Massimo Palanca si racconta: “Tredici gol olimpici. E quella statua al Ceravolo…”

Massimo Palanca non ha bisogno di presentazioni, ma a Catanzaro il suo nome è molto più di una presentazione. È O’Rey, l’uomo del sinistro misura 37, il calciatore che ha trasformato il calcio d’angolo in un’arma letale. L’intervista a La Verità, firmata da Roberto Faben, riporta i suoi virgolettati senza filtri: dal record di 13 gol olimpici al rapporto con la città, dal rimpianto per un calcio che non riconosce più alla statua inaugurata davanti al Ceravolo il 18 settembre 2026.

La sua voce è quella di chi ha smesso di giocare nel 1990 ma non ha mai smesso di essere catanzarese. «A Catanzaro devo tutto», dice. E non è una frase di circostanza.

«Sono nato all’ospedale di Loreto ma sono di Porto Recanati»

Palanca parte da lontano, dalla famiglia che viveva dentro il campo sportivo. «Con la famiglia abitavamo al campo sportivo e mio padre faceva il custode. È stato anche giocatore del Porto Recanati, come mio fratello. Siamo una famiglia di otto figli». Il rapporto con il pallone nasce lì, tra palloni più pesanti di un chilo e giornate intere passate a calciare da solo. «La mia tecnica di base è iniziata da solo, nel campo sportivo. A 13-14 anni sono entrato nell’Adriatica di Porto Recanati».

La gavetta è quella di provincia: Camerino, Frosinone, poi il salto. «Nel 1974 ti volle il Catanzaro, in B. Sfioraste la promozione». Facemmo lo spareggio a Terni contro il Verona e perdemmo. Fu una giornata particolare. La mattina ci arrivò la notizia di un grave incidente di un pullman di tifosi, amici che venivano a vederci, a tutti pensavamo tranne che alla partita». L’anno dopo, il Catanzaro raggiunse la Serie A. «A Catanzaro non c’è stato mai un campionato tranquillo. O si lottava per la serie A o per non retrocedere in B».

L’esordio in massima serie, il 3 ottobre 1976 contro il Napoli, è un ricordo nitido. «Fin da ragazzino il mio obiettivo era arrivare al livello di quei calciatori che vedevo nelle figurine. Per tanti giorni prima del match ci pensai perché i miei sogni di bambino si stavano avverando».

«Adesso non ci prova quasi più nessuno»

Il marchio di fabbrica, il colpo che lo ha reso immortale, è il gol direttamente da calcio d’angolo. Tredici secondo i conteggi ufficiali. «Adesso non ci prova quasi più nessuno. Avevo anche la fortuna che a Catanzaro tira sempre un po’ di vento e cercavo di sfruttarlo, anche nelle punizioni. Parto dal presupposto che bisogna tirare in porta. Avrò tirato milioni di calci d’angolo, la percentuale è bassissima. Ma se non ci si prova…». La genesi tecnica è tutta nel piede. «Sempre avuta fin da ragazzino, quando avevo le gambe molto magre, questo modo a girare di interno collo. Anche le punizioni, ad esempio, oltre di potenza le tiravo non proprio a foglia morta come Corso, diciamo che era una foglia un po’ più viva. Ma bisogna pensare anche al resto. Sono alto 1 e 70 e ho fatto anche diversi gol di testa».

Il ricordo più celebre resta il 4 marzo 1979, Roma-Catanzaro all’Olimpico. Tripletta, di cui una rete da corner. «All’andata, a Catanzaro, vincemmo 1 a 0 e feci gol da calcio d’angolo. Francesco Rocca la toccò un po’ di testa. Per questo lo classificarono come autogol. All’Olimpico segnai da calcio d’angolo senza che la toccasse nessuno. Da qui la fantasia dei catanzaresi “chiamate Roma 3131”. Ma la cosa bella è che il nostro allenatore era Carlo Mazzone, romano verace, e molto legato a lui».

Sul piede misura 37, i ricordi diventano artigianato. «I rappresentanti della “Pantofola d’oro” si presentavano ai ritiri per far misurare le scarpe ai giocatori. Ma il mio numero non l’avevano. E allora prendevano la misura del mio piede e poi costruivano la scarpa nel laboratorio».

«La tv a pagamento non ce l’ho. Guardo le partite senza audio»

Il Palanca di oggi è un uomo che osserva il calcio con distacco critico. «La tv a pagamento non ce l’ho. Qualcuna la guardo. Ma ad audio spento. Con gli opinionisti a fianco dei telecronisti è da rabbrividire. La partita me la giudico da solo o con un amico. Pizzul, Martellini ti lasciavano fare le tue considerazioni». Non è nostalgia, è metodo. «Oggi s’intende il calcio in un modo distorto e non va bene». E sui giovani, un consiglio che vale più di un trattato: «Ai giovani di oggi consiglio di andare a giocare al sud perché gli stimoli che dà la gente del sud non si trovano da nessun’altra parte».

La città, intanto, lo ha celebrato in ogni modo possibile. «Mi hanno dato la cittadinanza onoraria, le chiavi della città, è stata tolta la maglia numero 11. Non la porta più nessuno. Adesso mi hanno dedicato anche una statua, all’ingresso dello stadio. L’abbiamo appena inaugurata, il 18 settembre 2026». La statua ritrae O’Rey mentre carica il tiro da corner, iconico, accanto alla bandierina. Un tributo che Palanca accoglie con pragmatismo: «Sono rimasto un po’ perplesso, a dire la verità, perché di solito le statue vengono dedicate a persone che non ci sono più. Spero che questa mi porti lunga vita e, soprattutto, che possa essere davvero un simbolo di unione».

Il futuro del Catanzaro e il peso della memoria

Palanca segue il Catanzaro quando capita. «Quando è stato dalle mie parti, a Cesena, Pescara, Terni, Ascoli io c’ero. Con Adriano Banelli, mio ex capitano, è un amico medico, ci andiamo». Il legame con la piazza non si è mai raffreddato, nemmeno a distanza. «I tifosi mantengono un affetto straordinario per me. Persino a New York ho incontrato una famiglia che mi ha festeggiato. Ed è un amore reciproco».

Sul presente della squadra, il suo sguardo resta fiducioso. La famiglia Noto, dice, «ci ha abituati a partenze un po’ lente: dobbiamo avere fiducia che le cose si sistemeranno». La statua davanti al Ceravolo, del resto, non è solo un monumento al passato. È un promemoria per il futuro: «Vorrei che diventasse il simbolo dell’unione tra tutte le componenti della città: la società, la squadra e soprattutto i tifosi. Quando le cose vanno bene non c’è bisogno di simboli. Questo, invece, può rappresentare l’unità anche quando le cose non vanno troppo bene».

Massimo Palanca ha segnato 13 gol da corner. Ha vinto tre promozioni con il Catanzaro. Ha giocato con Ranieri, con Mazzone in panchina, contro la Roma di Dino Viola che lo voleva. Ma il numero che resta è un altro: 11. La maglia ritirata, il piede numero 37, la bandierina. E una città che, a distanza di decenni, continua a chiamarlo O’Rey.

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