Caso Karetsas e malori in campo: il cardiologo Colangelo spiega come gestire l’inatteso nello sport

Il dottor Giuseppe Colangelo: «Non intendo entrare nel merito del singolo caso, ma richiamare l’attenzione sull’importanza di riconoscere e trattare tempestivamente un’emergenza sul terreno di gioco»

Il recente malore accusato da Konstantinos Karetsas, giovane calciatore del Borussia Dortmund, durante la partita di Champions League contro il Villarreal ha riportato l’attenzione sul tema della sicurezza cardiovascolare negli impianti sportivi.

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Il calciatore, dopo aver richiamato l’attenzione dell’arbitro, si è disteso sul terreno di gioco ed è stato prontamente assistito dal personale sanitario. Successivamente è stato trasportato fuori dal campo in barella e accompagnato in ospedale per gli accertamenti necessari.

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Le comunicazioni diffuse dal club hanno parlato genericamente di un “problema circolatorio”. Non sono ancora conosciute con precisione la natura e le cause dell’episodio e non risultano comunicazioni ufficiali relative a un arresto cardiaco, all’esecuzione di manovre di rianimazione o all’impiego del defibrillatore.

Per questa ragione, l’intento del dottor Giuseppe Colangelo, cardiologo dello sport e consigliere regionale della Società Italiana di Cardiologia dello Sport in Campania, non è entrare nello specifico del caso clinico né formulare diagnosi sulla base delle immagini o delle informazioni parziali disponibili.

«Non possiamo e non dobbiamo attribuire una diagnosi a un episodio del quale non conosciamo ancora le cause», precisa Colangelo. «Quanto accaduto deve però diventare un’occasione per affrontare un tema generale di grande importanza: nello sport dobbiamo fare tutto ciò che è possibile per prevenire gli eventi cardiovascolari, ma dobbiamo essere altrettanto preparati a riconoscere e gestire con tempestività, competenza e professionalità ciò che può verificarsi in maniera inattesa».

Prevenire ciò che è possibile prevedere

La prevenzione rappresenta il primo livello della sicurezza cardiovascolare nello sport. Una valutazione medico-sportiva accurata, l’anamnesi personale e familiare, l’elettrocardiogramma e gli eventuali approfondimenti diagnostici possono consentire di individuare numerose condizioni potenzialmente pericolose.

Le indicazioni contenute nei protocolli COCIS costituiscono un riferimento fondamentale per la valutazione cardiologica dell’atleta, per la stratificazione del rischio e per stabilire la compatibilità tra determinate condizioni cardiovascolari e la pratica sportiva.

Quando emergono dubbi o elementi sospetti, non sempre è sufficiente fermarsi agli esami di primo livello. È necessario approfondire, individuare il probando e, nei casi in cui si sospetti una patologia ereditaria, valutare anche l’eventuale coinvolgimento dei familiari.

Tuttavia, nessun percorso di screening, per quanto rigoroso e completo, può garantire il rischio zero. Alcune patologie possono essere silenti, manifestarsi in maniera intermittente o non risultare immediatamente evidenti.

«La prevenzione deve essere seria, approfondita e mai superficiale», evidenzia Colangelo. «Ma dobbiamo avere la consapevolezza che non tutto è prevedibile. Per questo la sicurezza dell’atleta non può concludersi con il rilascio di un certificato o con l’esecuzione di alcuni esami: deve proseguire attraverso la formazione e l’organizzazione dell’intero ambiente sportivo».

La gestione dell’inatteso

Se non tutti gli eventi possono essere previsti, tutti gli impianti sportivi devono essere preparati ad affrontare un’emergenza.

Quando una persona si accascia improvvisamente, non risponde e non respira normalmente, bisogna sospettare immediatamente un arresto cardiaco. Un respiro agonico, irregolare o rumoroso non deve essere scambiato per una respirazione efficace. Anche eventuali movimenti convulsivi iniziali possono trarre in inganno e determinare un pericoloso ritardo nelle manovre salvavita.

In presenza di questi segni è necessario allertare immediatamente il 112, iniziare le compressioni toraciche e recuperare nel più breve tempo possibile il defibrillatore semiautomatico esterno. Il DAE analizza autonomamente il ritmo cardiaco e permette l’erogazione della scarica soltanto quando questa risulta indicata.

Prevenire gli eventi, ma soprattutto saperli riconoscere e trattare con tempestività e professionalità, è fondamentale perché aumenta concretamente le possibilità di sopravvivenza delle persone colpite da un arresto cardiaco improvviso.

«Il tempo è il vero elemento determinante», sottolinea Colangelo. «Non è sufficiente che il defibrillatore sia presente all’interno dell’impianto: bisogna sapere dove si trova, poterlo raggiungere immediatamente e avere persone preparate a utilizzarlo. Ogni minuto perso può ridurre le possibilità di sopravvivenza».

I primi minuti appartengono a chi è già sul campo

L’arrivo dell’ambulanza e del soccorso avanzato è indispensabile, ma l’intervento non può iniziare soltanto quando il mezzo di emergenza raggiunge lo stadio o l’impianto sportivo.

I primi minuti appartengono inevitabilmente agli astanti, cioè alle persone che si trovano già accanto all’atleta: compagni di squadra, allenatori, preparatori atletici, arbitri, dirigenti, accompagnatori e personale sanitario.

Sono loro che devono riconoscere l’emergenza, chiamare il 112, iniziare le compressioni toraciche e applicare il DAE. Il soccorso avanzato dovrebbe trovare una catena della sopravvivenza già attivata.

Per questo motivo, la formazione non può riguardare esclusivamente medici e operatori sanitari. Anche gli atleti e i componenti dello staff tecnico e dirigenziale dovrebbero conoscere le azioni fondamentali da compiere.

«I calciatori sono spesso i primi a trovarsi vicino a un compagno che si accascia», osserva Colangelo. «Renderli capaci di riconoscere un arresto cardiaco e di iniziare le prime manovre significa trasformarli da semplici testimoni in potenziali primi soccorritori. Una squadra deve essere preparata non soltanto a disputare una partita, ma anche a proteggere la vita dei propri componenti».

Non basta possedere un defibrillatore

La presenza del DAE è indispensabile, ma non è sufficiente a definire un impianto realmente cardioprotetto.

Il dispositivo deve essere funzionante, regolarmente controllato, chiaramente segnalato e collocato in un punto sempre accessibile. Non può essere chiuso in un locale difficilmente raggiungibile né dipendere dalla disponibilità di una sola persona in possesso delle chiavi.

Ogni società sportiva dovrebbe inoltre predisporre un piano di emergenza interno, semplice, condiviso e periodicamente verificato. Prima di una partita o di un allenamento deve essere già chiaro chi chiamerà il 112, chi inizierà la rianimazione, chi recupererà il DAE, chi accompagnerà l’ambulanza fino al terreno di gioco e chi manterrà liberi gli accessi per i mezzi di soccorso.

Queste procedure devono essere provate attraverso corsi BLSD ed esercitazioni realistiche direttamente negli impianti. Nell’emergenza non può esserci spazio per l’improvvisazione.

La missione della cardiologia dello sport

La cardiologia dello sport non può limitarsi alla sola valutazione preventiva dell’atleta. La sua missione comprende anche la promozione di una cultura della sicurezza capace di coinvolgere l’intero mondo sportivo.

Preparare gli atleti significa proteggerli attraverso controlli appropriati, ma anche fornire loro gli strumenti per riconoscere un’emergenza e intervenire in aiuto di un compagno.

«L’obiettivo è prevenire ciò che può essere prevenuto e, nello stesso tempo, preparare gli atleti e tutto il personale presente negli impianti a gestire l’inatteso», ribadisce il dottor Colangelo. «Non possiamo sapere dove e quando si verificherà un arresto cardiaco, ma possiamo decidere oggi di non farci trovare impreparati».

La vera cardioprotezione nasce quindi dall’unione di tre elementi inseparabili: una corretta prevenzione cardiovascolare, il riconoscimento precoce dell’emergenza e un intervento immediato, coordinato e professionale.

Il tema al centro di un prossimo congresso in Calabria

L’arresto cardiaco sul terreno di gioco sarà prossimamente al centro dell’intervento del dottor Giuseppe Colangelo durante un importante congresso in Calabria, al quale prenderanno parte illustri cardiologi italiani e altri autorevoli professionisti.

L’incontro rappresenterà un’importante occasione di confronto scientifico sul rapporto tra cuore e sicurezza negli stadi, sulla prevenzione cardiovascolare negli atleti, sulla stratificazione del rischio nei probandi e sull’eventuale valutazione delle loro famiglie.

Particolare attenzione sarà riservata anche alla diffusione sempre più capillare dei defibrillatori negli stadi, nei campi di calcio, nei palazzetti, nelle palestre e in tutti i luoghi dedicati alla pratica sportiva.

«Parlare di cuore e sicurezza negli stadi significa costruire un sistema nel quale prevenzione, formazione e capacità d’intervento procedano insieme», conclude Colangelo. «L’inatteso non può essere sempre evitato, ma può essere riconosciuto e gestito. Ed è proprio dalla preparazione degli astanti e dalla tempestività dei primi soccorsi che può dipendere la sopravvivenza di una persona».

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