Arresto cardiaco, la sfida dei First Responder: «Il Sud punti su una grande rete salvavita»

In alcune regioni italiane app e piattaforme consentono già di coinvolgere cittadini disponibili a intervenire nei primi minuti di un arresto cardiaco e di individuare rapidamente i DAE. Il cardiologo Giuseppe Colangelo rilancia il tema per il Mezzogiorno: «Non partiamo da zero, ma dobbiamo fare un salto di qualità. Mettiamo in rete defibrillatori, persone formate, tecnologia e sistema dell’emergenza»

SUD ITALIA. Un telefono che squilla. Una notifica sullo smartphone. A poche centinaia di metri una persona è stata colpita da un sospetto arresto cardiaco.

Il sistema dell’emergenza è già stato attivato e l’ambulanza è in viaggio. Ma nelle vicinanze potrebbe esserci un cittadino formato alle manovre salvavita, disponibile a intervenire. E potrebbe esserci anche un defibrillatore automatico esterno a pochi minuti di distanza.

Mettere in comunicazione questi elementi significa provare a guadagnare ciò che, nell’arresto cardiaco, vale più di qualsiasi altra cosa: tempo.

Non è fantascienza e non è nemmeno un’ipotesi riservata alla sanità del futuro.

In alcune realtà italiane è già possibile attraverso sistemi di First Responder, reti che sfruttano smartphone, geolocalizzazione e censimento dei defibrillatori per cercare di portare le prime manovre salvavita accanto alla vittima il più rapidamente possibile.

Ed è proprio osservando queste esperienze che nasce una domanda.

Perché non investire con ancora maggiore decisione su modelli analoghi anche nel Sud Italia?

A rilanciare il tema è il dott. Giuseppe Colangelo, cardiologo, istruttore certificato di Primo Soccorso e autore del libricino a fumetti “Vite in Salvo”, da tempo impegnato nella divulgazione delle manovre salvavita e nella promozione di una cardioprotezione sempre più diffusa.

«Non dobbiamo commettere l’errore di pensare che nel Mezzogiorno non sia stato fatto nulla», precisa Colangelo. «Esistono iniziative, progetti territoriali, sistemi di censimento e mappatura dei DAE e tante realtà associative impegnate quotidianamente nella formazione. La vera domanda è un’altra: possiamo fare un passo ulteriore e costruire reti sempre più capillari, coordinate e integrate con il sistema dell’emergenza?»

Il modello First Responder: quando il territorio diventa parte del soccorso

Il principio è tanto semplice quanto rivoluzionario.

Una cosa è sapere attraverso una mappa che in un determinato luogo è presente un defibrillatore.

Altra cosa è disporre di un sistema organizzato che, quando viene segnalato un sospetto arresto cardiaco, possa contribuire a individuare persone disponibili nelle vicinanze e indicare loro la presenza dei DAE censiti sul territorio.

Il First Responder non sostituisce il medico, l’infermiere, l’ambulanza o il sistema 112/118.

Non deve farlo e non è questo il suo compito.

Il suo valore è un altro: provare ad accorciare il tempo che separa il collasso della persona dall’inizio delle prime manovre salvavita.

Mentre il mezzo di soccorso percorre chilometri, un cittadino formato potrebbe trovarsi nello stesso quartiere, nella strada accanto, in un negozio vicino, in una palestra o in un’abitazione a poche centinaia di metri.

La tecnologia può contribuire a trasformare questa vicinanza geografica in una vicinanza operativa.

Quando un cuore si ferma comincia una corsa contro il tempo

L’arresto cardiaco improvviso è una delle emergenze nelle quali ogni minuto assume un peso enorme.

Bisogna riconoscere rapidamente ciò che sta accadendo, attivare immediatamente il sistema di emergenza, iniziare la rianimazione cardiopolmonare e rendere disponibile quanto prima un defibrillatore.

Il soccorso professionale rimane naturalmente imprescindibile.

Ma esiste un intervallo inevitabile tra la chiamata e l’arrivo dei mezzi.

Ed è proprio in quell’intervallo che si può decidere una parte importante della storia clinica di quella persona.

«Quando parliamo di arresto cardiaco dobbiamo smettere di ragionare soltanto in termini di chilometri», osserva Colangelo. «La vera distanza da ridurre è quella misurata in minuti. Dobbiamo cercare di accorciare il tempo che separa la vittima dalle prime compressioni toraciche e dal primo DAE disponibile».

Il Mezzogiorno e la sfida delle distanze

Nel Sud Italia questa riflessione assume un significato particolare.

Il Mezzogiorno non è costituito soltanto dalle grandi città e dai grandi ospedali.

È un territorio fatto di piccoli comuni, borghi, aree interne, zone rurali e montane, località costiere, isole, centri turistici e paesi nei quali le distanze possono assumere un peso ancora maggiore durante un’emergenza tempo dipendente.

Esistono inoltre territori che durante l’estate moltiplicano la propria popolazione, località balneari molto frequentate, aree montane e piccoli centri nei quali l’accesso ai servizi sanitari può richiedere tempi inevitabilmente differenti rispetto a quelli delle grandi aree urbane.

È proprio qui che la cardioprotezione dovrebbe diventare ancora più capillare.

«La possibilità di ricevere le prime manovre salvavita non dovrebbe dipendere dal luogo nel quale una persona ha la sfortuna di essere colpita da arresto cardiaco», sottolinea Colangelo. «Dobbiamo lavorare affinché la cultura del soccorso possa arrivare ovunque, dalla grande città al piccolo comune dell’entroterra, dalla spiaggia alla montagna».

Il Sud non parte da zero

La fotografia del Mezzogiorno, tuttavia, non può essere ridotta alla formula semplicistica di un Sud privo di tecnologia o di iniziative.

Esistono esperienze territoriali, progetti di cardioprotezione, mappature dei defibrillatori e attività formative.

La Sardegna, per esempio, ha già sviluppato un importante lavoro regionale sul censimento e sulla mappatura dei DAE e ha previsto strumenti digitali destinati a facilitarne l’individuazione.

È quindi importante distinguere due concetti.

Da una parte c’è la mappatura dei defibrillatori, indispensabile per conoscere dove si trovano i dispositivi.

Dall’altra c’è un modello più complesso: quello della rete integrata dei First Responder, nella quale il sistema non si limita a indicare un DAE su una cartina, ma mira a mettere in relazione l’emergenza, il dispositivo e una persona disponibile a intervenire.

Ed è soprattutto su questo secondo livello che, secondo Colangelo, dovrebbe concentrarsi la riflessione.

Il precedente delle Marche: quando la tecnologia diventa soccorso reale

Che questi sistemi non rappresentino soltanto una suggestione teorica è dimostrato dalle esperienze maturate in alcune regioni.

Nelle Marche, la piattaforma regionale ha consentito di sviluppare un sistema di allertamento dei First Responder in caso di sospetto arresto cardiaco.

Nell’agosto 2026, a Fano, l’attivazione della catena di emergenza ha coinvolto anche First Responder presenti nelle vicinanze, con l’intervento dei primi soccorritori in pochi minuti.

Un episodio che rende immediatamente comprensibile il valore di questo modello.

La tecnologia, da sola, non effettua una rianimazione cardiopolmonare.

Uno smartphone non esegue compressioni toraciche.

Una mappa non utilizza un defibrillatore.

Ma la tecnologia può contribuire a portare più rapidamente una persona preparata accanto a chi ha bisogno di aiuto.

Ed è questa la differenza.

Tanti DAE, ma quanti sono realmente raggiungibili?

Negli ultimi anni la presenza dei defibrillatori è aumentata in maniera significativa.

Li vediamo nelle scuole, negli impianti sportivi, nelle palestre, nei Comuni, nelle aziende, nelle stazioni, nei centri commerciali, negli stabilimenti balneari e in numerosi luoghi di aggregazione.

È un risultato importante e rappresenta il frutto di anni di sensibilizzazione.

Ma adesso occorre porsi una domanda ulteriore.

Quanti di questi DAE sono realmente utilizzabili quando una persona va in arresto cardiaco?

Un dispositivo può trovarsi a cento metri dalla vittima ma essere sconosciuto ai presenti.

Può essere all’interno di una struttura chiusa nelle ore serali.

Può essere presente ma non correttamente segnalato.

Può essere perfettamente funzionante, ma nessuno dei presenti sa dove recuperarlo.

E così un DAE fisicamente vicino rischia di diventare, durante l’emergenza, drammaticamente lontano.

«Questo è uno dei concetti sui quali dobbiamo insistere», spiega Colangelo. «Non basta dire quanti defibrillatori sono stati installati. Dobbiamo sapere dove sono, se sono accessibili e come fare in modo che possano raggiungere rapidamente la persona che ne ha bisogno».

Dal DAE appeso al muro al DAE dentro una rete

È forse questo il passaggio culturale più importante.

Per anni l’obiettivo è stato aumentare il numero dei defibrillatori sul territorio.

Ora bisogna compiere il passo successivo: metterli realmente in rete.

Un DAE non dovrebbe essere considerato semplicemente un apparecchio installato in un determinato edificio.

Dovrebbe diventare un nodo di un sistema territoriale.

La sua posizione dovrebbe essere conosciuta e aggiornata. La sua accessibilità dovrebbe essere chiara. La popolazione dovrebbe sapere riconoscere il simbolo del defibrillatore. E una rete di persone formate potrebbe contribuire a renderlo realmente disponibile durante un’emergenza.

È la differenza tra avere dei defibrillatori e avere un territorio cardioprotetto.

Dalla mappa dei DAE alla mappa della solidarietà

Il vero salto di qualità sarebbe quindi passare dalla semplice mappa dei dispositivi a una rete dinamica di persone, competenze e DAE.

Una sorta di mappa della solidarietà.

Cittadini formati, volontari, associazioni, istruttori, società sportive e realtà territoriali potrebbero rappresentare, nell’ambito di sistemi istituzionalmente organizzati, una risorsa aggiuntiva nei primi minuti dell’emergenza.

Non persone lasciate sole a gestire un evento drammatico, ma cittadini inseriti all’interno di una catena nella quale il riferimento rimane il sistema dell’emergenza.

«Dobbiamo trasformare il concetto di cardioprotezione», osserva Colangelo. «Non più soltanto un apparecchio appeso a una parete, ma una comunità che sa dove si trova quel dispositivo e sa cosa fare quando un cuore improvvisamente si ferma».

La formazione resta il vero motore

Nessuna applicazione, tuttavia, può sostituire la formazione.

Ed è probabilmente questo il punto centrale dell’intera questione.

Per costruire una rete efficace servono persone.

Persone che sappiano riconoscere un arresto cardiaco, chiamare immediatamente il sistema di emergenza, iniziare le compressioni toraciche e utilizzare un DAE seguendo le indicazioni dell’apparecchio e della Centrale Operativa.

Per questo la diffusione delle reti First Responder dovrebbe procedere parallelamente a un grande investimento culturale.

Scuole, società sportive, associazioni, luoghi di lavoro e comunità locali possono diventare il terreno nel quale far crescere una nuova consapevolezza.

È la stessa filosofia che ha portato Colangelo a realizzare “Vite in Salvo”, il libricino a fumetti attraverso il quale il cardiologo cerca di avvicinare bambini, ragazzi e famiglie alle manovre salvavita utilizzando un linguaggio semplice e immediato.

«La cardioprotezione deve entrare nella cultura quotidiana. Dobbiamo arrivare al punto in cui riconoscere un DAE e sapere cosa fare davanti a una persona incosciente diventino conoscenze diffuse, esattamente come conoscere un numero di emergenza».

Partire dalle scuole per cambiare il futuro

Ed è proprio il mondo della scuola che potrebbe rappresentare uno dei punti di partenza più importanti.

Insegnare ai giovani il valore del primo soccorso significa creare generazioni di adulti meno impauriti dall’emergenza e più consapevoli del proprio ruolo.

Non significa trasformare i cittadini in sanitari.

Significa insegnare loro che, davanti a un arresto cardiaco, fare qualcosa nei primi minuti può essere infinitamente meglio che limitarsi ad aspettare.

La cultura del soccorso dovrebbe quindi accompagnare lo sviluppo tecnologico.

Perché una rete First Responder senza cittadini formati rischierebbe di essere soltanto una buona infrastruttura.

Una popolazione formata, invece, può trasformarla in una vera rete salvavita.

Una rete per il Sud, non tante piccole isole

C’è infine un rischio da evitare: la frammentazione.

Il futuro della cardioprotezione non dovrebbe essere costituito da decine di piccole applicazioni isolate, sistemi che non comunicano tra loro e censimenti differenti da territorio a territorio.

La sfida dovrebbe essere più ambiziosa.

Studiare i modelli che già funzionano.

Valutarne scientificamente risultati e criticità.

Confrontarli con le esperienze già presenti nel Mezzogiorno.

E costruire sistemi affidabili, istituzionali e possibilmente interoperabili.

Una persona che si sposta da una provincia all’altra o da una regione all’altra non dovrebbe entrare in mondi completamente differenti.

La cardioprotezione deve progressivamente diventare rete.

Un appello alle istituzioni

La proposta è quindi rivolta alle Regioni del Mezzogiorno, alle aziende sanitarie, alle Centrali Operative, ai Comuni, alle associazioni e a tutti coloro che operano nel settore dell’emergenza, della formazione e del volontariato.

Occorre aprire un confronto serio sulla possibilità di sviluppare ulteriormente nel Sud sistemi integrati di First Responder.

Non per copiare semplicemente ciò che viene fatto altrove, ma per adattare le esperienze migliori alle caratteristiche dei territori meridionali.

«Il Sud possiede professionisti, volontari, associazioni e cittadini straordinariamente sensibili a questi temi», conclude Colangelo. «Non dobbiamo partire dal presupposto di non avere nulla. Dobbiamo partire da ciò che già esiste e metterlo in rete, rafforzarlo e farlo crescere».

L’obiettivo finale è semplice da comprendere, anche se complesso da realizzare.

Fare in modo che, quando una persona viene colpita da arresto cardiaco, il sistema dell’emergenza venga immediatamente attivato, qualcuno inizi le manovre salvavita e il DAE più vicino possa essere individuato e reso disponibile il prima possibile.

Perché il vero parametro della cardioprotezione non è soltanto quanti defibrillatori possediamo.

È quanto rapidamente riusciamo a portarli accanto a un cuore che si è fermato.

Il Mezzogiorno non parte da zero.

Ha esperienze, competenze, associazioni, volontari e cittadini formati.

Ora la sfida può essere quella di unire questi elementi in un sistema ancora più moderno e capillare.

Un defibrillatore può salvare una vita. Una persona formata può salvare una vita. Ma una comunità organizzata, collegata e pronta a intervenire può diventare una vera rete della sopravvivenza.

Ed è forse questa la domanda che oggi vale la pena porre alle istituzioni:

se la tecnologia può aiutarci a guadagnare minuti preziosi, perché non investire per costruire una grande rete salvavita anche nel Sud Italia?

Perché davanti a un arresto cardiaco non dovrebbe esistere un Nord, un Centro o un Sud.

Dovrebbe esistere soltanto una persona da salvare e una comunità pronta a intervenire.

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