Il susseguirsi di malori improvvisi registrati nelle ultime settimane, in concomitanza con le elevate temperature che stanno interessando gran parte del Paese, ha inevitabilmente riacceso il dibattito sul rapporto tra caldo estremo e arresto cardiaco improvviso. Un tema che impone prudenza nelle valutazioni e rigore scientifico, evitando di ricondurre automaticamente ogni evento alle condizioni climatiche.
A richiamare l’attenzione su una lettura più ampia del fenomeno è il dottor Giuseppe Colangelo, cardiologo dello sport ed esperto di rianimazione cardiopolmonare. Originario della Calabria, ma da anni impegnato professionalmente in Campania, Colangelo ha fatto della cardioprotezione una missione che va ben oltre l’attività clinica quotidiana. Accanto al lavoro ospedaliero, infatti, porta avanti un’intensa attività di sensibilizzazione sul territorio, promuovendo la diffusione dei defibrillatori automatici esterni (DAE) e la formazione dei cittadini nei luoghi in cui si svolge la vita della comunità.
Scuole, impianti sportivi, aziende, attività commerciali, associazioni, stabilimenti balneari, piazze, luoghi di aggregazione e persino le chiese rappresentano, secondo il cardiologo, i punti strategici da cui partire per costruire una rete di comunità realmente cardioprotette.
«La cardioprotezione non può restare confinata all’interno degli ospedali», spiega Colangelo. «Deve uscire dalle corsie e diventare patrimonio della collettività. Dove ci sono persone, deve esserci la possibilità di intervenire tempestivamente in caso di arresto cardiaco».
Per il cardiologo, il caldo intenso rappresenta certamente un fattore di rischio, soprattutto per gli anziani, per i pazienti affetti da patologie cardiovascolari e per le persone più fragili. La disidratazione, le alterazioni della pressione arteriosa e il maggiore lavoro richiesto al cuore possono aumentare la probabilità di eventi acuti.
«Sarebbe però scientificamente scorretto attribuire ogni malore o ogni decesso esclusivamente alle alte temperature. Ogni arresto cardiaco ha una propria storia clinica e richiede un’attenta valutazione. Il rischio è quello di concentrare il dibattito sulle cause, dimenticando ciò che realmente può cambiare l’esito di un’emergenza».
Ed è proprio qui che Colangelo individua il punto centrale.
«Quando una persona va in arresto cardiaco, la domanda più importante non è perché sia accaduto, ma se qualcuno sia stato in grado di intervenire nei primi minuti. È in quel momento che si decide il destino di una vita».
Il tempo rappresenta il primo alleato della sopravvivenza. Riconoscere immediatamente l’arresto cardiaco, allertare il 112, iniziare le manovre di rianimazione cardiopolmonare e utilizzare tempestivamente un defibrillatore costituiscono la cosiddetta “catena della sopravvivenza”, riconosciuta a livello internazionale come l’elemento determinante per aumentare le possibilità di salvare una persona.
Per questo motivo il cardiologo insiste sulla necessità di una presenza sempre più capillare dei defibrillatori automatici esterni.
«Ogni luogo frequentato dalla collettività dovrebbe essere cardioprotetto. Non soltanto scuole e impianti sportivi, ma anche aziende, strutture ricettive, centri commerciali, stabilimenti balneari, luoghi di culto e tutti gli spazi nei quali ogni giorno si ritrovano centinaia di persone. Un defibrillatore disponibile sul posto può fare la differenza tra la vita e la morte».
Ma il dispositivo, da solo, non basta.
«Occorre formare i cittadini. Bisogna creare una cultura della responsabilità, affinché ciascuno si senta in grado di intervenire. La paura di sbagliare non può impedire di tentare di salvare una vita».
Da anni Colangelo promuove corsi di formazione e iniziative di cardioprotezione rivolte non solo agli operatori sanitari, ma anche a insegnanti, allenatori, volontari, associazioni e semplici cittadini. Un lavoro costante che nasce dalla convinzione che la prevenzione non possa limitarsi alla teoria.
Ed è proprio da questa convinzione che nasce anche un appello rivolto ai colleghi cardiologi.
«Non basta essere chiamati a commentare un fatto di cronaca o rilasciare un’intervista nella veste di esperti. La nostra professione ci chiede molto di più. Ci chiede di essere credibili attraverso l’esempio».
Il cardiologo invita quindi tutti i colleghi a compiere una scelta concreta, dotandosi personalmente di un defibrillatore automatico esterno, come lui stesso ha già fatto e ricordato in precedenti interviste.
«Non è un gesto simbolico. È una scelta di responsabilità professionale. Significa essere pronti a intervenire anche fuori dall’ospedale, perché un medico resta tale ovunque si trovi. Se vogliamo diffondere la cultura della cardioprotezione dobbiamo essere noi i primi a viverla quotidianamente».
Ma il richiamo del cardiologo va oltre il mondo sanitario e coinvolge direttamente anche le istituzioni.
Nei giorni scorsi Colangelo ha indirizzato una lettera al Presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, affinché la sua terra d’origine possa diventare un modello di cardioprotezione diffusa.
«Alcune località della costa calabrese stanno già installando defibrillatori e questo rappresenta un segnale importante. Significa che qualcosa si sta muovendo. Tuttavia non possiamo accontentarci di iniziative isolate».
L’appello è rivolto ai sindaci, agli amministratori locali, ai presidenti di Regione e al Governo nazionale.
«La cardioprotezione non può procedere a macchia di leopardo. Non possiamo accettare che la possibilità di essere salvati dipenda dal Comune in cui ci si trova o dalla fortuna di trovarsi nel posto giusto. Serve una programmazione capillare, uniforme e strutturata, affinché ogni territorio possa garantire gli stessi livelli di sicurezza».
Per Colangelo investire nella diffusione dei DAE significa investire nella salute pubblica e nella cultura della prevenzione.
«Ogni defibrillatore installato è una possibilità in più di salvare una vita. Ogni cittadino formato è un potenziale soccorritore. Ogni amministrazione che sceglie di investire nella cardioprotezione compie un atto di responsabilità verso la propria comunità».
Il messaggio conclusivo assume il valore di un vero manifesto culturale.
«Dobbiamo passare da una prevenzione fatta soltanto di parole a una cultura della cardioprotezione dinamica, fondata sull’esempio, sulla formazione e sulla presenza concreta dei defibrillatori. La medicina non può limitarsi a spiegare cosa fare. Deve essere la prima a farlo. Solo così potremo costruire una società realmente cardioprotetta, nella quale ogni cittadino, ovunque si trovi, abbia le stesse possibilità di essere soccorso e salvato».
