La battaglia del Barbera nell’abbraccio tra Iemmello e Aquilani

di Gabriele Talarico

C’è un momento preciso in cui il calcio smette di essere puramente una questione sportiva, tattica o da tifosi, ma si trasforma in una spietata faccenda di nervi, ansia ed emozioni. Questa faccenda al Renzo Barbera, si è materializzata in tutti i novanta minuti della semifinale di ritorno dei playoff. Una partita paradossale: intensità, grinta, nervosismo, da una parte e dall’altra, con il Palermo che vince 2-0 sul campo, ma è il Catanzaro a esultare, blindando una storica qualificazione alla finalissima per la Serie A grazie al 3-0 dell’andata al Ceravolo. Eppure, a fine serata, la sensazione rimasta addosso a chi c’era o a chi guardava non è stata solo la gioia per un traguardo epico. È stata la vertigine della sofferenza.

Il Barbera, in serate del genere, sa essere un’arena d’altri tempi. Un muro di passionalità che spinge e, al tempo stesso,domina l’atmosfera. Lo sapeva Alberto Aquilani, che aveva chiesto ai suoi ragazzi “coraggio e leggerezza” per passare il turno. E quando Joel Pohjanpalo ha sbloccato la gara dopo soli due minuti, il rischio di subire una rimonta rosanero era palpabile. Da lì in poi, la partita si è trasformata in una battaglia delle Termopili, in cui il Catanzaro ha dovuto imparare a incassare, a soffrire e a lottare con le unghie e con i denti dentro la tempesta rosanero. Lo sa bene Mirko Pigliacelli…

Il Caos in tribuna

Mentre i giallorossi resistevano all’assedio l’aria attorno allo stadio si faceva via via più pesante. Una tensione strisciante che, nell’intervallo, è tragicamente esondata dove meno te lo aspetti: in Tribuna Autorità.

Lì, nel settore che dovrebbe preservare l’equilibrio e il distacco istituzionale, è scoppiato il caos. Un parapiglia violento, una rissa vera e propria nata da scintille verbali tra alcuni spettatori locali e la delegazione catanzarese. Le immagini sono finite immediatamente sui social  il figlio del DS giallorosso Ciro Polito coinvolto nei disordini, la moglie dello stesso dirigente e i genitori di Alberto Aquilani intrappolati nella calca. Scene convulse che hanno portato la madre del tecnico giallorosso alle lacrime, visibilmente sotto shock per un clima che  sugli spalti ha oltrepassato il confine tra l’agonismo e la minaccia, con aggiunta di petardi lanciati e i palloni trattenuti per spezzare il ritmo.

Gesti gravissimi, condannati dal presidente dell’Us Catanzaro, Floriano Noto a “La Gazzetta dello Sport”

“Da uomo del Sud mi vergogno… in tribuna sono stati aggrediti la moglie e il figlio del d.s. Ciro Polito e altri tesserati, nonché i genitori di Aquilani con la madre del nostro allenatore in lacrime e spaventata. Polito ha dovuto accompagnare i suoi familiari in ospedale senza vedere più la partita.” – Floriano Noto

Quando l’arbitro ha decretato la fine, dopo il raddoppio di Rui Modesto all’88’ e i cartellini rossi a Pierozzi e Palumbo che certificavano il nervosismo della squada di Pippo Inzaghi (il più nervoso di tutti) il fischio finale è diventato una liberazione fisica. 

Il pianto del RE

Il Catanzaro è  in finale. Ma non c’è stata la classica corsa folle, spensierata, verso lo spicchio dei tifosi ospiti. C’è stata, prima di tutto, un’enorme necessità di scaricare il peso di quelle due ore. Praticamente come si sente ogni studente universitario dopo aver superato un esame complicato che gli ha tolto il sonno e la capacità di rilassarsi nel tempo libero. 

L’immagine che fotografa l’anima profonda di questo gruppo è l’abbraccio sul prato del Barbera tra Alberto Aquilani e il suo capitano, Pietro Iemmello. Un abbraccio vero, profondo, spontaneamente caratterizzato dal pianto. Re Pietro dimostra di conservare nel suo animo quella parte di bambino sognatore, che ognuno dovrebbe custodire dentro di sé, nel suo lavoro quotidiano, segno di come questa finale fosse tutto per lui. 

Iemmello, l’uomo del destino all’andata con la sua doppietta lampo, è scoppiato in lacrime perché percepisce di aver fatto qualcosa di storico, per la sua squadra, per i suoi tifosi, per la sua città. 

“Giocare a Catanzaro per me è una responsabilità doppia. Sento addosso gli occhi della mia gente, della mia famiglia, della città in cui sono cresciuto…” -Pietro Iemmello

Il legame tra il tecnico romano e il centravanti calabrese va chiaramente oltre il classico rapporto professionale. È un’alleanza nata nei mesi più duri della stagione,quando tra Settembre e Ottobre 2025 nessuno avrebbe ipotizzato le aquile ai finali Playoff.  Ieri sera, quel pianto condiviso ha chiuso un cerchio. Ha dimostrato che questo Catanzaro ha saputo opporre alla durezza dell’ambiente e alla paura del Barbera l’arma più preziosa: l’umanità del proprio collettivo.

Alberto Aquilani, la voce del generale e l’umanità del suo esercito

Queste le parole di Alberto Aquilani nel post-partita: “È stata una partita di sofferenza e questo mi rende ancora più orgoglioso. Credo che oggi abbiamo fatto un’impresa perché avevamo davanti una squadra fortissima. Oggi sapevamo fosse molto difficile, ma abbiamo meritato di passare il turno”. 

“Sappiamo che abbiamo un grande pubblico alle spalle. Sentivo una forte responsabilità nei confronti di un popolo che vive di calcio. Noi non abbiamo niente da perdere e siamo cresciuti esponenzialmente. Oggi ci meritiamo di giocare questa partita”.

“È stata una partita complessa in uno stadio del genere che è incredibile. Mi rende orgoglioso il fatto che la squadra abbia resistito. Serviva qualcos’altro e lo abbiamo messo”.

“Il sogno continua, siamo molto contenti. Dobbiamo resettare. Abbiamo un’altra corazzata davanti, siamo arrivati quasi alla cima”. 

Ora la cima della montagna è lì sospesa nella doppia finale contro il Monza. Una squadra che impara a sopravvivere alla tempesta perfetta del Barbera — metabolizzando la paura degli spalti, respingendo la violenza dei minuti finali e accettando la grandezza della sofferenza in trincea— non è più soltanto una sorpresa dei playoff. È un collettivo che ha scoperto di avere la pelle abbastanza dura per non temere i propri limiti. Se il calcio, come ha dimostrato la notte di Palermo, sa essere una spietata faccenda di nervi, l’esercito di Aquilani e Iemmello ha capito che per vincere l’ultima battaglia non serviranno le armature, ma la stessa, feroce umanità. 

Articoli correlati

Ultimi articoli