Il triplice fischio dell’U-Power Stadium spegne bruscamente la favola della Juve Stabia. La sconfitta contro il Monza segna il capolinea di una cavalcata che ha restituito credibilità e linfa vitale all’intera piazza campana. Ignazio Abate abbandona i playoff di Serie B con la consapevolezza di aver sfiorato un traguardo impensabile ai nastri di partenza. Il tecnico analizza la stagione snocciolando orgoglio, amarezza per l’eliminazione e un preciso rammarico legato all’undici giallorosso. Le sue dichiarazioni delineano il ritratto di un gruppo spintosi ben oltre le aspettative estive.
L’orgoglio di Abate e il tributo a una piazza viscerale
La delusione per il mancato accesso all’ultimo atto cede il passo alla rivendicazione del lavoro svolto nei mesi passati. «È stato un anno che non dimenticherò mai. Sono orgoglioso di questo gruppo e ringrazio tutti i ragazzi per quello che mi hanno fatto vivere», esordisce l’allenatore. Il legame simbiotico creato con l’ambiente ha rappresentato il vero motore della formazione gialloblù. Un rapporto umano profondo. «Castellammare mi ha arricchito tanto, è una città fatta di persone perbene, che trasmette grande passione».
Il percorso professionale dell’ex difensore viene spesso etichettato come acerbo da addetti ai lavori e commentatori. Una narrazione che il diretto interessato respinge con assoluta fermezza, difendendo il peso specifico delle proprie panchine. «Mi arrabbio con chi dice che sono solo due anni che alleno, perché tra Terni e Castellammare è come se avessi allenato sei o sette anni».
Ricostruzione tecnica e futuro societario
Il miracolo sportivo campano poggia su fondamenta quasi totalmente rinnovate. Abate smonta l’idea diffusa di aver ereditato un’intelaiatura già collaudata. Rivendica con forza i rischi e le scelte operate dalla dirigenza. «Tante volte ho sentito dire che avevamo una base dell’anno scorso, invece abbiamo cambiato tantissimo. Oggi abbiamo creato un gruppo che può avere un grande futuro e che può ancora crescere».
La lente d’ingrandimento si sposta poi sull’evoluzione dei singoli. Tra i profili più promettenti in rosa spicca inevitabilmente il nome di Cacciamani, a cui il mister rivolge un monito esplicito. «Ha doti per un brillante futuro, ma deve avere l’ambizione di non accontentarsi mai».
Le prospettive organizzative del club restano il nodo cruciale da sciogliere nell’immediato. L’uscita di scena impone una fase di riflessione indispensabile per la programmazione. «Dobbiamo digerire il boccone amaro, poi sederci e capire chi arriverà e che progetti avrà. La cosa più importante adesso è trovare stabilità societaria».
L’incrocio sfumato con i giallorossi
Mantenere la categoria rappresentava l’orizzonte massimo tracciato dalla dirigenza. Raggiungere il penultimo gradino del torneo ha stravolto ogni gerarchia prestabilita. «Il nostro obiettivo era la salvezza, perché eravamo il terzo gruppo del campionato. Non bisogna dare per scontato quello che abbiamo fatto».
L’estetica del palleggio ha accompagnato le prestazioni dei campani fin dalle prime giornate. Una filosofia coraggiosa, speculare a quella sviluppata in Calabria da Alberto Aquilani. Da qui scaturisce la genuina amarezza per un incrocio tecnico mancato per un soffio. Una sfida che avrebbe garantito spettacolo puro agli amanti della tattica. «Mi auguravo una finale Juve Stabia–Catanzaro per la proposta di gioco mostrata durante tutta la stagione».
Il sipario cala su un’annata densa, destinata a rimanere scolpita nella storia del sodalizio stabiese. Ripartire da un’identità così marcata garantirà alla rosa basi solidissime in vista del prossimo difficile torneo di cadetteria. Gli applausi incassati al termine della gara certificano la portata di una sconfitta che, a conti fatti, profuma di vittoria.
