Sergio Dragone: “Aquilani e il Catanzaro, è stata una bella storia, non c’è spazio per il rancore”

Intervistato da Bruno Vespa pochi minuti prima della diretta Rai Uno per la cerimonia inaugurale dei Mondiali, il direttore del Corriere dello Sport Ivan Zazzaroni è stato netto nell’analizzare la crisi del calcio italiano, ancora una volta escluso dal grande palcoscenico planetario: “Guardate cosa ha fatto il Catanzaro, con undici italiani ha rischiato di andare in serie A!” Avete capito bene: davanti a milioni di telespettatori, in attesa di collegarsi con l’Azteca di Città del Messico, il Catanzaro è stato indicato come modello virtuoso per un sistema calcio malato e in affanno. Qualcosa di inimmaginabile solo qualche anno fa.

In queste ore, ho letto sui social alcuni feroci commenti – non tantissimi per la verità – contro Alberto Aquilani, il tecnico che ha condotto le Aquile ad un passo da un traguardo che manca da 43 anni, “colpevole” di avere scelto una panchina di serie A e di non rispettare il contratto che lo legava al Catanzaro per un altro anno. Ritengo questi giudizi profondamente sbagliati, anche se comprensibili perchè dettati dalla delusione e da una lettura “romantica” delle vicende calcistiche.

L’incontro tra Aquilani e il Catanzaro si è rivelato una sorprendente alchimia, in cui è difficile dire chi ha dato di più. E’ stata una bella storia e non c’è spazio per il rancore.

Il club giallorosso ha investito su un allenatore praticamente alle prime armi, affermatosi nel settore giovanile della Fiorentina e con una sola e incerta esperienza tra i professionisti, al Pisa. E’ stata una scommessa anche perché l’ex centrocampista della Roma e del Liverpool proveniva da un anno sabbatico che aveva utilizzato per riflettere sul suo futuro e per studiare. Il presidente Noto lo ha difeso e coccolato anche nei suoi primi e difficili passi. Alcune dichiarazioni infelici (ricordate la colpa data al vento, il giudizio non proprio esaltante sulla qualità della rosa) e i deludenti risultati delle prime giornate avrebbero potuto anche portare ad un esonero anticipato. La società ha tenuto la barra dritta, consentendo all’allenatore di ambientarsi, di lavorare con tranquillità, di applicare i suoi principi, di attendere con pazienza l’arrivo dei risultati. Si può ben dire che senza il Catanzaro non sarebbe nato il “fenomeno Aquilani”.

Non si può però non ammettere che Aquilani ha ripagato ampiamente la fiducia accordatagli dalla società giallorossa, non solo sotto l’aspetto dei risultati, ma soprattutto sotto il profilo della valorizzazione del parco giocatori e della reputazione che le Aquile si sono meritate in tutta Italia.

Senza l’allenatore romano, senza la sua vocazione di scopritore e valorizzatore di talenti, il Catanzaro non avrebbe potuto fornire alle varie Nazionali, da quella maggiore all’Under 19, ben sei calciatori: Favasuli, Cissè, Liberali, Rispoli, Alesi e Nuamah. Il valore della rosa – il principale patrimonio della società – si è quanto meno raddoppiato, passando da 22 a 44 milioni di euro, aumentando la percezione di sostenibilità e stabilità economica sempre più rara in un calcio italiano indebitato fino al collo e sempre più in mano ai fondi stranieri. Ha contribuito, insomma, al consolidamento di un brand riconosciuto e credibile. Non è poco.

Io non penso che le lacrime versate da Aquilani all’U-Power di Monza siano state false o semplici gesti teatrali. E credo siano sincere anche le parole che ha usato nella sua lettera di saluto (ha accuratamente evitato di parlare di “addio”) ad un popolo che gli ha fatto scoprire il lato umano dei gioco del calcio. Ha fatto bene il presidente Noto a non sbarragli la strada verso la serie A perché ha capito che non era una questione di soldi – che pure contano – ma solo di prospettive professionali. Se Aquilani avesse optato per una squadra di serie B, anche altolocata, tutto il ragionamento che ho fatto fin qui crollerebbe. Le strade di Alberto e delle Aquile si separano perché nel mondo del calcio non esistono più le favole e non esistono più i giocatori-bandiera.

L’unica favola che resterà eterna è quella di una piccola squadra di provincia, della più lontana e periferica regione d’Europa, capace di scalare tutte le montagne e arrivare a sfiorare il cielo.

SERGIO DRAGONE

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