Un doppio pareggio a reti bianche certifica la fine della corsa. Il Bari retrocede in Serie C, schiantandosi contro il muro del Sudtirol nel decisivo incrocio dei playout. La caduta dei galletti, ampiamente pronosticabile osservando l’andamento degli ultimi mesi, si materializza al termine di centottanta minuti privi di vero spessore offensivo. L’obbligo di vincere si è scontrato con una sterilità cronica, evidenziata dai soli due tiri in porta scagliati nella sfida di ritorno al Druso. Il declassamento di una delle piazze più prestigiose del sud Italia apre profonde riflessioni sulla gestione tecnica e, soprattutto, sulle strategie aziendali adottate dai vertici societari.
Le colpe della proprietà e l’ombra del “progetto B”
Il tracollo sportivo non nasce sul prato verde di Bolzano. Le radici del fallimento affondano nelle dinamiche societarie, con il dito puntato direttamente contro la proprietà De Laurentiis. L’aver relegato mediaticamente il Bari a una sorta di succursale del Napoli ha incrinato il rapporto con l’ambiente, innescando una pericolosa parabola discendente.
Il paradosso è evidente. La città ha garantito il massimo supporto strutturale ed economico, favorendo i lavori di riqualificazione dello stadio e garantendo un robusto pool di sponsor. Il ricordo della Serie A sfumata all’ultimo istante contro il Cagliari sembra ormai un frammento di un’altra epoca. Da quella notte è iniziata un’involuzione concettuale che ha trasformato un progetto ambizioso in un lento inabissamento verso la terza serie.
Bari, una rosa senza identità e le scelte di Longo
Le responsabilità dirigenziali si sommano ai disastri operativi. Il mercato condotto dai direttori sportivi Magalini e Di Cesare ha assemblato un organico palesemente deficitario. Il continuo valzer in panchina, con l’alternanza di tre diverse guide tecniche, non ha mai fornito un’identità tattica al gruppo.
L’ultimo atto sotto la gestione di Moreno Longo ha riproposto vecchi enigmi irrisolti. Al tecnico vengono imputate scelte discutibili, a partire dalla conferma di Maggiore nel ruolo di vertice basso, nonostante un cartellino giallo pendente. Ha destato perplessità anche l’utilizzo del difensore centrale Mantovani schierato da terzino destro, e la riproposizione di Pagano come trequartista. Opzioni già testate con scarsi risultati all’andata, riproposte ostinatamente nella gara decisiva. L’ingresso di Verreth nella ripresa non ha modificato l’inerzia di una squadra incapace di guadagnare campo, preferendo un ingiustificabile atteggiamento rinunciatario nei pressi della propria area di rigore.
I rimpianti del Druso e l’epilogo amaro
La cronaca della sfida di ritorno racconta di un confronto bloccato, specchio fedele dei limiti pugliesi. Nella prima frazione il Bari rinuncia ad aggredire, palesando un vuoto d’iniziativa che lo ha accompagnato per tutto l’anno. Il taccuino registra un solo acuto ospite con Piscopo, la cui conclusione sfiora il montante. Ben più pericoloso il Sudtirol di mister Castori, capace di centrare un palo con Molina e di mostrare una solidità strutturale nettamente superiore.
Il brivido più grande per i setrecento tifosi giunti in trasferta matura a metà del secondo tempo. L’arbitro La Penna, richiamato dalla sala Var, cancella la rete locale di Pecorino per una carica irregolare su Dickmann. Lo spavento scuote momentaneamente i pugliesi. La grande occasione capita sui piedi di Gytkjaer, che da posizione invidiabile sbatte sui guantoni di Adamonis, decisivo subito dopo anche sul tentativo di Artioli. È l’ultimo lampo prima del baratro. Il tonfo nei dilettanti e gli spettri del calcioscommesse sembravano un capitolo chiuso. Il popolo biancorosso si risveglia invece dentro un nuovo, drammatico incubo sportivo, dal quale sarà difficilissimo rialzarsi senza un profondo azzeramento ai vertici del club.
