delle sedi tradizionali, il dialogo può diventare ancora più spontaneo. La passione comune per le due ruote ha favorito uno scambio diretto di esperienze e riflessioni sulla prevenzione cardiovascolare, sulla gestione delle emergenze e sulla necessità di avvicinare sempre di più la medicina alla società».
Qual è stato l’aspetto più significativo della giornata?
«Oltre all’incontro con i colleghi, è stato particolarmente importante entrare in contatto con il mondo dell’associazionismo. Le associazioni rappresentano una risorsa fondamentale perché conoscono il territorio, riescono a coinvolgere le persone e trasformano le idee in iniziative concrete.
Senza l’associazionismo sarebbe molto più difficile diffondere una vera cultura della prevenzione. Sono spesso proprio le associazioni a entrare nelle piazze, nelle scuole, nei luoghi di aggregazione e nelle comunità più piccole. Riescono a creare partecipazione, continuità e senso di appartenenza. Per questo devono essere ascoltate, sostenute e coinvolte nei progetti di cardioprotezione».
All’evento erano presenti anche appartenenti alle Forze dell’ordine. Che valore assume questa partecipazione?
«Ho incontrato anche appartenenti alle Forze dell’ordine che condividono la passione per la moto. La loro presenza ha reso il confronto ancora più interessante, perché parliamo di donne e uomini che ogni giorno presidiano il territorio, conoscono le strade e possono trovarsi tra i primi ad arrivare sul luogo di un’emergenza.
La formazione alle manovre salvavita e una maggiore diffusione dei defibrillatori tra le unità operative possono rappresentare un valore aggiunto per tutta la comunità. Le Forze dell’ordine non sostituiscono il soccorso sanitario, ma, quando adeguatamente formate ed equipaggiate, possono contribuire a ridurre i tempi del primo intervento in attesa dell’arrivo dell’ambulanza».

Quali temi sono stati affrontati durante la giornata?
«Abbiamo parlato innanzitutto di prevenzione cardiovascolare: controllo della pressione arteriosa, attenzione al colesterolo e alla glicemia, attività fisica regolare, alimentazione equilibrata, abolizione del fumo e importanza dei controlli medici, soprattutto in presenza di fattori di rischio o familiarità.
Abbiamo poi affrontato il tema dell’arresto cardiaco improvviso. È fondamentale sapere che, davanti a una persona che non risponde e non respira normalmente, bisogna chiamare immediatamente il 112, iniziare il massaggio cardiaco e utilizzare appena possibile un defibrillatore.
Sono azioni che possono essere apprese da tutti. Non bisogna essere medici per iniziare la rianimazione cardiopolmonare o per utilizzare un DAE: servono formazione, esercitazione e consapevolezza. Quando il cuore si arresta, ogni minuto che passa senza intervento riduce le possibilità di sopravvivenza».
Perché il mondo dei biker può diventare una risorsa per la cardioprotezione?
«I motociclisti costituiscono una comunità unita, solidale e abituata ad aiutarsi. Inoltre, grazie alla moto, possono muoversi rapidamente nel traffico e raggiungere anche zone più difficilmente accessibili.
Immaginiamo una rete organizzata di biker adeguatamente formati e dotati di defibrillatore, capaci di attivarsi in caso di emergenza secondo procedure definite e in coordinamento con il sistema di soccorso. Un motociclista potrebbe raggiungere il luogo di un arresto cardiaco prima dell’ambulanza e iniziare le manovre salvavita durante quei minuti decisivi.
Non si tratta di sostituirsi ai professionisti dell’emergenza sanitaria, ma di rafforzare il primo anello della catena della sopravvivenza. Prima si riconosce l’arresto cardiaco, prima si chiama il 112, prima si inizia la rianimazione e prima si utilizza il DAE, maggiori saranno le possibilità di salvare quella persona».
È questo il principio della cardioprotezione dinamica?
«Sì. La cardioprotezione non può limitarsi alla presenza di un defibrillatore fermo in una teca. Il DAE deve essere accessibile, correttamente mantenuto e vicino alla persona che ne ha bisogno.
La cardioprotezione dinamica immagina una rete capillare e itinerante di cittadini formati, associazioni, operatori e motociclisti dotati di defibrillatore, pronti ad avvicinare il soccorso alle persone. Il concetto è semplice: non aspettare soltanto che la vittima venga raggiunta dal DAE, ma fare in modo che sia anche il DAE a muoversi rapidamente verso la vittima.
Da questa visione nasce DefibRider, il simbolo del motociclista che porta con sé non un’arma che ferisce, ma uno strumento capace di restituire una possibilità di vita».
Che cosa le ha lasciato questa esperienza?
«Mi ha confermato che esiste una grande voglia di conoscere, partecipare e rendersi utili. Ho incontrato colleghi medici e cardiologi, rappresentanti delle associazioni, appartenenti alle Forze dell’ordine e tanti biker accomunati dalla stessa passione. Persone diverse, ma unite dalla volontà di contribuire alla sicurezza e alla tutela della vita.
Il congresso scientifico rimane fondamentale per la nostra crescita professionale, ma è altrettanto importante portare ciò che apprendiamo fuori dalle sale, trasformando la scienza in informazione, formazione e azione concreta.
Oggi ho scelto di essere qui proprio per questo: per incontrare il territorio, ascoltare le persone e dimostrare che si può parlare di prevenzione cardiovascolare anche in mezzo alle moto. Anzi, proprio luoghi come questo possono diventare straordinarie occasioni di sensibilizzazione».
Qual è il messaggio che desidera lasciare ai partecipanti?
«La prevenzione riguarda tutti e nessuno deve sentirsi estraneo alla catena della sopravvivenza. Un’associazione può promuovere la formazione, un medico può mettere a disposizione le proprie competenze, un appartenente alle Forze dell’ordine può contribuire alla tempestività dell’intervento e un motociclista può decidere di diventare un biker formato e cardioprotetto.
Le passioni possono trasformarsi in strumenti di utilità sociale. La moto può diventare non soltanto simbolo di libertà, ma anche un mezzo capace di portare rapidamente aiuto. Ogni biker formato può diventare parte di una rete salvavita. Ogni motociclista può diventare un DefibRider».
La giornata ha così unito medicina, associazionismo, istituzioni e passione per le due ruote, dimostrando che la prevenzione cardiovascolare può e deve trovare spazio anche fuori dagli ambienti tradizionali.
Perché una comunità informata è una comunità più consapevole. Una comunità formata è una comunità più sicura. E una comunità dotata di persone capaci di intervenire può diventare realmente cardioprotetta.
