Il cardiologo e istruttore di primo soccorso racconta l’affascinante storia di Resusci Anne, il manichino sul quale milioni di persone hanno imparato le manovre di rianimazione cardiopolmonare
Tutti coloro che hanno partecipato a un corso di primo soccorso hanno incontrato almeno una volta Anna, il celebre manichino utilizzato per imparare la rianimazione cardiopolmonare. Ma perché si chiama proprio così? E quale storia si nasconde dietro il suo volto?
Ne abbiamo parlato con il dottor Giuseppe Colangelo, cardiologo e istruttore di primo soccorso, da anni impegnato nella diffusione della cultura della cardioprotezione e nell’insegnamento delle manovre salvavita.
Dottor Colangelo, perché il manichino utilizzato durante i corsi di rianimazione viene chiamato Anna?
Il nome deriva da Resusci Anne, il manichino realizzato nel 1960 dal produttore norvegese Åsmund Lærdal, con il contributo dei medici Peter Safar e James Elam. Fu uno dei primi simulatori progettati specificamente per insegnare la ventilazione bocca a bocca e le tecniche di rianimazione. Con il tempo, nel linguaggio comune, Resusci Anne è diventata semplicemente Anna.
È vero che il suo volto sarebbe ispirato a una ragazza realmente esistita?
Il volto di Anna è ispirato alla maschera della cosiddetta “Sconosciuta della Senna”, in francese L’Inconnue de la Seine. Secondo la storia tramandata, alla fine dell’Ottocento il corpo di una giovane donna sarebbe stato ritrovato nelle acque della Senna, a Parigi. Non avendo documenti e non essendo stata riconosciuta, la sua identità rimase sconosciuta. Intorno a questa figura sono nate diverse ricostruzioni e leggende, non tutte storicamente verificabili.
Come mai il suo volto divenne così famoso?
La leggenda racconta che un addetto dell’obitorio rimase colpito dalla serenità della sua espressione e dal sorriso appena accennato, tanto da realizzarne una maschera mortuaria. Le riproduzioni di quel volto iniziarono successivamente a circolare in tutta Europa, entrando nelle case, negli studi degli artisti e nei salotti culturali. Quel viso misterioso diventò un’immagine molto conosciuta e fu proprio Lærdal a sceglierlo, molti anni dopo, per il suo manichino.
C’è qualcosa di profondamente simbolico in questa storia.
Certamente. Il volto di una giovane donna che, secondo la tradizione, nessuno riuscì a salvare è diventato lo strumento attraverso il quale milioni di persone hanno imparato a salvare gli altri. È come se da una storia legata alla morte fosse nato un messaggio universale di vita, formazione e speranza.
Perché Anna viene definita “il volto più baciato della storia”?
Perché generazioni di soccorritori si sono esercitate su di lei nella ventilazione bocca a bocca. Milioni di persone, in ogni parte del mondo, hanno imparato su quel volto le tecniche fondamentali della rianimazione. È una definizione suggestiva, ma rende bene l’idea dell’enorme importanza che Resusci Anne ha avuto nella diffusione del primo soccorso.
Durante i corsi si sente spesso pronunciare la frase “Anna, mi senti?”. Che significato ha?
È la domanda utilizzata per verificare lo stato di coscienza della persona. Il soccorritore si avvicina in sicurezza, stimola delicatamente la vittima e le parla ad alta voce. Se la persona non risponde e non respira normalmente, bisogna attivare immediatamente il sistema di emergenza e iniziare le manovre previste dalla propria formazione. È un passaggio apparentemente semplice, ma fondamentale per riconoscere rapidamente un possibile arresto cardiaco.
Che cosa rappresenta Anna per un istruttore di primo soccorso?
Anna non è soltanto un manichino. Rappresenta simbolicamente ogni persona che, un giorno, potrebbe avere bisogno del nostro aiuto. Quando ci esercitiamo su di lei non stiamo semplicemente ripetendo dei movimenti: stiamo preparando le nostre mani, la nostra mente e il nostro coraggio a intervenire davanti a una vita vera.
Il manichino ci permette di provare, di sbagliare e di correggerci in un ambiente protetto. Nell’emergenza reale, però, ogni minuto conta. Per questo la formazione deve precedere l’emergenza e non può essere improvvisata quando una persona è già a terra.
Quanto è importante l’intervento immediato di chi assiste a un arresto cardiaco?
È determinante. L’arresto cardiaco può verificarsi in casa, a scuola, sul posto di lavoro, per strada o durante un’attività sportiva. Nei primi minuti, quasi mai accanto alla vittima è presente un medico. La prima possibilità di salvezza è rappresentata dalle persone che si trovano sul posto.
Riconoscere l’emergenza, chiamare tempestivamente il 112 o il 118, iniziare le compressioni toraciche e utilizzare il defibrillatore quando disponibile significa non lasciare sola la vittima nell’attesa dei soccorsi. Poche azioni, se eseguite rapidamente e correttamente, possono cambiare completamente l’esito dell’evento.
Molte persone, però, hanno paura di intervenire. Che cosa vorrebbe dire loro?
La paura è comprensibile, ma non deve trasformarci in spettatori. La vera risposta alla paura è la formazione. Più persone imparano le manovre di primo soccorso, più una comunità diventa sicura e cardioprotetta.
Non bisogna pensare di dover diventare medici. Bisogna imparare a riconoscere una situazione critica, chiedere aiuto e mettere in atto le manovre per le quali si è stati formati. In quei primi minuti, anche due mani possono rappresentare l’unico ponte tra la persona colpita e l’arrivo dei soccorsi.
Qual è, quindi, il messaggio che Anna continua a trasmetterci?
Anna ci insegna che chiunque può diventare il primo anello della catena della sopravvivenza. Non parla, non respira e non possiede un cuore che batte, ma da oltre sessant’anni prepara le nostre mani a sostenere il cuore di qualcun altro.
Il suo messaggio è semplice: imparare a intervenire significa scegliere di non voltarsi dall’altra parte. Dietro ogni manichino sul quale ci esercitiamo potrebbe esserci, un giorno, una persona vera. E quella vita potrebbe dipendere proprio da noi.
