Nove gare per ribaltare un destino segnato. Fabio Caserta ha appena compiuto un’impresa sportiva, blindando la permanenza in Serie B dell’Empoli all’ultimo respiro e riscattando l’amaro esonero di Bari. Il tecnico, artefice del sesto posto e della cavalcata giallorossa interrotta in semifinale dallo Spezia un anno fa, è intervenuto a Radio Ciak nel programma “Ciak e Goal” condotto da Lorenzo Fazio. Tra ricordi indelebili, l’analisi tattica di un gruppo che gioca a memoria e il legame con capitan Iemmello, l’ex allenatore ha tracciato una rotta precisa. Le Aquile possiedono la maturità necessaria per tentare l’assalto definitivo alla massima serie.
L’impresa toscana e le incomprensioni baresi
Il subentro in corsa non rientrava nello storico professionale dell’allenatore. Rinunciare al contratto in essere con la dirigenza pugliese ha rappresentato un azzardo calcolato. L’impatto con la realtà toscana, caratterizzato da tre sfide ravvicinate nella prima settimana e una rosa a secco di vittorie nel girone di ritorno, si è rivelato brutale. Il tempo per incidere sul campo di allenamento era inesistente.
«Ho trovato una disponibilità totale da parte dei ragazzi in un momento difficile. Ci siamo uniti con la società, il direttore, il presidente e Rebecca Corsi» ha spiegato Caserta ai microfoni dell’emittente catanzarese. L’ansia fisiologica del debutto a stagione in corso ha lasciato rapidamente spazio all’estasi. «È stata una liberazione. Vale come una vittoria di campionato per come è arrivata, all’ultimo minuto dell’ultima partita».
Riguardo alla parentesi barese, l’analisi rimane glaciale, squisitamente legata alle discordanze sugli obiettivi societari. «Se la proprietà pensava di puntare ai playoff, ha fatto bene a mandarmi via. Noi stavamo facendo un percorso in linea con i programmi iniziali. Credo tantissimo nel rapporto umano. Dico sempre la verità ai giocatori, anche quando è brutta, perché un gruppo solido ti salva nei momenti di difficoltà».
Il legame indissolubile con il Ceravolo e capitan Iemmello
L’eredità lasciata nel capoluogo calabrese poggia su fondamenta solidissime. I fisiologici pregiudizi iniziali, legati ai trascorsi sulla panchina del Cosenza, si sono sgretolati mese dopo mese sotto il peso dei risultati. Il tecnico custodisce un’istantanea nitida del suo mandato: la standing ovation ricevuta al “Ceravolo” nel derby vinto contro i silani. «Una cosa che non avevo mai ricevuto nella mia carriera da allenatore. Mi riempie d’orgoglio dal punto di vista umano e lavorativo» ha ammesso senza nascondere l’emozione.
Il perno tecnico ed emotivo di quella cavalcata fu il rapporto franco instaurato con Pietro Iemmello. Scintille iniziali, faticosa comprensione reciproca e infine la totale sublimazione sul rettangolo verde. «Con Pietro ho avuto un rapporto schietto, sincero, diretto. All’inizio lui non capiva me e io non capivo lui. Poi siamo andati tutti sulla stessa linea per il bene del Catanzaro. Riesce a coinvolgere vecchi e nuovi, facendo capire a tutti l’importanza di questa piazza. Non si accontenta mai e pensa sempre ad arrivare in Serie A».
Una macchina perfetta verso l’obiettivo massimo
Lo sguardo esterno sul campionato appena andato in archivio certifica i meriti del Venezia e l’inaspettata resistenza del Frosinone nelle zone nobili della classifica. Eppure, l’analisi più profonda viene riservata alle geometrie dell’undici di Alberto Aquilani. Guardare questa squadra restituisce puro divertimento. Esiste un filo conduttore virtuoso che unisce le gestioni tecniche recenti, sintomo di una società che assorbe i fisiologici cambiamenti senza subire pericolosi scossoni.
«Il calcio non è casualità, è programmazione. Se cambiano gli allenatori e i risultati migliorano, significa che sanno lavorare» ha sottolineato Caserta analizzando il modello giallorosso. Il palcoscenico dei playoff sfugge spesso a ogni logica razionale, azzerando i divari tecnici palesati in regular season. «Aquilani ha fatto un grande lavoro, mettendoci del suo su una base che parte da lontano. Quest’anno, dopo due partecipazioni consecutive, hanno la consapevolezza che può succedere di tutto. Me lo auguro, perché il Catanzaro merita l’ultimo step».
Il torneo entra ora nella sua appendice più crudele e selettiva. Superare l’imbuto degli spareggi richiede nervi saldi, letture rapide e una tenuta fisica irreprensibile. Il gruppo si affaccia a questo tabellone con il vantaggio inestimabile di conoscersi a memoria, forte di automatismi metabolizzati nel tempo. Le parole di chi ha forgiato parte di quello spogliatoio certificano una solidità mentale invidiabile. La promozione ha smesso di essere una chimera per trasformarsi in un bersaglio tatticamente alla portata.
