Fa un certo effetto vedere il Magico Catanzaro depositato nelle ultime posizioni di un campionato, quello cadetto, che, fino a poche settimane addietro, riusciva a dominare con la forza del gioco, delle idee, della fantasia. Era il “modello Catanzaro“, come qualche giornalista di chiara fama aveva etichettato quella forza dirompente che derivava non dalla potenza sprigionata, ma da un concetto chiaro, limpido, incontrovertibile: costruire un gruppo coeso e plasmarlo con giovani interessanti e tutti di stampo italico.
Sembrava facile, un gioco da ragazzi, ma tale esercizio è un’alchimia talmente complicata che solo a talune latitudini riesce completamente. Ingredienti necessari: idee, idee, idee. Se tutto ciò manca, a poco serve recriminare, cercare giustificazioni di comodo, inseguire sogni impossibili, tracciare rotte complicate.
Il Catanzaro non è solamente una squadra di calcio, è un dogma, una sorta di religione, un’ossessione fastidiosa e affascinante, ma, se gestita con poca cura, può trasformarsi in un incubo, in un frastuono di voci incontrollate che sgomitano per far sentire le proprie ragioni. E allora, via con le disamine tecniche, quelle atletiche, quelle squisitamente tattiche, in un’orgia di “caos calmo” che potrebbe avere effetti deleteri per una squadra di calcio, ma ciò vale anche per altri settori della vita.
E quindi? Da dove conviene cominciare a puntare il dito? Chi sarà il bersaglio preferito? L’allenatore con quei cambi sgangherati che, in pratica, si consegna all’avversario (il raffinato Corradi ha parlato di “squadra che concede” e qui c’è tutto il nocciolo del nostro discorso), il Direttore che ha consegnato trenta giocatori, molti dei quali in chiaro deficit fisico, la società che ha tirato il freno sull’onda di un entusiasmo che, forse, generava terrore?
Servono questi riscontri di natura simil pedatoria e psicologica, servono queste pseudo analisi quando hai una classifica che ti sbatte sul muso le scomode verità? Non so e non credo che noi comuni tifosi si abbia la pozione magica per porre rimedio a chiari ed evidenti errori di programmazione, di costruzione, di assemblaggio.
Lascerei l’ingrato compito a chi, sicuramente, sta soffrendo più di noi per cercare di sbrogliare una matassa che sembra più articolata di quelle, per fortuna sbrogliate con successo, delle annate precedenti. Con un’avvertenza: che si faccia presto, che si curi il malato quando ancora le medicine possono fare effetto, che non si aspetti le calende greche per arrotolarsi su se stessi e complicarsi la vita ancor di più.
Lucidità e coraggio non dovrebbero mancare a chi quotidianamente si cimenta in organizzazioni aziendali complesse, lucidità e coraggio dovrebbero consentire ai nostri di uscire dalle secche senza farci ripiombare in quell’inferno calcistico chiamato terza serie.
Muovetevi ed agite con la fermezza che vi ha sempre contraddistinto. Forza Giallorossi.
