Un tiro a giro perfetto sotto l’incrocio dei pali per inaugurare la nuova stagione di Serie B. Marco D’Alessandro, classe 1991 e 35 anni compiuti, si racconta sulle colonne del Corriere dello Sport in un’intervista firmata da Chiara Zucchelli. L’esterno romano, forte delle sue 46 presenze in Serie B con la maglia delle Aquile spalmate nelle ultime tre stagioni, ripercorre i momenti chiave della propria carriera ed esamina le prospettive del Catanzaro. Dalle tragedie familiari al rapporto con i tecnici incontrati in carriera, fino alla ferma convinzione di poter puntare nuovamente verso la massima serie.
Il sogno Serie A e la ricostruzione con il nuovo allenatore
La delusione patita nei playoff della scorsa stagione rappresenta una ferita ancora aperta nell’ambiente giallorosso. L’esterno d’attacco riparte da quelle sensazioni per tracciare la rotta del nuovo campionato: «Sarebbe bellissimo, a giugno abbiamo sfiorato la promozione. Si era creata una magia, un gruppo unitissimo e se avessimo avuto Cisse nelle fasi finali forse saremmo stati promossi. Ma non abbiamo rimpianti, abbiamo dato tutto. Adesso è iniziata un’altra stagione, si riparte da zero».
La concorrenza nel torneo cadetto si preannuncia agguerrita, ma il calciatore individua chiaramente le forze in campo e il potenziale della rosa calabrese: «Ogni campionato è a sé. Ci stiamo ricostruendo con un nuovo allenatore. Le favorite per me sono Palermo e le retrocesse come Verona, Cremonese e Pisa. Occhio anche al Modena di Galloppa di cui si parla bene». Sollecitato sull’ipotesi di ripetere il percorso sorpresa vissuto sotto la guida di Aquilani, l’ala non si nasconde: «Sì. Come dicevo prima, tra noi si era creata una magia incredibile, siamo arrivati a un gol dalla promozione e nessuno lo aveva previsto. Aquilani è un allenatore bravissimo, io l’ho avuto anche a Pisa. Aperto al dialogo, grandi idee, mi ricorda De Zerbi. Ha tanto potenziale».
Sulla durata del proprio contratto e sulla prospettiva di chiudere l’attività agonistica, il numero 77 giallorosso chiarisce la propria posizione: «Ho ancora due anni. Ma non voglio trascinarmi, non avrò problemi a smettere quando sarà il momento».
Le ferite della vita, il legame con Roma e i maestri in panchina
Dietro il calciatore professionista si cela una storia segnata da drammi personali giunti in giovanissima età. L’attaccante rivela l’origine del rituale scaramantico ed emotivo che accompagna ogni sua partita: «A 15 anni, nel giro di 18 mesi, persi mio padre Mauro per un tumore e mia sorella Federica, 20 anni, per un incidente. Lavorava a San Lorenzo, stava attraversando, uno scooter la colpì in pieno. Se ne andò il 31 dicembre. Da quel giorno porto sempre una maglia con la loro foto, una la indosso io e l’altra ce l’hanno i magazzinieri. Impossibile giocare senza».
La sua formazione tecnica passa attraverso allenatori di primo piano del panorama nazionale. Il ricordo dell’esordio con la Roma contro la Juventus nel marzo 2009 si intreccia con i nomi di Spalletti e Gasperini: «Vincono loro 4-1, una batosta. Ma fu bellissimo, mi mandò in campo Spalletti, un altro allenatore enorme. Lui e Gasperini sono stati quelli che mi hanno influenzato di più». L’analisi prosegue dettagliando i metodi dei due tecnici: «Con la personalità e il senso del lavoro. Hanno filosofie diverse ma se li segui ti fanno fare uno step incredibile. Sono romanista e felice che ci alleni Gasp. Lui è tosto, tostissimo, ti porta a confrontarti con i tuoi limiti. E te li fa superare».
Agli inizi della carriera si incrocia anche l’esperienza a Grosseto a sedici anni con Maurizio Sarri: «Metodico, preciso. Era il mio primo anno tra i professionisti, ricordo le riunioni lunghe e dettagliate e tutte le statistiche che ci forniva. All’epoca averle era un po’ un casino, mica come oggi». Un pensiero speciale va anche all’esperienza con Roberto De Zerbi: «Geniale, una passione da fuori di testa. Portava cose che io non avevo mai visto. Di notte vedeva le partite e se trovava qualche azione che lo colpiva ci mandava messaggi a qualsiasi ora. Malato di calcio». Tra i compagni più forti affrontati sul campo esclude per motivi ovvi Totti, incoronando un ex compagno: «Il Papu Gomez, eccezionale. E poi Diamanti e Ilicic».
Prospettive da dirigente, talenti italiani e la vita in Calabria
L’esperienza accumulata al Monza con figure del calibro di Galliani e Berlusconi ha instradato la punta verso il futuro dirigenziale: «Aver conosciuto Galliani e Antonelli a Monza mi ha aiutato tanto a capire cosa vorrei diventare». Sul proprietario brianteo aggiunge: «Me la me la chiese lui, corsi subito a prenderla. Persona incredibile, a volte mi chiamava alle 10 di sera per dei consigli. Non lo dimenticherò mai».
L’analisi si sposta poi sulla valorizzazione dei giovani talenti nel panorama italiano: «Ora sono cresciuto e sono un’altra persona, ma alla fine ognuno ha la carriera che merita. Però so bene quanto per i ragazzi sia importante fare le scelte giuste ed essere consigliati bene. Ad esempio Liberali, che considero un talento grandissimo, ha fatto bene ad andare a Como da Fabregas. E Cisse è uno giusto per il Milan, può diventare un top player. Ha bisogno solo di fiducia. I talenti in Italia ci sono, basta solo farli giocare. Tutti lo dicono, in pochissimi lo fanno. Io sono uno pratico: sei bravo, giochi».
In chiusura, il calciatore descrive la dimensione familiare trovata in Calabria con la moglie Corinne: «Mio figlio grande gioca qui a Catanzaro, viviamo a Soverato, io e mia moglie Corinne stiamo insieme da una vita e qui ci troviamo benissimo, lui tifa Atalanta. Ma i bambini sono nati a Roma ed è lì che vorrei tornare un giorno. Siamo stati via tanti anni, ma casa era e resta quella».
L’esperienza e la profondità umana di Marco D’Alessandro si confermano una risorsa preziosa per il Catanzaro, pronto a guidare lo spogliatoio verso una stagione di alto profilo.
