Il caso di Jesús de Miguel, soccorso dopo lo scontro durante Tenerife-Andorra, richiama l’attenzione sull’importanza di riconoscere subito l’emergenza e intervenire. Il cardiologo dello sport Giuseppe Colangelo: «La formazione deve arrivare in ogni società, a qualunque livello».
Un contrasto di gioco, una caduta, poi l’allarme tra i calciatori e l’intervento dei soccorritori. Il grave episodio che ha coinvolto Jesús de Miguel, attaccante del CD Tenerife, durante la partita contro il FC Andorra ha riportato al centro una domanda che riguarda tutto il mondo del calcio: chi è in campo sa riconoscere un arresto cardiaco e cosa fare nei primi minuti?

Dopo lo scontro con il portiere Jesús Owono, De Miguel è caduto a terra e il gioco è stato interrotto per consentire i soccorsi. Il calciatore è stato trasferito in ospedale e il club ha comunicato il suo ricovero in terapia intensiva. Le notizie diffuse nelle ore successive hanno riferito di un arresto cardiorespiratorio e delle manovre di rianimazione praticate dai soccorritori.
La dinamica dell’impatto e la successione degli eventi hanno suscitato interrogativi, ma un video non basta a stabilire la causa dell’arresto né a formulare una diagnosi. Per farlo servono le informazioni cliniche e i dati del soccorso. C’è invece un aspetto che emerge con chiarezza e che riguarda tutte le società sportive: in un’emergenza, il tempo necessario per riconoscere la situazione e attivare i soccorsi conta moltissimo.

Ne parliamo con il dott. Giuseppe Colangelo, cardiologo dello sport e istruttore certificato di primo soccorso.
Dottor Colangelo, perché un episodio come quello di Tenerife riguarda tutto il calcio?
«Perché l’arresto cardiaco può verificarsi su qualsiasi campo e in qualsiasi categoria. Quando si parla di sicurezza sportiva, spesso si pensa ai campionati professionistici, alle grandi strutture e agli staff medici. Ma il calcio è fatto anche di società dilettantistiche, squadre giovanili, campionati amatoriali e piccoli impianti. In tutti questi contesti può presentarsi un’emergenza e chi è già sul campo potrebbe essere il primo ad accorgersene».
Quali segnali devono far scattare l’intervento?
«Una persona che perde conoscenza e non respira normalmente deve essere considerata in arresto cardiaco, finché non si dimostra il contrario. Non bisogna perdere tempo cercando di interpretare da soli la causa del malore o aspettando che il giocatore si riprenda. Occorre chiamare subito il 112/118, chiedere aiuto e iniziare la rianimazione cardiopolmonare».
Che cosa può fare concretamente un compagno di squadra?
«Può attivare i soccorsi, iniziare le compressioni toraciche e chiedere a qualcuno di recuperare il DAE. Se il defibrillatore è presente, va applicato seguendo le istruzioni vocali: è progettato per guidare chi lo utilizza e analizza il ritmo, indicando se è necessario erogare una scarica. I giocatori non devono sostituirsi ai sanitari, ma possono fare molto mentre li attendono. L’importante è non restare fermi».
La rianimazione cardiopolmonare precoce e l’uso tempestivo del DAE sono passaggi fondamentali nella gestione dell’arresto cardiaco improvviso. La rapidità dell’intervento dei presenti può contribuire a mantenere la circolazione e a ridurre il tempo che precede la defibrillazione.
La preparazione dei calciatori dovrebbe diventare parte della vita di una squadra?
«Sì. La formazione non dovrebbe essere considerata un’attività riservata a medici, allenatori o dirigenti. Anche i calciatori dovrebbero conoscere le manovre di base: riconoscere la perdita di coscienza e l’assenza di respiro normale, chiamare i soccorsi, iniziare le compressioni e sapere dove si trova il DAE. Allenarsi a questi gesti permette di affrontare l’emergenza con maggiore prontezza e di evitare che, proprio nei momenti più critici, prevalgano esitazione e confusione».
Quanto è importante organizzare i ruoli prima della partita?
«È molto utile sapere in anticipo chi chiama il 112/118, chi comincia la RCP, chi va a prendere il DAE e chi guida i soccorritori fino al punto dell’intervento. Ogni società dovrebbe conoscere il proprio piano di emergenza, verificare che il defibrillatore sia accessibile e funzionante e far sapere a tutti dove si trova. Sono attenzioni semplici, ma possono rendere più efficace la risposta».
L’episodio di Tenerife ha richiamato anche l’attenzione sul possibile legame tra un impatto toracico e l’arresto cardiaco. In circostanze specifiche si può prendere in considerazione l’ipotesi di commotio cordis, un’aritmia potenzialmente grave innescata da un colpo al torace che coincide con una fase vulnerabile del ciclo cardiaco. Tuttavia, le immagini e la sola dinamica non permettono di confermare questa diagnosi: occorrono il ritmo documentato durante l’arresto, i dati del soccorso e gli accertamenti clinici. È inoltre necessario distinguere questa ipotesi da una contusione cardiaca o da altre cause.
Al di là della causa, qual è il messaggio da portare sui campi?
«Che bisogna essere pronti. Non serve aspettare che un episodio simile accada nella propria squadra per rendersi conto dell’importanza della formazione. Ogni società, a qualunque livello, può promuovere la conoscenza delle manovre di rianimazione e dell’uso del DAE. Informare i giocatori significa renderli capaci di riconoscere l’emergenza e di attivarsi mentre arrivano i soccorsi».
La lezione che arriva da Tenerife non riguarda soltanto i professionisti né un singolo incontro. Riguarda ogni campo di calcio, dalle grandi competizioni ai campionati locali. Un arresto cardiaco può verificarsi ovunque; sapere come intervenire può trasformare compagni, avversari e staff nei primi anelli della catena della sopravvivenza.
