Scognamillo a cuore aperto a PC: “Catanzaro è casa mia, tifo per voi. Credo nel sogno”

Il volto compare sullo schermo e il tempo sembra improvvisamente dilatarsi, azzerando i chilometri che separano la Campania dalla Calabria. Stefano Scognamillo indossa colori differenti, difende uno scudo diverso sul petto, ma l’aura che lo circonda resta intrinsecamente ancorata al cemento del “Nicola Ceravolo”. Ospite d’eccezione dell’ultimo appuntamento di “Passione Catanzaro”, condotto da Valerio Tomasello, il difensore centrale ha riavvolto il nastro della sua carriera recente. Una lunga intervista densa di retroscena tattici, amarcord da brividi e dichiarazioni d’affetto viscerale verso un ambiente sportivo che lo ha adottato e consacrato. Un legame capace di frantumare le fredde logiche del calciomercato professionistico, restituendo al calcio quella dimensione romantica troppo spesso sacrificata sull’altare dei bilanci.

Il trionfo sannita e il sapore di un campionato dominato

L’attualità sportiva racconta di un’annata trionfale vissuta da dominatore assoluto. Acquistato dal Benevento nell’estate del 2025 per una cifra importante, il centrale nato a San Pietroburgo ha immediatamente imposto la propria leadership agonistica nel difficile palcoscenico della Serie C. Il tabellino personale certifica l’impatto devastante sul rendimento della retroguardia campana. Ben 36 apparizioni stagionali condite da 4 assist, un contributo essenziale per blindare la vittoria del torneo e respingere gli assalti delle inseguitrici.

Ripercorrendo la cavalcata giallorossa, le analogie con il recente passato calabrese emergono prepotentemente. Il distacco in classifica traccia la dimensione reale dell’impresa compiuta dalla truppa sannita. “Abbiamo fatto un campionato veramente alla grande. Riuscire a staccare il Catania a 12 punti di distanza non era per nulla scontato”, ha sottolineato il difensore. Le fondamenta dei due successi poggiano però su basi anagrafiche differenti. “La conformazione degli organici era diversa. Noi a Catanzaro eravamo forse una squadra maggiormente matura ed esperta della categoria. A Benevento ho trovato un gruppo composto da molti più giovani, ragazzi dotati comunque di una qualità tecnica impressionante”.

La svolta psicologica del campionato ha una data e un avversario precisi. Il momento esatto in cui la consapevolezza della vittoria finale si è materializzata nello spogliatoio coincide con una rimonta al cardiopalma. “Per me la partita decisiva è stata quella contro l’Atalanta. Perdevamo tre a uno alla fine del primo tempo. L’abbiamo ribaltata fissando il punteggio sul quattro a tre. Lì c’è stata una presa di coscienza collettiva. Abbiamo capito di avere il piglio giusto. Il Catania aveva appena perso e vincendo avremmo allungato il gap. Tutti pensavano che la gara fosse finita, invece abbiamo ribaltato un risultato maledettamente complicato da grande squadra vera”.

L’anima divisa a metà e il richiamo del Ceravolo

Indossare una casacca prestigiosa impone dedizione e massima professionalità. Valori che il numero quattordici mette quotidianamente al servizio della sua attuale dirigenza. Il cuore, tuttavia, risponde a coordinate geografiche ben precise. L’emozione scaturita dalla visione di una clip celebrativa preparata dalla redazione ha sciolto ogni barriera formale. Le parole scandite in diretta restituiscono la fotografia esatta di un legame inscindibile.

“Quando scendevo in campo in questa stagione mi sembrava di essere ancora lì da voi. Per me Catanzaro è casa, lì ho lasciato tutto me stesso. Provo una grandissima voglia di tornare a giocare al Ceravolo”. Un desiderio agonistico immediatamente mitigato da una precisazione intrisa di autentico tifo. “Allo stesso tempo spero fortemente di non venirci. Questo significherebbe che il Catanzaro, in questi imminenti playoff, è riuscito a centrare l’approdo in un’altra categoria”.

Incrociare i tacchetti contro il proprio passato rappresenta lo scoglio emotivo più arduo da superare per un professionista. La prospettiva di un duello rusticano sul prato verde non spaventa il centrale, consapevole della purezza dei sentimenti coltivati in Calabria. “Il nostro è un lavoro, esattamente come tutti gli altri. Le storie d’amore possono però continuare ad alimentarsi anche a distanza. Ci saranno novanta o cento minuti in cui si farà una battaglia vera su ogni pallone, ma il rispetto e l’immenso affetto ci saranno per sempre”.

L’identificazione con la città ha rappresentato il vero motore immobile delle sue prestazioni passate. Una spinta invisibile capace di annullare la fatica fisica. “Sentivo il peso positivo dell’appartenenza. Nel momento esatto in cui sopraggiungeva la stanchezza estrema, mi dicevo che non potevo fermarmi. Mi sentivo un catanzarese a tutti gli effetti, un figlio acquisito di questa meravigliosa città. Quando vieni a giocare qui ti innamori perdutamente”.

L’evoluzione dell’uomo: la famiglia e l’influenza di Vivarini

L’archivio storico delle statistiche individuali racconta di un avvio di carriera segnato da una foga agonistica strabordante. Nelle stagioni 2021/2022 e 2023/2024, il suo ruolino di marcia aveva fatto registrare l’impressionante quota di tredici cartellini gialli stagionali. Un’irruenza necessaria per affermarsi fisicamente, ma tatticamente rischiosa. La metamorfosi da ruvido marcatore a raffinato leader del reparto arretrato affonda le radici fuori dal rettangolo di gioco.

La maturazione umana ha preceduto e guidato quella sportiva. L’introspezione del calciatore tocca corde profondamente intime. “Devo ringraziare in maniera totale mia moglie. Grazie al suo supporto sono cambiato radicalmente in positivo. Prima ero un caprone, vedevo rosso e andavo dritto per la mia strada senza pensare. Sono cresciuto enormemente sotto il profilo mentale. La nascita di mio figlio mi ha caricato di nuove responsabilità, ma l’aiuto quotidiano di mia moglie è risultato fondamentale per farmi stare bene e trovare l’equilibrio. La famiglia è una componente cruciale per svolgere il nostro lavoro ad alti livelli”.

Il processo di affinamento tecnico porta invece la firma indelebile di Vincenzo Vivarini. Il tecnico abruzzese ha saputo canalizzare l’energia grezza del difensore all’interno di uno spartito corale estremamente esigente, trasformandolo in un perno imprescindibile per l’impostazione della manovra dal basso. Un lavoro meticoloso che ha consegnato al calcio italiano un interprete moderno, capace di abbinare letture preventive e pulizia nei passaggi.

I segreti dello spogliatoio e il tributo a Brighenti

Le dinamiche interne allo spogliatoio giallorosso nascondono legami umani solidissimi. Sopravvivere all’inesorabile scorrere del tempo richiede etica del lavoro e una mentalità d’acciaio. Qualità che albergano naturalmente nell’animo di Nicolò Brighenti. Il compagno di mille battaglie continua a dirigere il traffico difensivo con l’autorità dei giorni migliori, strappando elogi incondizionati all’ex collega di reparto. Le parole riservate al numero ventitré delineano il ritratto di un leader silenzioso.

“Voi non lo sapete, ma Brighenti è un robot, non appartiene al genere umano”, scherza l’ospite con malcelata ammirazione. “Si ricarica in estate stando al mare e poi si presenta a mille all’ora per l’inizio della stagione. Tornando seri, stiamo parlando di un grandissimo professionista. Una persona totalmente esemplare da cui ho cercato di imparare il più possibile. È un ragazzo pulito, d’oro. Da quando ho messo piede a Catanzaro, non gli ho mai visto sbagliare un singolo allenamento o pronunciare una parola fuori posto”.

Il rispetto professionale sfocia in una sincera difesa tecnica. “All’inizio dell’anno, quando capitava che non venisse impiegato, mi arrabbiavo tantissimo davanti alla televisione. Mi chiedevo come fosse possibile rinunciare a un elemento del genere. Avere una figura simile all’interno di una società sportiva è fondamentale. Rappresenta un esempio vivente per i tanti giovani che si affacciano in prima squadra. C’è solo da osservarlo con profonda ammirazione”.

Il clima goliardico della trasmissione ha lasciato spazio anche a divertenti digressioni culinarie. Sfruculiato sulle prelibatezze locali, il difensore ha ribadito la sua ferrea fedeltà gastronomica. Meglio il morzello o la zuppa di cardone tipica del beneventano? La sentenza non ammette repliche. “Il morzello l’ho assaggiato e mi è piaciuto da impazzire. La zuppa non l’ho ancora provata, quindi per ora vince la Calabria a mani basse”. Un aneddoto arricchito dal coraggio dimostrato in passato nell’affrontare sfide estreme sul livello di piccantezza locale con Enzo Colacino, superate brillantemente grazie a un “palato d’amianto”.

Analisi tattica degli spareggi: dal passato al presente

Il capitolo legato alla formula dei playoff apre una voragine di ricordi contrastanti. Le partecipazioni vissute in maglia giallorossa hanno lasciato cicatrici sportive e lezioni preziosissime. L’analisi retrospettiva si concentra sulle eliminazioni maturate contro la Cremonese prima e lo Spezia poi. Il confronto tra le diverse annate rivela sfumature tattiche fondamentali per decifrare il livello di difficoltà della post-season.

“Nella sfida contro la Cremonese eravamo arrivati mentalmente scarichi e fisicamente stanchi. La rosa era forse un po’ corta e in tanti avevamo giocato ininterrottamente tutte le partite della stagione regolare. Ricordo bene il percorso: avevamo strappato il pareggio al fotofinish contro il Brescia, poi contro i grigiorossi siamo andati sotto due a zero per poi rimontare sul due pari. Un dispendio d’energie fatale. Inoltre, la formazione lombarda in quel preciso frangente storico era uno squadrone vero e proprio”.

Il rimpianto maggiore resta legato al confronto ravvicinato con la formazione ligure. “Rispetto allo Spezia, ero convinto che potessimo giocarcela decisamente di più. Se il primo tempo della gara di ritorno fosse terminato uno a zero in nostro favore, avremmo avuto margini enormi per superare il turno e spingerci più avanti nel tabellone”.

L’attenzione si sposta inesorabilmente sul presente e sulle reali chances di successo dell’attuale organico affidato ad Alberto Aquilani. La chiave di lettura individuata dall’ex difensore ribalta le tradizionali gerarchie basate sull’esperienza. “Quest’anno la squadra possiede un’arma tattica micidiale in più: la spensieratezza garantita dalla bassissima età media. I giovani possono scendere in campo e vivere l’evento in maniera totalmente serena, senza avvertire la pressione e senza speculare sui calcoli. Devono semplicemente continuare ad affrontare ogni novanta minuti come hanno fatto in maniera eccellente dall’inizio del campionato”.

Il giudizio sul cammino percorso dai giallorossi assume contorni trionfali. “Stanno portando a termine una stagione obiettivamente straordinaria. Confermarti ad alti livelli non è mai un’operazione scontata. Il primo anno in cadetteria eravamo trascinati dall’entusiasmo della promozione dalla Serie C. Poi sono cambiate le guide tecniche, da Vivarini a Caserta, e molti protagonisti dello spogliatoio hanno salutato la compagnia, dal sottoscritto fino a Vandeputte e Fulignati. Ogni estate perdi pezzi fondamentali del mosaico. Eppure l’ambiente di Catanzaro riesce perennemente a tirarti fuori qualcosa in più e rigenerare il gruppo”.

Il lapsus freudiano e la gioia per il trionfo di Cianci

Il vertice emozionale della serata si consuma proprio analizzando le imminenti sfide da dentro o fuori. L’obiettività dell’addetto ai lavori cede improvvisamente il passo alla passione pura del tifoso militante. Analizzando le percentuali di passaggio del turno, scivola candidamente su un plurale magnifico che manda in visibilio i conduttori in studio. “I playoff quest’anno li potremmo affrontare in maniera esemplare. Ci credo davvero tanto, stranamente ci credo molto di più rispetto agli anni passati”.

Ripreso affettuosamente sulla scelta dei pronomi (“Hai detto li potremmo affrontare”), la risposta chiude idealmente un cerchio aperto anni prima. “Sì, vi parlo apertamente da tifoso. Ho fatto l’abbonamento a DAZN appositamente e mi sono guardato tutte le vostre partite della stagione”.

Prima di congedarsi, c’è lo spazio doveroso per celebrare un successo costruito lontano dai radar delle serie maggiori. Il trionfo nel girone B di terza serie porta la firma di Pietro Cianci, altro eroe indimenticato della promozione calabrese del 2023, oggi dominatore dell’area di rigore con la maglia dell’Arezzo. Un legame fraterno che il prato verde metterà presto alla prova.

“Pietro è un fratello acquisito, non un semplice ex compagno. Pensate che ci siamo mandati messaggi giusto dieci minuti prima di collegarmi con voi in diretta. Sono immensamente contento per lui. Ha meritato di vincere da protagonista assoluto e sono certo che il prossimo anno saprà ritagliarsi uno spazio importante anche in Serie B, perché è un ragazzo dal cuore enorme. Ci eravamo promessi scherzando di incontrarci in Supercoppa e fortunatamente il destino ci ha accontentati. Verranno a giocare da noi al Vigorito e sarà una festa stupenda”.

Le luci della diretta si spengono, lasciando in dote una certezza incrollabile. Certi amori sportivi posseggono la rara forza di resistere all’usura del tempo e alle traiettorie schizofreniche del mercato. Il cemento del Ceravolo continuerà a rappresentare un approdo sicuro per chiunque abbia onorato i colori sociali versando sudore e rispetto. La caccia al sogno della massima serie riparte da qui, spinta anche dal tifo sfegatato di un ragazzo partito da San Pietroburgo per innamorarsi perdutamente delle colline di Catanzaro.

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