Arresto cardiaco nei bambini, DAE usato solo nel 5,5% dei casi: l’allarme e la lezione del dottor Colangelo

Intervista al Dott. Giuseppe Colangelo, Cardiologo

Un recente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Pediatrics ha riportato un dato destinato a far riflettere il mondo sanitario e l’opinione pubblica: in oltre 3.300 casi di arresto cardiaco pediatrico avvenuti fuori dall’ospedale, il defibrillatore semiautomatico (DAE) è stato applicato prima dell’arrivo dei soccorsi soltanto nel 5,5% delle emergenze. Un numero sorprendentemente basso, soprattutto se si considera la crescente diffusione dei defibrillatori sul territorio nazionale.

Abbiamo approfondito il tema con il Dott. Giuseppe Colangelo, Cardiologo, da anni impegnato nella sensibilizzazione della popolazione sull’importanza della cardioprotezione e dell’intervento precoce in caso di arresto cardiaco.

Dottor Colangelo, questo studio ha destato molta attenzione. Qual è la sua lettura di questi dati?

«È uno studio che dovrebbe farci riflettere profondamente. Da un lato dimostra che negli ultimi anni abbiamo investito molto nella diffusione dei defibrillatori; dall’altro evidenzia che il vero problema non è la mancanza del dispositivo, ma la difficoltà delle persone ad utilizzarlo quando ce n’è realmente bisogno.

Quel 5,5% rappresenta molto più di una semplice statistica: racconta la paura, l’incertezza e, soprattutto, la mancanza di una cultura del primo soccorso ancora troppo diffusa nella nostra società.

Ogni giorno continuiamo a parlare dell’importanza di installare nuovi defibrillatori, ma dovremmo iniziare a parlare con la stessa forza dell’importanza di formare le persone che dovranno utilizzarli.»

Qual è l’errore più comune che vede tra i cittadini?

«La paura di sbagliare.

Molti pensano che utilizzare un defibrillatore sia un atto riservato esclusivamente ai sanitari. Altri credono che una scarica possa essere erogata erroneamente e provocare danni.

In realtà accade esattamente il contrario.

Il DAE è un dispositivo estremamente sicuro. Analizza autonomamente il ritmo cardiaco e decide se la scarica sia necessaria oppure no. Se non rileva un ritmo defibrillabile, impedisce automaticamente l’erogazione della scarica.

Questo significa che il cittadino non può “sbagliare” la defibrillazione.

Può soltanto scegliere di intervenire oppure restare immobile.»

Perché proprio nei bambini il DAE viene utilizzato ancora meno?

«Perché esiste un timore ancora maggiore.

Molti hanno paura di utilizzare il defibrillatore su un bambino, pensando che possa essere pericoloso. È una convinzione completamente errata.

Quando un bambino è in arresto cardiaco bisogna iniziare immediatamente la rianimazione cardiopolmonare e, se è disponibile un DAE, utilizzarlo senza esitazione seguendo le istruzioni vocali del dispositivo.

Naturalmente bisogna conoscere le raccomandazioni previste per l’età pediatrica, ma il principio non cambia: davanti a un arresto cardiaco il tempo è il nostro principale nemico.»

Lo studio evidenzia però un dato molto incoraggiante: nelle scuole il defibrillatore viene utilizzato molto più frequentemente.

«Ed è proprio questa la notizia più importante.

Le scuole dimostrano che la formazione funziona.

Quando insegnanti e personale scolastico vengono addestrati, il defibrillatore non rimane chiuso nella sua teca.

Viene recuperato rapidamente.

Viene acceso.

Vengono applicate le placche.

Si inizia la rianimazione.

Questo dimostra che la conoscenza elimina la paura.

Ogni corso di formazione rappresenta un investimento concreto in termini di vite salvate.»

Lei parla spesso di “cultura della cardioprotezione”. Che cosa significa realmente?

«Significa cambiare mentalità.

La cardioprotezione non consiste semplicemente nell’acquistare un defibrillatore.

Cardioprotezione significa creare cittadini consapevoli.

Significa insegnare già nelle scuole che cos’è un arresto cardiaco, come riconoscerlo, come allertare il sistema di emergenza, come iniziare il massaggio cardiaco e come utilizzare il DAE.

Il defibrillatore è soltanto uno strumento.

La vera differenza la fanno le persone.»

Quanto conta il fattore tempo?

«Conta tutto.

Ogni minuto trascorso senza rianimazione cardiopolmonare e senza una defibrillazione precoce riduce significativamente le probabilità di sopravvivenza.

L’ambulanza arriverà.

I sanitari faranno tutto il possibile.

Ma i primi minuti appartengono ai cittadini presenti sul luogo dell’evento.

È in quei minuti che si decide il destino di una persona.»

Quale messaggio desidera lanciare ai genitori e alle famiglie?

«Vorrei dire loro di non avere paura di imparare.

Frequentare un corso di rianimazione cardiopolmonare significa acquisire competenze che potrebbero un giorno salvare la vita di un figlio, di un nipote, di un compagno di scuola o di uno sconosciuto.

Non bisogna essere medici per salvare una vita.

Bisogna essere preparati.

E la preparazione nasce esclusivamente dalla formazione.»

Cosa dovrebbe fare oggi il nostro Paese?

«Continuare a installare defibrillatori è importante, ma non basta.

Occorre rendere obbligatoria e capillare la formazione nelle scuole, nelle società sportive, nei luoghi di lavoro e in tutti gli ambienti frequentati dalla popolazione.

Bisogna creare una vera rete di cittadini formati.

Solo allora potremo dire di vivere in una società realmente cardioprotetta.»

Un’ultima riflessione?

«Vorrei lasciare un messaggio semplice ma estremamente concreto.

Ogni arresto cardiaco rappresenta una corsa contro il tempo.

Il primo soccorritore non è il medico.

Non è il cardiologo.

Non è l’infermiere.

Il primo soccorritore è il cittadino che si trova lì, in quel preciso istante.

Per questo dobbiamo investire sempre di più nella formazione della popolazione.

Perché un defibrillatore lasciato inutilizzato è soltanto una scatola appesa a una parete.

Un defibrillatore utilizzato tempestivamente da un cittadino preparato può invece trasformarsi nello strumento più potente che esista: quello capace di restituire una vita, un futuro e una famiglia a chi, fino a pochi istanti prima, sembrava non averne più.»

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