Catanzaro, adesso basta alibi: la crisi non è più un incidente di percorso

Quattro sconfitte in cinque giornate. Quattro sconfitte su quattro trasferte. Nove gol incassati, appena cinque realizzati e soltanto tre punti in classifica. Numeri che non hanno bisogno di interpretazioni, perché raccontano già da soli una storia difficile da nascondere. Il Catanzaro è partito con il freno a mano tirato, ma oggi il problema è che sembra aver dimenticato dove sia il freno e, soprattutto, dove sia la strada.
A Genova è arrivata l’ennesima beffa; il Catanzaro era passato in vantaggio, aveva avuto le occasioni per mettere in sicurezza la partita e invece è riuscito nell’impresa di tornare a casa a mani vuote. Prima il pareggio, poi il sorpasso della Sampdoria, favorito anche da un errore difensivo che lascia più di qualche interrogativo.

Ma ridurre tutto alla sfortuna sarebbe l’ennesimo alibi.
Perché una squadra può perdere una partita, può sbagliare una gara, può incappare in una giornata storta. Ma quando dopo cinque giornate hai perso quattro volte, e tutte le sconfitte sono arrivate lontano dal Ceravolo, diventa difficile continuare a parlare di episodi.
Qui il problema sembra essere più profondo; i giallorossi appaiono fragili, soprattutto quando la partita cambia direzione. La Squadra segna ma non riesce a gestire, va avanti, ma non riesce a chiudere. Subisce un gol e spesso sembra perdere certezze e, soprattutto, concede troppo ad una squadra che, almeno sulla carta, dovrebbe avere ben altra solidità.

La domanda, allora, è inevitabile: che cosa è successo al Catanzaro che avevamo conosciuto negli ultimi anni?
Perché questa squadra sembra ancora alla ricerca di una propria identità. E quando una squadra è in costruzione, qualche difficoltà è normale. Ma qui il tempo passa e i punti non arrivano.Nel frattempo, inevitabilmente, finiscono sotto esame tutti: allenatore, giocatori e società. Giorgio Gorgone non sembra essere, almeno per il momento, in discussione nelle intenzioni della società, ma il calcio vive di risultati e i risultati, oggi, sono impietosi.

E allora anche l’allenatore deve interrogarsi. Perché il problema non è soltanto (cercare di) vincere ma dare alla squadra un’identità riconoscibile, far capire ai giocatori cosa fare quando si è in vantaggio, come reagire quando si subisce, come affrontare i momenti difficili. Perché una squadra può anche perdere, ma non può dare la sensazione di non sapere come evitare di farlo. E poi c’è l’altra grande questione: la società. Dopo anni nei quali il Catanzaro aveva costruito qualcosa di importante, oggi una parte della tifoseria si domanda se il progetto sportivo sia stato realmente difeso oppure se, come sostiene una parte della critica locale, il ridimensionamento della rosa abbia finito per indebolire eccessivamente la squadra. Si tratta di una lettura contestata e non di un fatto accertato, ma è una domanda che ormai circola con insistenza. Ed è proprio questo il punto: il Catanzaro non può vivere di memoria, non può chiedere ai tifosi di avere pazienza all’infinito ricordando ciò che è stato. Non può pensare che il credito accumulato negli ultimi anni basti a coprire qualsiasi problema.

Il passato va rispettato, ma il campionato si gioca oggi; e oggi la classifica dice tre punti. Non è al momento una sentenza, perché siamo soltanto alla quinta giornata, ma è un campanello d’allarme che sarebbe pericoloso ignorare.
Adesso arriva una sosta che può diventare una benedizione oppure l’ennesima occasione persa. Ci sono venti giorni per lavorare, correggere, capire e soprattutto decidere. La prossima partita sarà al Ceravolo contro il Mantova: lì il Catanzaro dovrà dimostrare se questa è soltanto una partenza disastrosa oppure se dietro i numeri c’è una crisi strutturale.
Perché una cosa è certa: il tempo degli alibi sta finendo.

Non servono proclami, non servono dichiarazioni di facciata. e non servono promesse.
Servono punti!
Ma serve soprattutto una squadra che corra, combatta e soprattutto sappia cosa vuole essere. Perché il Catanzaro può anche perdere una partita ma non può permettersi di perdere la propria identità.

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