domenica 25 Gennaio 2026

Il Rimini fallisce con 4 milioni di debiti: la lezione amara che il calcio italiano non vuole imparare

Un altro pezzo di storia del calcio italiano viene cancellato con un colpo di spugna burocratico. Il Rimini FC cessa di esistere a campionato in corso: debiti per oltre 4 milioni, classifica riscritta e una città di 150.000 abitanti senza calcio. Analisi di un disastro annunciato che deve far riflettere tutto il sistema.

Il calcio italiano si risveglia più povero, ferito dall’ennesimo fallimento che macchia la credibilità della terza serie nazionale e, di riflesso, dell’intero movimento. Il 28 novembre 2025 resterà una data infausta negli annali sportivi: il Rimini Football Club è ufficialmente cessato di esistere. La Federazione Italiana Giuoco Calcio ha revocato l’affiliazione ed escluso la società dal campionato a stagione in corso, mettendo la parola fine a un’agonia durata mesi.

Soltanto sette mesi fa, in una serata che ora appare lontana anni luce, i romagnoli alzavano al cielo la loro prima Coppa Italia di Serie C. Oggi, di quella gloria resta solo la cenere di un bilancio in profondo rosso e una tifoseria tradita. Per noi che raccontiamo quotidianamente le gesta del Catanzaro, abituati alla solidità della gestione Noto che ha costruito le basi per la trionfale promozione del 2023 e per l’attuale stabilità in B, questa vicenda suona come un monito terrificante su quanto sia fragile il confine tra il calcio professionistico e il baratro.

Rimini, le radici del male: dal trionfo in Coppa al disastro gestionale

Per comprendere come una società storica, con nove campionati di Serie B alle spalle, possa implodere in così poco tempo, bisogna riavvolgere il nastro all’estate del 2023. Il passaggio di consegne da Alfredo Rota alla DS Sport, controllata da Stefania Di Salvo e dal marito Stefano Petracca, imprenditore sanitario, portava già in dote un “peccato originale”: un debito pregresso di circa 250.000 euro nei confronti della precedente gestione. Una cifra che, col senno di poi, rappresentava la prima crepa di una diga destinata a crollare.

Il paradosso del Rimini sta nella dicotomia tra risultati sportivi e disastro amministrativo. Sul campo, la squadra ha gettato il cuore oltre l’ostacolo. Dopo un avvio shock nella stagione 2023-24 (4 punti in 7 gare), la guida tecnica passata da Raimondi a Emanuele Troise aveva garantito una risalita fino ai playoff. L’apoteosi si è toccata l’8 aprile 2025, quando i biancorossi hanno battuto la Giana Erminio conquistando la Coppa Italia di Serie C. Ma mentre i tifosi festeggiavano, nelle stanze dei bottoni suonavano i primi allarmi: due punti di penalizzazione per ritardi negli adempimenti, il segnale inequivocabile di una liquidità che iniziava a scarseggiare.

È una storia che stride violentemente con il modello virtuoso che abbiamo ammirato sui Tre Colli. Ricordiamo bene la stagione dei record 2022/23 del Catanzaro: lì, ogni vittoria di Iemmello e compagni (102 gol fatti, 96 punti) era supportata da una macchina societaria perfetta. A Rimini, invece, i trofei servivano solo a nascondere la polvere sotto il tappeto, fino a quando la montagna di debiti non è diventata impossibile da occultare.

L’estate del caos: quote a 1 euro e sequestri

La situazione del Rimini precipita irreversibilmente nell’estate 2025. La famiglia Petracca, ormai impossibilitata a garantire la continuità, cerca una via d’uscita che si rivelerà fatale. Il 31 luglio viene annunciata la cessione alla Building Company S.r.l., una società brianzola guidata da Giusy Anna Scarcella, il cui core business è l’installazione di pannelli fotovoltaici.

I dettagli dell’operazione, emersi successivamente, lasciano sgomenti per la loro precarietà:

  • La Building Company risultava avere solo 3 dipendenti.
  • Il prezzo di acquisto è stato quello simbolico di 1 euro.
  • Le quote erano gravate da un sequestro conservativo disposto dal Tribunale di Milano su istanza della VR Trasporti di Alfredo Rota, che vantava crediti per circa 175.000 euro.

Di fatto, il passaggio di proprietà è rimasto un’incompiuta giuridica. Con le quote bloccate in tribunale, la Building Company ha operato sotto il controllo di un custode giudiziario, in un limbo amministrativo che ha paralizzato ogni operatività reale. Una gestione “fantasma” che ha condannato la squadra ancor prima di scendere in campo.

Rimini, la stagione maledetta: fughe, penalizzazioni e porte chiuse

Il campionato 2025-26 del Rimini è stato una via crucis sportiva. Il tecnico Antonio Buscè, l’uomo della Coppa Italia, ha fiutato l’aria pesante lasciando la Romagna per accasarsi al Cosenza. Sulla panchina si sono alternati Piero Braglia (esonerato dopo sole due giornate) e Filippo D’Alesio, chiamati a guidare una nave senza timoniere.

Il mercato estivo è stato un esodo biblico. I pezzi pregiati della rosa, intuendo il disastro imminente, hanno fatto le valigie: Parigi, Falbo, Garetto, Ubaldi, Langella hanno lasciato la Romagna, svuotando la squadra di talento ed esperienza. Chi è rimasto ha dovuto convivere con una realtà umiliante:

  • A settembre 2025 il Tribunale Federale ha inflitto 11 punti di penalizzazione per mancato pagamento di stipendi e oneri federali.
  • Le penalizzazioni successive hanno portato il totale a un mostruoso -16 punti.
  • Lo stadio Romeo Neri è stato chiuso dal Comune per il mancato pagamento delle rate di affitto.

Nonostante tutto, la squadra ha provato a onorare la maglia, raccogliendo sul campo 3 vittorie e 2 pareggi. Sforzi vanificati dalla giustizia sportiva, che relegava il club all’ultimo posto con un punteggio negativo di -5. Un’immagine desolante se pensiamo all’entusiasmo che pervade il “Ceravolo” ogni settimana, dove il pubblico spinge una squadra che ha certezze tecniche e societarie, non l’angoscia di non sapere se la domenica successiva si scenderà in campo.

L’illusione Di Matteo e il crack finale

L’ultimo atto di questa tragedia sportiva si è consumato a novembre. Il 6 novembre 2025 sembrava essersi aperto uno spiraglio con l’interessamento del gruppo guidato da Nicola Di Matteo e Daniele Ferro. I due imprenditori avevano firmato un preliminare per rilevare il 100% delle quote dalla Building Company, versando addirittura oltre 220.000 euro per saldare i debiti con l’ex presidente Rota e tentare di sbloccare il sequestro.

Ma la burocrazia e la gravità della situazione hanno soffocato sul nascere ogni speranza. L’udienza del 25 novembre al Tribunale di Milano è stata la pietra tombale: il giudice si è riservato di decidere sul dissequestro, mentre emergevano nuove contestazioni sulle spese di custodia non saldate. Di Matteo e il suo staff si sono trovati nell’impossibilità fisica di operare: interdetti dall’accesso alla sede, impossibilitati a entrare allo stadio o a parlare con la squadra.

Di fronte a un muro di gomma, il 25 novembre il gruppo Di Matteo si è ritirato, annunciando battaglie legali per recuperare le somme versate. Il giorno successivo, 26 novembre 2025, l’assemblea dei soci della Rimini Football Club S.r.l. ha alzato bandiera bianca, depositando in Camera di Commercio la richiesta di liquidazione volontaria.

Il bilancio del Rimini FC al 30 giugno 2025, allegato alla richiesta, è una sentenza inappellabile: perdita di esercizio superiore a 4 milioni di euro (4.433.639 euro per la precisione). Una voragine finanziaria che ha eroso integralmente il capitale sociale, rendendo impossibile qualsiasi continuità aziendale.

28 Novembre: la fine e le conseguenze

La mannaia della FIGC è calata puntuale il 28 novembre. Il comunicato ufficiale del Presidente Federale, visti gli articoli 16 e 110 delle NOIF, ha deliberato la revoca dell’affiliazione. Gli effetti sono devastanti e immediati:

  1. Esclusione dal campionato di Serie C Girone B.
  2. Svincolo d’ufficio per tutti i tesserati: calciatori, staff tecnico e dipendenti si ritrovano disoccupati da un giorno all’altro.
  3. Stop totale anche per il settore giovanile e la squadra femminile.
  4. Annullamento dei risultati: tutte le gare disputate dal Rimini vengono cancellate, riscrivendo la classifica del girone e falsando, inevitabilmente, la regolarità del torneo per chi aveva già incrociato i romagnoli.

Il presidente della Lega Pro, Matteo Marani, ha espresso profondo rammarico, parlando di “grave danno alla Serie C in un momento di grande sforzo per aumentarne appeal e visibilità”. Parole che sottoscriviamo, ma che non consolano i lavoratori rimasti senza stipendio né i tifosi privati della loro passione.

Il sindaco di Rimini, Jamil Sadegholvaad, ha parlato di “epilogo doloroso ma non inaspettato”, puntando il dito contro le “vergognose vicende societarie”. E purtroppo, a Rimini, è un film già visto. La città ha già vissuto il fallimento del 1994 (gestione Bottega) e quello del 2010 (mancata iscrizione). Ora si prospetta una ripartenza, forse dall’Eccellenza, ma la ferita è profonda.

Serve un cambio di rotta

La vicenda Rimini non è solo cronaca di un fallimento, è un atto d’accusa verso un sistema di controlli che, troppo spesso, chiude la stalla quando i buoi sono già scappati. Come è stato possibile permettere l’iscrizione e il prosieguo dell’attività a una società gravata da sequestri, gestita da una scatola vuota e con perdite milionarie?

Mentre a Catanzaro ci godiamo la stabilità e la programmazione, guardando a obiettivi ambiziosi, non dobbiamo mai dimenticare che queste “isole felici” sono l’eccezione, non la regola. Il calcio italiano ha bisogno di regole d’ingresso molto più stringenti sulla solidità finanziaria. Non si può permettere che piazze storiche, con 150.000 abitanti, vengano umiliate da passaggi di proprietà fumosi e gestioni dilettantistiche. Il caso Rimini è una sconfitta per tutti, un buco nero che inghiotte storia, passione e credibilità.

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