La fede oltre la sconfitta: l’emozionante vigilia di Catanzaro-Monza vissuta da Maida

A poche ore da Catanzaro-Monza. Negli anni Ottanta da Maida si partiva la domenica mattina per andare a vedere Palanca, Bivi, Ranieri, Mattolini, Mauro. Quei ragazzi oggi sono padri e nonni, e i loro figli sono in curva. E quel Catanzaro di Burgnich e Pace assomiglia, in maniera struggente, a questo di Aquilani.

di Luca Cervadoro

Sono le 17:40 di domenica 24 maggio 2026. Mancano due ore e venti al calcio d’inizio della partita più importante che il Catanzaro giochi da quarantatré anni. Da Maida, in questo momento, qualcuno sta già sistemando la sciarpa sul collo del nipote. Qualcun altro sta caricando la radio del nonno sulla sedia del salotto buono, quella che si usa solo per le messe alte e per le partite vere. C’è una luce di maggio sull’entroterra, una luce che chi parte e chi resta riconosce come la luce delle attese giuste. Da qualche parte, un padre sta dicendo al figlio: oggi non si discute, oggi guardiamo insieme.

Per capire cosa significa questa vigilia bisogna riavvolgere il nastro di quarantasei anni. Bisogna tornare al 1980, agli anni d’oro che a Maida non hanno mai smesso di abitare. Negli anni Ottanta, dal nostro paese, la domenica mattina si partiva. Si partiva in Fiat 127, in Cinquecento, in pullmini noleggiati, in cento modi diversi, ma si partiva. Verso Catanzaro, verso lo stadio Militare, verso quello che era diventato, in pochissimi anni, il santuario laico di un’intera Calabria che aveva imparato finalmente a guardare il calcio italiano dall’alto.

Si partiva per vedere giocare Massimo Palanca. Il Sinistro di Dio. Quello che riusciva a segnare direttamente dal calcio d’angolo, e che riuscì a farlo tredici volte in carriera. Si partiva per vedere il capitano Claudio Ranieri, che oggi ancora detiene il record di presenze nella storia delle Aquile, e che molti anni dopo, allenando il Leicester, avrebbe detto in una conferenza stampa rimasta nella memoria che il Leicester gli ricordava il suo Catanzaro. Si partiva per vedere Edi Bivi, il mancino arrivato dal Mestrina in C2 che nel campionato 1981-82 segnò dodici reti, secondo cannoniere d’Italia dietro soltanto a Pruzzo. Si partiva per Piero Braglia, regista pulito, e per Carlo Borghi, il centravanti che il 19 ottobre 1980 entrò al posto di un Palanca infortunato e segnò a Brescia il gol che, per sedici minuti precisi, mise il Catanzaro in vetta solitaria della Serie A.

Sedici minuti soltanto, ma in quei sedici minuti il Sud della carta geografica era stato più in alto del Nord.

Si partiva per Massimo Sabato, mezzala dura. Si partiva per i due fratelli Mauro, Gregorio e Massimo, nati e cresciuti a Catanzaro, figli loro stessi della città, che fecero impazzire i tifosi quando il più piccolo, Massimo, segnò il suo primo gol in Serie A chiudendo al 75° quel memorabile 3-0 al Milan del 1 novembre 1981, gol aperto da Bivi al e raddoppiato dallo stesso Borghi. Si partiva soprattutto per il portiere, e qui ogni maidese di una certa età abbassa la voce in segno di rispetto: si partiva per Sergio Mattolini, il portiere storico, le mani sicure di una generazione intera. Si partiva per Bruno Pace in panchina, prima ancora per Tarcisio Burgnich, il bunker dell’Inter di Helenio Herrera che era andato in Calabria a chiudere la carriera insegnando ai giovani come si difende la dignità di una maglia. Quattro giocatori di quel Catanzaro 1981-82, Mauro, Celestini, Borghi, Bivi, finirono in Under 21: la Nazionale veniva a pescare al Sud, e il Sud rispondeva presente.

E su Mattolini, prima di andare oltre, lasciatemi spendere due righe in più, perché c’è un dettaglio che a Maida nessuno ha mai dimenticato. Mattolini, davanti alla porta del Catanzaro, davanti ai centravanti più spietati della Serie A, davanti alle telecamere della Rai e alle prime pagine de La Gazzetta dello Sport, indossava una coppola. Una coppola calabrese, di quelle che portavano i nostri nonni nei campi di grano e ai mercati del paese, il copricapo che la Calabria contadina ha tenuto sulla testa per due secoli interi. Era il suo cappello da portiere, ma era anche, e tutti noi sotto la curva lo capivamo benissimo, una dichiarazione d’appartenenza. Mattolini non rinnegava la sua terra mentre giocava il calcio più alto d’Italia. La sua terra se la portava in testa, letteralmente, sopra ogni respinta e ogni uscita bassa. Un portiere del Sud che diceva ai centravanti del Nord, in silenzio e con un berretto di lana ruvida, una sola cosa: io sono di qui, e qui rimango.

Si partiva, soprattutto, per ricordarsi a vicenda che si era qualcosa. Perché una squadra in Serie A è, per un paese piccolo, lo specchio in cui finalmente non ci si vergogna di sé. Maida lo sapeva benissimo. Maida, che a Catanzaro aveva consegnato l’aquila tramite la mano di Tony Pileggi trent’anni prima, sentiva ogni volta che quell’aquila volava in Serie A una vibrazione tutta sua, un pezzo di sé portato in cielo, un’onorificenza domestica.

Quel Catanzaro raggiunse il settimo posto nella stagione 1981-82, miglior piazzamento di sempre, davanti a club molto più ricchi. Per due stagioni di fila, in quell’Italia che si preparava a vincere il Mondiale di Spagna 1982, le Aquile fermarono sullo zero a zero la Juventus a domicilio, pareggiarono con la Roma all’Olimpico, e quella semifinale di Coppa Italia persa con l’Inter ai gol in trasferta per il palo colpito da Sabato al 119° minuto è ancora oggi, nei bar di Maida, l’unico argomento per cui un anziano è capace di alzare la voce con il nipote.

E permettetemi, qui, di scendere dal libro di storia per qualche riga, perché la storia, senza i nomi propri, è soltanto bibliografia. Sono passato anch’io, ieri pomeriggio, al Ceravolo. Sono andato con le mie due figlie e con la loro amichetta. Non avevamo trovato il biglietto, nessuno di noi. Le bambine avevano provato in tutti i modi consentiti dal diritto e dalla pazienza dei genitori. Avevano cliccato fino al millesimo refresh, avevano sognato un settore qualunque, anche il più distante, anche il più alto. Niente. ESAURITA. E allora, davanti al niente, hanno fatto una cosa che a noi grandi non sarebbe mai venuta in mente. Sono volute andare comunque. Per dare la benedizione.

Abbiamo passeggiato lungo il muro giallorosso dove la storia dell’Unione Sportiva Catanzaro 1929 e degli Ultras del 1973 è dipinta a colpi di stencil e di amore. Le ragazze hanno toccato l’aquila con la mano, come si tocca il legno di una chiesa. Hanno posato davanti al leone rosso, davanti alla scritta gotica del nome della città, davanti a quel pezzo di muratura sbreccolata che, ai miei occhi di padre, in quel pomeriggio valeva più di qualunque cattedrale gotica. E mentre andavamo, ci siamo imbattuti nei Two Twins, i due gemelli giallorossi dai capelli rossi e dalla barba ramata che la Lega Serie B ha spedito a Catanzaro per alleggerire la vigilia. Quarantamila follower su Instagram, e una gentilezza che oggi fa rarità. Le bambine hanno riso. Hanno fatto il selfie. Per qualche minuto, davanti a quei due fratelli rossicci, hanno ricordato che il calcio, prima di essere un’industria, era un gioco, e che il gioco è ancora il diritto inalienabile dei bambini.

Ma poi, mentre tornavamo verso l’ingresso ovest, Federica, mia figlia, che noi in famiglia chiamiamo da sempre Fede, si è staccata dal gruppo e si è appoggiata alle ringhiere del Ceravolo chiuso. Ha messo il viso fra due sbarre e ha guardato dentro: il prato deserto, gli spalti rosa e arancione, gli adesivi sui muri, dove fra qualche ora segnerà il Catanzaro. Le ho scattato una foto. Quella foto, lo dico senza retorica e senza paura di esagerare, è l’immagine più vera dell’intera stagione 2025-2026 delle Aquile. È il manifesto di tutto quello che ho cercato di scrivere in questi giorni. La chiave per leggerla, però, sta nel nome che le abbiamo dato il giorno della sua nascita, prima ancora che sapessimo cosa quel nome avrebbe finito per significare per noi.

Federica. Fede. Pensateci un istante. Fede che guarda il campo dove non potrà entrare. Fede che si appoggia a una sbarra come ci si appoggia a una promessa. Fede che non chiede, non protesta, non litiga, aspetta. Non è un gioco di parole forzato: era esattamente, alla lettera, questione di fede. Perché fede non è il biglietto. Fede è esserci anche quando non ti fanno entrare. È portare il proprio sguardo dove le mani non possono arrivare. È dire alla squadra, attraverso una sbarra di metallo riscaldata dal sole di maggio, una sola frase muta: io stasera ci sarò lo stesso. E in quel momento, mentre la guardavo guardare, ho capito che la benedizione era già stata data, e che la partita, in un senso che il calcio non ammette ma che la vita sì, era già vinta.

E adesso ascoltate bene, perché è qui che la storia smette di essere ricordo e diventa profezia. Quel Catanzaro di Burgnich e di Pace, quella squadra di mezzali del Sud, di giovani della cantera, di un capitano pulito, di un portiere che parava l’impossibile e di un fantasista che faceva quello che voleva, assomiglia, in maniera struggente, a questo Catanzaro di Alberto Aquilani.

Stesso modello. Stessa anima. Pietro Iemmello, centravanti che è diventato un pezzo di città come lo era stato Borghi. Mattia Liberali, ragazzo della cantera che a Catanzaro sta crescendo come crebbe il giovane Massimo Mauro. Mirko Pigliacelli, il portiere che al Barbera ha tenuto in piedi un’intera regione come fece Mattolini per anni. Pontisso, mezzala di sostanza che gioca dove giocava Sabato. E un allenatore che, come Pace e prima Burgnich, costruisce con pazienza e dignità, senza fare proclami, e che ha imparato il calcio da centrocampista alla Roma e in Nazionale, e ora insegna ai suoi che il Sud, se ha disciplina, non ha bisogno di scuse.

Stesso avversario, anche, nel suo modo. Allora era la Juventus dei sei futuri campioni del mondo. Stasera è il Monza del fondo americano Beckett Layne Ventures, con i suoi nazionali, il monte ingaggi più alto della Serie B, e una struttura societaria che, sulla carta, non lascerebbe scampo a una squadra calabrese. Ma il calcio, come la storia, ha la curiosa abitudine di scrivere finali che chi gioca in Borsa non sa prevedere.

Allora, sono le 17:40. Mancano poche ore. A Maida, in questo momento, stanno lucidando vecchie sciarpe giallorosse che hanno tenuto in fondo all’armadio per vent’anni. A Maida, in questo momento, qualcuno sta facendo vedere a un bambino di nove anni una foto sgranata di Palanca che batte un calcio d’angolo, e gli sta dicendo: guarda, da qui segnava lui, direttamente, da questa bandierina. A Maida, in questo momento, qualcuno sta accendendo la televisione con dieci minuti di anticipo, perché non vuole rischiare di perdersi nemmeno l’inno della Serie B.

Il Catanzaro di stasera è fatto della stessa pasta di quel Catanzaro che da Maida andavamo a vedere. Più giovane, certo. Più ingenuo, in alcune cose, più pulito in altre. Ma con la stessa anima. Con lo stesso vizio di farci credere, ogni domenica, che per una volta nella vita la geografia non determina il destino.

Quei padri e quei nonni che partivano in pullman da Maida per andare a Catanzaro non potranno tutti, stasera, essere al Ceravolo. Molti non ci sono più. Altri guarderanno dal divano, dalla cucina, dal letto dell’ospedale, dal balcone in compagnia della radio come si faceva quarant’anni fa. Ma i loro figli, e i loro nipoti, alcuni di loro stasera in Curva Massimo Capraro ci sono. E quando il Catanzaro segnerà, se segnerà, sentiranno una voce dentro che non sapranno spiegare. Quella voce sarà il padre. Quella voce sarà il nonno.

Quella voce sarà Palanca che batte ancora il calcio d’angolo da chissà dove. Quella voce sarà Mattolini che ancora si tuffa.

Stasera, alle 20:00, sul prato del Ceravolo, l’aquila disegnata a Maida da Tony Pileggi sarà cucita di nuovo sul petto di undici ragazzi. E quando quell’aquila si muoverà, si muoveranno con lei quarant’anni di pullman, di radio, di bar, di sciarpe, di padri che insegnavano ai figli, di figli che oggi insegnano ai loro. Si muoveranno con lei i Palanca, i Bivi, i Ranieri, i Mauro, i Borghi, i Sabato, i Braglia, i Mattolini. Si muoverà con lei un’intera generazione che pensava ormai di essere stata l’ultima a vedere il Catanzaro in Serie A, e che stasera, in un’ora qualunque di un maggio qualunque, scopre invece di essere stata soltanto la prima.

Forza Catanzaro. Forza, Aquile. Quel pullman da Maida non ha mai smesso di viaggiare. È soltanto cambiato di passeggeri.

Luca Cervadoro

Maida, 24 maggio 2026, ore 17:40

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